Luciana Ortu è dal 2014 alla guida dell’Istituto Scolastico Comprensivo di Borgo San Dalmazzo. Originaria di Demonte e borgarina d’adozione, ha dedicato alla scuola di Borgo quasi l’intera carriera lavorativa, dal 1994 al 2012 come insegnante di inglese e vice preside, poi come Dirigente Scolastica, dopo due anni alla guida dell’Istituto Comprensivo di Cervasca. Incarico che lascerà il 1° settembre prossimo per pensionamento.
Una realtà complessa e articolata, quella dell’Istituto Comprensivo di Borgo, frequentato da oltre 1.000 alunni (dalla scuola dell’infanzia fino alla terza media) con oltre 50 classi, circa 180 insegnanti e una trentina di addetti alla segreteria e collaboratori scolastici.
Cosa l’ha spinta a lasciare l’insegnamento per passare alla Dirigenza?
Dopo vent’anni di insegnamento mi sono messa in discussione: mi rendevo conto che cominciava ad esserci un gap generazionale grande tra me e gli alunni e mi sembrava che l’aggancio con i ragazzi stesse diventando complesso. Le possibilità erano due: passare alle Superiori, ma non ero così attirata; o mettermi in gioco come Dirigente, considerando anche che tutto l’aspetto della didattica, della formazione, della pedagogia mi ha sempre interessato. Era questo l’aspetto della dirigenza che mi piaceva e che ho coltivato con più cura, con l’obiettivo di migliorare la gestione della scuola e ottimizzare le risorse.
Prima insegnante, poi Dirigente Scolastica. Quale il ruolo più gratificante?
Sono due esperienze diverse, ma tutte e due hanno a che fare con le persone e le relazioni e questo è l’aspetto che più mi ha coinvolta. Invece la parte più burocratica e amministrativa, che è diventata nel corso del tempo l’aspetto preponderante del lavoro di dirigenza, è quella che ho sentito più pesante ed è anche uno dei motivi per cui ho deciso che va bene così. Questo tipo di lavoro, oltre a coinvolgerti in modo quasi totalizzante, è diventato negli anni sempre più amministrativamente complesso e sempre più legato alla ricerca di finanziamenti tramite progetti.
Davvero i ragazzi di un tempo erano meglio di quelli di oggi?
Ma no! I ragazzi sono sempre splendidi e sono loro che alla fine ti danno la motivazione per continuare. Poi certo, le problematiche sono cambiate. Sono ragazzi molto immersi nel virtuale, quindi a volte è difficile riportarli alla realtà. E poi, è cambiato l’atteggiamento delle famiglie nei confronti della scuola, e questa è un’altra delle criticità che mi sono trovata ad affrontare come Dirigente, cercando sempre la mediazione con una fatica non indifferente. Da parte di molte famiglie, non tutte, c’è la tendenza a difendere i figli, a non ascoltare la voce della scuola, a respingerne a priori il ruolo educativo. Ma la scuola ha il compito anche di correggere gli errori, che pure fanno parte del cammino di crescita. Nel favorire il dialogo con i genitori ho sempre cercato di far capire che scuola e famiglia devono parlare lo stesso linguaggio.
Un momento o un’esperienza che ricorda con particolare emozione
Ce ne sono tantissimi! Penso a tutte le volte che ho accompagnato i ragazzi dell’indirizzo musicale ai concorsi e ho avuto la possibilità di vederli in un contesto non prettamente scolastico, apprezzando l’attenzione e la sicurezza con cui si esibivano. Lo stesso nei concerti o nelle attività sportive in cui emergeva l’orgoglio per i risultati raggiunti. I ragazzi danno tanto alla scuola, poi ci sono i “Pierini” e bisogna rimetterli a posto, dare loro comunque un messaggio positivo e motivazionale. Mi hanno fatta commuovere quando, nel giorno del mio 60° compleanno, i ragazzi si sono radunati sotto la finestra della presidenza per farmi gli auguri in coro. E quest’anno, l’ultimo giorno di lezione, quando mi hanno dedicato una canzone.
