Sono già iniziati e proseguiranno per giorni i festeggiamenti per celebrare il record del governo Meloni che il 4 settembre, con 1412 giorni a Palazzo Chigi, diventerà ufficialmente il più duraturo della storia repubblicana superando in longevità il precedente record di Silvio Berlusconi.
Si tratta di un traguardo che va considerato positivamente, avendo dato per quattro anni stabilità alla politica italiana trasmettendo una rassicurante sensazione di affidabilità e prevedibilità ai mercati internazionali. Come attesta la forte riduzione dello spread dei nostri titoli di stato rispetto a quelli tedeschi, sceso dai circa 220 punti del 2022 agli 80 di oggi.
A festeggiare, senza fuochi d’artificio, sono anche la segretaria del Pd Elly Schlein, la cui durata al vertice del partito ha superato i 1.260 giorni raggiunti da Bersani, e Giuseppe Conte, che ha superato i 5 anni alla guida dei 5 Stelle.
Ma la durata di un governo o dei segretari di partito non è di per sé un certificato di buona politica e non offre garanzie per il futuro. Gli elettori non votano qualcuno perché ha ottenuto un record: votano e voteranno guardando alle prospettive e alle offerte che hanno davanti, ben più che al passato.
Guardando al futuro prossimo, nell’attesa che il Parlamento riapra i battenti (9 settembre) e che il governo torni alla piena operatività dopo le vacanze estive, la tavola imbandita dalla politica italiana propone due menu piuttosto diversificati. Il primo potremmo definirlo “menu degustazione”: cibi obbligati e senza alternativa, preparati nelle loro cucine dai leader dei partiti e del governo e serviti già impiattati. Il secondo è più un menu “alla carta”: cibi popolari sfornati dalle cucine reali (non delle case reali) di chi deve fare i conti con la spesa quotidiana o, se vogliamo, con quello che passa il convento: i carburanti alle stelle, il costo della vita in salita, la sanità ridotta al lumicino.
Il primo menu è rintracciabile in una serie di interventi dei leader politici. Ne consideriamo tre che meglio delineano quelli che saranno gli ingredienti principali nella lunga campagna elettorale che ci porterà al voto nel 2027 (se in primavera o in autunno, ancora non lo sappiamo). Sono l’intervista di Giorgia Meloni sul New York Times (21 agosto), la lettera di Giuseppe Conte a Repubblica (21 agosto) e l’intervista di Elly Schlein a Milano Finanza (22 agosto).
Nell’intervista al New York Times, quotidiano inviso a Trump, la Presidente del Consiglio affronta temi chiave che spaziano dalla politica estera alla visione dell’Italia, fino alle sue personali convinzioni. Ribadisce la scelta atlantica e il sostegno all’Ucraina, ma ammette che si aspettava una collaborazione più facile con Trump, a motivo della visione comune in particolare sulla gestione dell’immigrazione e sul contrasto alla cultura “woke”. Intendendo con questo termine l’insieme di posizioni che vanno dall’inclusione sociale al riconoscimento dei diritti civili, ma anche ad eccessi come l’eliminazione delle diciture di “padre” e “madre” sostituite da “genitore 1” e “genitore 2”, o la sostituzione dell’asterisco (o schwa) alla vocale finale delle parole che definiscono il femminile o il maschile. Meloni in definitiva si riconosce nella stessa cultura politica di Trump, feroce verso gli immigrati e nella discriminazione verso culture e fedi diverse dalla propria. Ma ancora non capisce perché Trump l’abbia pubblicamente e pesantemente umiliata, definendola inaffidabile e affermando di aver fatto una foto con lei solo perché “mi faceva pena”. Rievocando la sua militanza giovanile nell’estrema destra, Meloni non ha espresso alcuna presa di distanza dal fascismo e dai suoi metodi violenti di repressione di ogni dissenso e di ogni libertà, con cui Mussolini e il regime conquistarono e gestirono il potere facendosi dittatura. Non che gli italiani si aspettassero un passo del genere, ma sul piano internazionale questo l’avrebbe resa più credibile e affidabile per quell’area moderata con cui Meloni vorrebbe accreditarsi in Italia e in Europa.
Anche il leader 5 Stelle Giuseppe Conte, in singolare sintonia con Meloni e in scia ai democratici americani che stanno facendo retromarcia sulla radicalizzazione della cultura woke, l’ha stigmatizzata attribuendola alla deriva dogmatica della sinistra italiana e del Pd. Perché “non è con il woke che la sinistra può fare giustizia”. La politica del Campo largo - secondo Conte - deve ripartire dalle esigenze concrete: lavoro, sanità, potere d’acquisto e diseguaglianze.
Sulla provocazione sono intervenuti altri leader del campo largo, a partire dal verde Bonelli, secondo cui «l’ossatura di una forza progressista deve occuparsi di stipendi, sanità e lotta alla povertà, ma occuparsi dei diritti umani delle persone è altrettanto necessario». L’europarlamentare Pd Dario Nardella ha aggiunto: «Zohran Mamdani – candidato a sindaco di New York – ha vinto senza una parola di teoria, ma impegnandosi su affitti, asili nido, autobus e spesa alimentare».
Nell’intervista a Milano Finanza, la segretaria Pd Elly Schlein, invece di entrare in polemica con Conte, ha spostato l’attenzione sui problemi materiali di famiglie e imprese, spiegando che l’attenzione del partito è tutta rivolta alla crescita economica, al taglio del costo dell’energia e alla necessità di far ripartire gli investimenti. Ha sottolineato come la sua segreteria sia concentrata sul lavoro e sul contrasto alla povertà assoluta, non sulle questioni ideologiche.
La disputa tra Conte e Schlein nella corsa (con le primarie che prima o poi si dovranno fare) al ruolo di candidato del campo largo per la presidenza del Consiglio entra così nel vivo. Se la strategia di Conte è quella di posizionarsi come l’unico difensore dei temi economico-sociali “concreti”, la risposta di Schlein evidenzia la precisa volontà di tenere insieme la battaglia contro la povertà, sul salario minimo e sul sostegno all’industria con le conquiste e le battaglie sui diritti civili.
Se la ricandidatura a premier di Giorgia Meloni, nonostante le quotidiane liti interne alla coalizione, è fuori discussione, la battaglia Conte-Schlein per la leadership del campo largo resta aperta. E si giocherà nella scelta (o nell’equilibrio) tra i due menu: quello ideologico-identitario e quello del realismo sociale.