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Rosanna, la scuola maestra di vita

L’adolescenza e gli anni di studio fino alla responsabilità di preside

Iva Osenda 10 settembre 2026

Cuneo

Chi è Rosanna Panuele Carnino?

Sono nata il 2 maggio 1935 a Cuneo, in Casa Bellavista, che ormai non c’è più: si trovava all’inizio della discesa che porta al Ponte Vecchio. Al piano terra c’era l’officina di mio papà, ottimo meccanico, un cervello eccezionale: a quattordici anni aveva costruito un modellino di treno a vapore perfettamente funzionante. Sono stata figlia unica. Erano due genitori lungimiranti: mi dicevano quello che era giusto fare lasciandomi però libera nelle mie scelte. “La vita è tua, sei libera di decidere ma, quando prendi una via, cerca di mantenerla”: questo era il loro insegnamento. Ricordo che un giorno dissi a papà di aver preso 10 a scuola e lui rispose semplicemente: “Brava, hai fatto il tuo dovere”. Senza moine, particolari complimenti o regali. Sono stata sposata con Leo Carnino per 56 anni, ho una figlia di nome Elide e un nipote a cui sono molto legata, Vittorio. Fino alla terza elementare ho frequentato l’Istituto delle Giuseppine. Siamo in piena guerra, i tedeschi occupano la scuola: i miei genitori, preoccupati, mi mandano alla Scuola Statale, anche se in effetti l’Istituto era provvisto di quattro ingressi per cui i tedeschi non li vedevamo mai. In ogni caso, essendo sede del Comando militare tedesco, poteva diventare un facile bersaglio per i bombardamenti. In quarta e quinta insegnava la maestra Ramondetti, che porto ancora nel cuore. Era la “Signora maestra”, considerata un’autorità. Alla fine della quinta elementare sostenevi un esame impegnativo. Ritornai presso le Giuseppine per frequentare la scuola media.

Poi sono arrivati gli anni dell’adolescenza?

Frequentavo la Parrocchia di Santa Maria, il sacerdote era don Matteo Ristorto. Facevo parte del coro: ricordo i primi amori che ci facevano battere il cuore. È stata una bella adolescenza. Suor Luigina e suor Giuseppina venivano ad aiutare in Oratorio. Al tempo c’era l’Azione Cattolica, con le “Giovanissime”, le “Aspiranti” e così via. Suor Luigina insistette con papà e mamma affinché continuassi gli studi. Così, finita la media, sostenni l’esame per accedere al Ginnasio. Iniziai a frequentare il Liceo, ora come allora, in corso Giolitti. Era un Istituto giovanissimo, infatti furono inaugurate le attività didattiche nel 1942. Indossavamo il grembiule e i professori si rivolgevano a noi usando il “Lei”. Se la memoria non mi inganna, eravamo otto ragazze su ventiquattro. Durante le superiori, con fatica, mi diplomai anche all’Istituto Magistrale: lo feci per mia madre, che avrebbe voluto vedermi lavorare dopo il diploma. Fui orgogliosa di rendere felice mia mamma: all’epoca le ragazze, se studiavano, in genere frequentavano Istituti che garantivano un bel posto di lavoro senza dover ricorrere all’Università. In quegli anni passai anche il concorso, pertanto ero maestra a tutti gli effetti.

All’Università perché scelse Lettere Classiche?

Decisi di proseguire; avrei voluto iscrivermi ad Ingegneria. Su saggio consiglio dei professori, i quali avevano notato il mio amore per il Latino e il Greco, scelsi Lettere Classiche. Iniziai subito a lavorare come maestra alle Elementari. Nel ’63, quando istituirono la Scuola Media Statale, c’era carenza di insegnanti: il professore Antonino Russo, Preside a Busca, mi telefonò per una supplenza alle Medie. Mi nominò vicepreside. In seguito diedi l’esame a Roma per diventare preside: ho lavorato ricoprendo questo ruolo alla Media numero 1 “Federico Sacco” di Fossano per tanti anni.

