A volte la memoria si raccoglie negli archivi, tra vecchi documenti e fotografie ingiallite. Altre volte basta sedersi intorno a una tavola.
A Prea è successo così. Un pranzo di famiglia per raccogliere quello che ancora resta nella memoria di chi questo piccolo paese della Valle Ellero lo ha vissuto quando era molto diverso da oggi. Perché esistono storie che non sono mai state scritte, non compaiono nei libri e difficilmente si troveranno in un archivio. Restano affidate alle persone e, se nessuno si ferma ad ascoltarle, rischiano di scomparire insieme a loro. Il pranzo a Ca d’Vetu, una vecchia casa di famiglia di Prea che per anni è rimasta chiusa e che oggi è tornata a vivere. Intorno alla tavola ci sono più generazioni e un ricordo ne chiama un altro. Ci sono Marilena e suo fratello, nati e cresciuti qui, ci sono figli e nipoti. Le stanze stesse sembrano aiutare: basta indicare un angolo perché qualcuno ricordi cosa c’era prima, basta nominare una persona perché affiori un episodio.
Ma a un certo punto le parole non bastano più. Un giro a Prea con Marilena. Camminare per un paese accanto a qualcuno che lì è nato e ha trascorso buona parte della propria vita significa vedere due luoghi contemporaneamente. Un paese fatto di case, strade, pietre, porte, e poi c’è quello che continua a vedere lei. Un paese invisibile a chi arriva da fuori, popolato dalle persone che non ci sono più, dai bambini che correvano per le strade, dai luoghi che hanno cambiato funzione e da quelli che sono scomparsi.
Marilena a Prea è rimasta fino a ventisei anni. È scesa quando si è sposata ma non ha mai veramente lasciato il paese. È sempre tornata. E forse proprio per questo, mentre camminiamo, ogni angolo continua ad avere un nome, una storia, una persona da ricordare. La vita che racconta era semplice e soprattutto fatta di lavoro. C’erano gli animali da allevare, le giornate scandite dalle necessità di famiglia e casa, poche comodità rispetto a quelle alle quali siamo abituati oggi. Ma c’era un paese più popolato.
Mi mostra la scuola dove andava da bambina. Marilena è del 1947 e ricorda che soltanto quelli della sua annata erano una decina. Si frequentava fino alla quinta elementare, si andava a scuola anche al pomeriggio e per scaldare l’aula bisognava portare la legna. È proprio qui che i numeri dello spopolamento diventano improvvisamente persone.
Poi Marilena mi porta a vedere dove c’era il telefono. Un racconto che misura in maniera quasi perfetta la distanza tra quel mondo e il nostro. A Prea uno dei primi telefoni era in una cabina e serviva tutto il paese. Quando arrivava una telefonata per qualcuno, bisognava andarlo a cercare. Poi bisognava raggiungere il telefono per poter parlare. Un solo telefono, in fondo, racconta molto più di un telefono. Racconta un paese nel quale tutti sapevano chi eri, dove abitavi e dove potevano trovarti. Racconta distanze che oggi non esistono più e una vicinanza tra le persone che forse abbiamo perso.
C’era anche la posta. E c’era la bottega, che non era semplicemente un negozio di alimentari. Si vendeva quello che poteva servire nella vita di tutti i giorni: cibo, filo, bottoni e piccole cose necessarie. Perché scendere a valle per ogni necessità non era semplice.
Marilena aggiunge un altro ricordo che restituisce perfettamente l’idea di comunità di quegli anni: la costruzione della vecchia casa del paese. La sabbia necessaria veniva raccolta nel torrente Colla e, quando finiva la messa, le persone si mettevano a passarsi i mattoni di mano in mano per contribuire ai lavori. Mi piace immaginare quella fila. Non è soltanto il ricordo della costruzione di un edificio. È il racconto di un modo di pensare la comunità. Ciò che serviva al paese riguardava tutti.
E poi ci sono memorie ancora più fragili, perché non hanno lasciato edifici, fotografie o documenti. La mamma di Marilena possedeva alcuni di quelli che allora venivano chiamati “doni”. Prima di morire li ha divisi tra i suoi tre figli.
