Il mese di agosto è quasi finito. Per la maggior parte di noi, è il tempo dell’anno in cui è più semplice non solo riposarsi e villeggiare ma anche, e in contemporanea, avere tempo per vedere amici, parlarsi senza fretta, recuperare del tempo insieme. Probabilmente molti ci promettiamo anche di non lasciare che passi un altro anno senza incontrarci, anche se altrettanto probabilmente tra un anno ci riprometteremo le stesse cose.
D’altronde, è vero che quando ci lanciamo in discorsi superficiali ci diciamo che nella vita l’importante è avere soldi (questo soprattutto da più giovani) o salute (quando abbiamo qualche anno in più), ma ognuno di noi, quando ci pensa, ammette che le relazioni personali sono più importanti di quegli altri due beni.
Non stupisce che il tema delle relazioni sia così centrale anche nella Bibbia. Se vogliamo, il primo e più fondamentale atto divino che troviamo nel testo biblico, la creazione, è un’uscita dalla solitudine da parte di Dio. Ed è Lui a segnalare che l’essere umano ha bisogno anche di una relazione alla pari (Gen 2). Quando poi l’essere umano inizia a diffidare e mangia il frutto al centro del giardino, Dio pare proprio rifiutarsi di maledire tanto Adamo quanto Eva, per non rompere la relazione con loro, e prima di scacciarli dal giardino li riveste con pelli animali, violando per primo la sua stessa legge fon-damentale che vietava di uccidere (Gen 3). Il percorso dei patriarchi è segnato dall’adesione non a regole, ma a una relazione personale, e anche quando il Dio d’Israele dovrà presentarsi non dirà mai di sé «Io sono il Dio che ti ha dato i comandamenti», ma semmai «il Dio di Abramo, di Isacco e di Gia-cobbe», o anche «colui che ti ha fatto uscire dalla casa di schiavitù». Vale la pena notare quanto le relazioni personali restino al centro del messaggio dei profeti, delle preghiere dei salmi, delle riflessioni sapienziali...
Vale lo stesso nel Nuovo Testamento. Solo quando si ritira a pregare Gesù resta da solo, e se vogliamo anche la preghiera è una relazione profonda con il Padre. Altrimenti, Gesù è sempre accer-chiato dalle folle, cercato da singoli... e chiama dodici persone perché stiano con lui e ne testimonino il messaggio e la persona. Come avevamo già visto, secondo il vangelo di Marco i primi miracoli servono a restituire a infermi la possibilità di entrare in relazione con altre persone, e quando Gesù, per la prima volta e in prima battuta, sembra non voler guarire un paralitico ma “solo” perdonargli i peccati (Mc 2,1-12), questo accade perché il malato era stato portato a spalle da quattro amici che hanno anche scoperchiato un tetto per farlo arrivare davanti al Maestro: ossia, per lui la malattia evidentemente non significava perdere relazioni. Il Gesù risorto non appare al sinedrio per mostrare che aveva ragione, ma si presenta ai suoi e mangia con loro, e il suo messaggio sostanzialmente è soltanto “pace a voi”. Persino l’ultimo libro biblico, l’Apocalisse, si chiude con l’invocazione a Gesù di venire, dopo la promessa che sarebbe venuto presto: non la visione della vittoria finale, ma di un incontro definitivo.
A questo punto, dopo esserci riconfortati che ciò che ci fa vivere tanto meglio è in effetti il piano e sogno di Dio su di noi, potrebbe sorgere ancora più forte il rammarico perché, presi da tanti impegni, fatiche e lavori, non riusciamo se non di rado a salvarci il tempo per questi momenti di vita tanto preziosi. Qui viene in nostro aiuto un altro elemento religioso che, profondamente permeante del mondo ebraico, è finito anche in un comandamento e viene recuperato appieno dal mondo cristiano. Il comandamento in questione riguarda “il sabato”, da “mettere da parte”. Parrebbe solo un precetto “religioso”, “rituale”, ma nella Bibbia è gestito esattamente come una relazione con Dio. Non parla di cose da fare (anche se poi più tardi si prescriveranno riti e attività raccomandate e proibite), ma di un tempo da “lasciare da parte”. Tempo di qualità, diremmo noi oggi, come se ce lo fossimo inventato. E non si tratta di tutta la vita, o un terzo delle ore del giorno come fanno i benedettini, ma di un giorno su sette. Il ritmo settimanale non lo hanno inventato gli ebrei e ha ragioni più astronomiche, ma al di là del numero importa il principio: le cose urgenti spesso prendono il posto di quelle più importanti, che vanno però salvaguardate non nella quantità (un giorno è molto meno di sei) ma nell’essere riservate, salvaguardate, tenute da parte come tempo prezioso.
In fondo, anche la Bibbia ci ripete che a ciò che importa di più magari non riusciremo a concedere la maggior parte del nostro tempo, ma dobbiamo essere consapevoli che quel tempo lì è ciò che è più fondamentale e prezioso. Per questo va “santificato”, ossia tenuto da parte, custodito, come un te-soro prezioso. Non sarà sempre, potrebbe essere solo un giorno alla settimana o persino una settimana all’anno. Ma consapevoli che si tratta di un tempo prezioso della nostra vita, da custodire senza rimpianti né nostalgie.