Di quali risultati è più orgogliosa?
Il Progetto Erasmus, perché ho sempre pensato che la scuola si debba aprire all’Europa e al mondo e questo l’abbiamo fatto organizzando gli scambi con scuole di altri Paesi. Poi tutti i progetti mirati all’inclusività, con l’attenzione agli alunni in difficoltà e ai tanti che arrivano da paesi diversi, ai loro bisogni. Senza dimenticare che la scuola ha fatto molto sul versante dell’attenzione ambientale, grazie soprattutto alla sensibilità degli insegnanti. Infine, sono molto affezionata al Progetto Lettura che prevede di dedicare quotidianamente un tempo alla lettura, in tutti gli ordini di scuola, perché i ragazzi, immersi in un mondo sempre più veloce, rischiano di perdere la capacità di fermarsi, leggere, riflettere.
Cosa può, o deve, imparare la scuola italiana da quella di altri Paesi che ha avuto modo di conoscere?
Non si può pensare di mutuare pari pari delle esperienze che vengono da sistemi scolastici diversi perché il contesto politico, amministrativo, organizzativo è troppo differente. Possiamo però fare tesoro di alcune esperienze, ad esempio il lavorare sull’acquisizione dell’autonomia fin dai primi anni. Inoltre, sarebbe utile e importante avere nelle nostre scuole uno spazio per le attività pratiche, dalla cucina alla falegnameria, in cui i ragazzi abbiano la possibilità di esprimersi ed essere valorizzati; ma è diventato praticamente impossibile per i vincoli stringenti in tema di sicurezza. Sarebbe certamente auspicabile un ripensamento degli spazi, con laboratori e attrezzature: molti edifici scolastici sono infatti ormai datati e richiedono investimenti crescenti per poter rimodulare gli ambienti.
Cosa ne pensa della proposta di accorciare le vacanze estive di cui si discute in queste settimane?
Che l’estate sia problematica per le famiglie per quanto riguarda la gestione dei figli, è un dato di fatto. Che competa alla scuola coprire questo arco di tempo, anche, ma non solo. I ragazzi hanno bisogno di una pausa più o meno lunga, in cui fare altro, magari utilizzando gli spazi scolastici, come in parte già avviene, ma con attività diverse da quelle che sono tipiche della scuola. La necessità di aiutare le famiglie c’è, ma non si può far passare tutto attraverso il canale della scuola.
Cosa c’è nel suo futuro?
Tanti sogni, cose ancora da fare, che ho sempre rimandato perché questo lavoro mi ha assorbito tantissimo. Intanto, riprendere le relazioni con le persone, in famiglia prima di tutto. Avrò la possibilità di passare più tempo con i nipotini, con i genitori ormai anziani, riallacciare le relazioni con gli amici. Il teatro è la mia grande passione, che conto di riprendere, così come trovare uno spazio per l’impegno nel volontariato, cominciando magari dalla scuola di italiano per stranieri che è partita nel nostro istituto grazie alla spinta di insegnanti caparbie e volenterose. Poi, studiare un po’ di spagnolo, una lingua che non ho mai avuto il tempo di imparare, e dedicarmi alle passeggiate in montagna. Qualche viaggio sicuramente, in parte da tenere in stand by e realizzare quando mio marito sarà anche lui in pensione.
Ringraziamenti?
Le persone da ringraziare sono tantissime, a partire da tutto il personale che ha lavorato con me e dai docenti, che mi hanno supportato e sopportato in questi anni e ai genitori che, a vario titolo, si sono impegnati a partecipare alla vita della scuola. Le amministrazioni che si sono succedute e con cui ho collaborato. Poi, tantissimi enti, associazioni, cooperative, con cui c’è stato un continuo scambio, un dare, ma soprattutto un ricevere che spero abbia permesso a tutti di crescere come Comunità Educante. Impossibile fare nomi, perché l’elenco sarebbe interminabile!