A Marilena ha lasciato il sapere per “segnare” i vermi e l’aria. A uno dei fratelli quello per il veleno. All’altro fratello, che oggi non c’è più, quello per il fuoco di Sant’Antonio. Parole, gesti e conoscenze. Marilena mi racconta e mi mostra come si “segnava l’aria”. C’era l’acqua, c’era un piatto, c’erano gesti precisi e soprattutto c’erano parole che non potevano e non possono essere rivelate. Il rito doveva essere ripetuto tre volte. Quella che veniva chiamata “aria” poteva manifestarsi con un dolore al collo, alla schiena, un colpo d’aria. Anche per i “vermi” esistevano un procedimento e parole precise, ugualmente custodite. Non credo sia importante cercare di stabilire quanto ci fosse di medicina, di fede, di suggestione o di credenza popolare in questi gesti. Guardarli soltanto con gli occhi del presente significherebbe perdere la parte più interessante. Sono esistiti, utilizzati per generazioni e soprattutto sono stati considerati abbastanza preziosi da essere consegnati ai figli prima di morire. Questo basta a farne memoria. In una montagna nella quale medici, farmacie e servizi non erano a portata di mano, la cura passava anche attraverso le persone. Un nome torna più volte nei racconti: Libera.
Libera era la bisnonna. Non era un’infermiera, non aveva una qualifica professionale, eppure a Prea era una di quelle donne alle quali ci si rivolgeva quando qualcuno aveva bisogno. Si occupava soprattutto degli anziani. Entrava nelle loro case, tagliava i capelli, faceva la barba agli uomini, li aiutava a lavarsi quando da soli non riuscivano più a farlo e faceva anche le punture. Era una forma di assistenza che allora nessuno avrebbe chiamato assistenza. Si faceva e basta. Perché c’era un anziano che aveva bisogno e c’era qualcuno che sapeva come aiutarlo. Di Libera sono rimasti anche gli strumenti. La famiglia li conserva ancora gelosamente: oggetti semplici, che nelle mani di chi non conosce la loro storia potrebbero sembrare vecchie cose da mettere via. Invece sono la testimonianza concreta di una donna che si prendeva cura. Ed è forse questo uno degli aspetti che più mi affascinano quando entro nelle vecchie case di montagna. Gli oggetti smettono di essere oggetti quando qualcuno è ancora in grado di raccontarti le mani che li usavano.
Di Libera è rimasto poi il ricordo di una fede profonda e quotidiana. Era devota a Padre Pio. Conservava in una scatola di metallo i santini e le immagini delle persone care che erano morte. Li teneva vicino a sé e pregava ogni giorno. Pregava molto. E ai familiari, presi da giornate che le sembravano già allora troppo piene e troppo veloci, diceva qualcosa di straordinariamente semplice: se voi non avete tempo di pregare, non importa. Prego io per voi.
In quella parole c’era la stessa donna che attraversava Prea per tagliare i capelli a un anziano, che entrava nelle case per fare una puntura o aiutare qualcuno a lavarsi e che poi, tornata nella propria, si sedeva accanto alla sua scatola di santini e pregava anche per chi non aveva il tempo di farlo.

Sono questi i momenti in cui capisco perché raccogliere la memoria degli anziani sia così importante. Le grandi date si possono trovare nei libri. Le guerre, le trasformazioni economiche, lo spopolamento delle montagne sono stati studiati e raccontati. Ma nessun archivio potrà mai restituirci quella scatola di santini se qualcuno non ricorda che esisteva. Nessun documento ci dirà che una bisnonna pregava anche per chi non aveva tempo di farlo.
E nessun documento può restituire gli odori. Dentro Ca d’Vetu riaffiorano anche quelli. La vecchia cucina, la stufa, la crota dove un tempo si conservavano i formaggi. Una pentola annerita da anni di fuoco, nella quale si friggevano patate che nel ricordo di chi le mangiava da bambino erano semplicemente “uno spettacolo”.
E poi Vetu. Era il soprannome del nonno, un uomo conosciuto in valle, e proprio da lui la casa ha ripreso il proprio nome quando si è deciso di farla rinascere. È rimasta un’immagine che sembra uscita da una fotografia: vestito di nero, come si usava una volta, con l’orologio a cipolla custodito nel taschino. Ma soprattutto è rimasto il suo odore. Quello del fumo impregnato nei vestiti, percepito quando lo si abbracciava. Un odore che continua a essere associato a lui. Forse è proprio questa la forza delle case di famiglia. Per chi arriva da fuori sono muri, travi, pavimenti, stanze. Per chi le ha vissute sono persone.
Ca d’Vetu avrebbe potuto fare la fine di tante case delle nostre montagne. Rimanere chiusa. La famiglia, con il passare degli anni, si era spostata. Marilena era scesa dopo il matrimonio, altri avevano costruito altrove la propria vita e la casa rischiava di diventare soltanto il luogo dei ricordi.
Cristiano Fenoglio, nipote di Vetu, a un certo punto ha deciso che non poteva lasciarla morire.”Ci siamo detti: o lo facciamo adesso, o non lo faremo mai più”.