Era accettata una donna che studiava in quegli anni?

In genere studiavano le figlie dei benestanti. Erano poche le ragazze di umili origini che potevano permettersi di finire un percorso completo di studi. Personalmente fui accolta molto bene.

Poi la pensione?

Nel 1994, con 40 anni di servizio, riscattando gli anni dell’Università. Fu una grande festa: mi sentii molto amata. Conservo l’anello che tutto il personale della scuola mi regalò. La scuola è stata molto importante nella mia vita, ho speso energie: ho cercato di dare un tempo di qualità mettendo al primo posto le persone.

In cosa è cambiata la scuola negli anni?

Nelle superiori gli insegnanti, per creare rapporti di amicizia, a volte danno una pacca sulle spalle e invitano i ragazzi a rivolgersi con il “tu”. Dare del “tu” è un po’ come sminuire chi hai di fronte: a maggior ragione se sono ragazzi, i quali devono imparare a rapportarsi correttamente. Il professore e il ragazzo devono darsi del “lei”: questo non penalizza un rapporto, ma lo rafforza. Timore, rispetto e senso dell’autorità sono importanti. Deve esserci sempre reciproco rispetto e bel garbo anche nelle conversazioni informali o nel richiamare i ragazzi nel quotidiano. Quando il percorso scolastico è finito e il rapporto è consolidato, a quel punto è possibile creare confidenza e passare all’uso del “tu”. Penso di essere una persona solare che ama instaurare rapporti di amicizia e confrontarsi con le persone; nonostante ciò, sono attenta ancora oggi all’uso del “lei” proprio come forma di riguardo e considerazione. Inoltre non condivido l’assenza dello studio mnemonico e l’approfondimento a volte eccessivo dell’attualità a scapito dello studio di periodi storici importanti. Va bene l’attualità, ma i ragazzi ne mangiano e ne bevono in grandi quantità tramite social e giornali. Trovo bella l’apertura del professore verso il ragazzo come persona nella sua totalità e nelle sue sfumature.

Cosa ricorda degli anni di guerra?

Ho dei ricordi infantili. In quegli anni ci eravamo spostati in corso Gesso, l’attuale Corso Giovanni XXIII, all’altezza della chiesa di San Sebastiano. Le cantine erano allestite come rifugi antibomba. Quando suonavano le sirene si correva tutti giù, dove ogni famiglia aveva preparato un minimo di vettovaglie per la sopravvivenza di poche ore. In cantina si portavano anche gli oggetti cari o preziosi. Ho un ricordo indelebile di quei momenti. Il titolare della tipografia Oggero era amico dei miei genitori e ci aveva invitati il giorno della Liberazione sul terrazzo del tetto che si affacciava in via Roma per vedere la sfilata: ci furono tafferugli, spari e disordini. Ricordo che mi spaventai. Mio marito, nove anni più grande di me, aveva ricordi più nitidi: scappò anche in Francia per lottare a fianco dei partigiani francesi, in quanto in Italia era ricercato perché il papà aveva idee contrarie al Regime.

Ha iniziato ad insegnare nel primo dopoguerra. Si parlava di Fascismo?

No, non se ne parlava: se ne parla molto di più ora. Le persone volevano dimenticare; il Ventennio era visto come una parentesi di sogno. Dopo la guerra si era in una sorta di limbo: avevamo voglia di cose belle, di ricostruire. In fondo si volevano cancellare dalla memoria gli orrori vissuti.

Ci racconti del suo diario?

Sì, tengo un diario personale dal 2000. Ho iniziato annotando telegraficamente alcune cose, poi ho proseguito scrivendo in modo più dettagliato e riportando in modo più preciso esperienze, sentimenti ed emozioni. È scritto rigorosamente a mano, in bella scrittura.

Rosanna Panuele Carnino Scuola Preside Intervista