La casa è stata recuperata passo dopo passo, pietra dopo pietra. Si era pensato persino a un nome nuovo, più moderno, forse più facile. Poi ha prevalso ciò che quella casa era sempre stata. La Ca d’Vetu. Perché Vetu continuava in qualche modo ad abitare lì.
Oggi la casa offre ospitalità e ristorazione ed è gestita da Gianmarco e Gabriella, che hanno fatto a loro volta una scelta importante: ricominciare da qui. Lei arrivava dal mondo della scuola, lui aveva lavorato come cartongessista e ha trasformato la passione per la cucina in un mestiere. Nelle stanze dove un tempo viveva una famiglia oggi dormono persone che arrivano per conoscere la montagna. Nella sala si è tornati a mangiare, parlare, ridere.
La cucina è quella del territorio, l’atmosfera rimane familiare. Ci sono il legno, la pietra, le travi, una terrazza affacciata sulla valle. Ma soprattutto c’è una casa nuovamente aperta.
Ed è qui che il racconto torna a Marilena. Si commuove nel rivedere la casa di nuovo viva. “Dire che sono contenta è dire poco”. Forse per questo vedere Ca d’Vetu nuovamente abitata significa molto più che osservare una bella ristrutturazione.
Significa sapere che almeno una parte di quel mondo non è scomparsa.
Oggi questo piccolo paese sta rifiorendo e ha trovato nuovi modi per portare persone tra le sue strade e far conoscere la propria storia. Il suo Presepe vivente ne è forse l’esempio più conosciuto. È una tradizione che ha ormai superato le quaranta edizioni e che nelle sere di Natale trasforma nuovamente il borgo. Oltre quaranta antichi mestieri vengono riportati in vita da centinaia di figuranti tra le case, le stalle, le cantine e le stradine. Arrivano visitatori da fuori provincia e anche da altre parti del Piemonte e, almeno per qualche sera, Prea torna a riempirsi di persone, voci, luci e profumi.
Passeggiando per il paese, sulle facciate delle abitazioni compaiono numerosi murales. Sono immagini che raccontano proprio gli antichi mestieri e le scene di vita che ritornano durante il Presepe vivente. Così ciò che Marilena ha raccontato camminando per le strade trova quasi una continuazione sui muri: uomini e donne al lavoro, gesti antichi, frammenti di quella quotidianità che rischierebbe altrimenti di essere dimenticata.
E poi ci sono i boschi. Da Prea e dalle borgate vicine partono sentieri e passeggiate che invitano a lasciare le case alle spalle e addentrarsi nel verde. Tra questi c’è anche il Sentiero degli Gnomi, un nome che da solo basta a incuriosire i bambini e che rende il cammino un piccolo invito all’avventura per le famiglie. È un altro modo, forse, di far tornare le persone in montagna. Non per cercare un paese immobile, conservato esattamente com’era settant’anni fa, ma per incontrare un luogo che ha deciso di utilizzare la propria memoria per costruire qualcosa di nuovo.
Ed è questo che rende ancora più significativa la rinascita di Ca d’Vetu. Una casa torna ad aprire le proprie porte mentre, intorno, anche il paese prova a fare lo stesso.
Quella mattina ero arrivata a un pranzo di famiglia per raccogliere dei ricordi. Alla fine mi sono accorta che il gesto stesso di stare seduti intorno a quella tavola raccontava già qualcosa. La casa dei nonni era ancora lì.
Dove un tempo sedevano Vetu e Libera, dove si conservavano i formaggi nella crota, dove una vecchia pentola annerita friggeva le patate e una donna pregava anche per chi non aveva tempo di farlo, c’erano nuovamente figli, nipoti e pronipoti seduti insieme. E c’erano ancora i suoi piccoli attrezzi, conservati dalla famiglia. Anche Libera, in qualche modo, era rimasta lì.
Fuori, Prea era cambiata. La scuola non era più quella di Marilena e il telefono non aveva più bisogno di qualcuno che attraversasse la piazza per chiamarti. Ma sui muri gli antichi mestieri erano diventati immagini, nei boschi nuovi sentieri invitavano altre famiglie a camminare e, nelle sere del Presepe, le strade tornavano a riempirsi.
Forse allora Prea non sta soltanto conservando la propria memoria. Sta trovando il modo di usarla per continuare a vivere. Eppure, intorno a quella tavola, le storie continuavano a passare di mano in mano.
Un po’ come quei mattoni che Marilena ricorda all’uscita dalla messa.
Forse la memoria funziona proprio così. Qualcuno ce la consegna, noi la prendiamo e, prima che sia troppo tardi, dobbiamo passarla a qualcun altro.