Per quanto possa essere istintivo, il “noi e loro” sta acquisendo connotati che non promettono nulla di buono. Non si tratta, infatti, di campanilismo o rivalità calcistiche o meccanismi di autoidentificazione che richiedono la valorizzazione delle differenze. Oggi, quello che emerge, non più sottotraccia, ma in modo sempre più conclamato, è un “noi e loro” diverso, anche perché connotato da tratti quasi apocalittici, che lo fanno assomigliare a un escamotage per legittimare il più letterale dei “mors tua vita mea”.
Le morti in mare dei migranti, le vicende di Ceuta e i ristretti orizzonti delle risposte che la politica ha tentato di dare ne sono la dimostrazione. Per troppo tempo, le regole delle relazioni internazionali, dettate dalle potenze globali, hanno comportato che le relazioni economiche e le politiche internazionali fossero concepite e organizzate in termini di competizione (peraltro, falsata) anziché di autentica cooperazione.
Gli Stati più ricchi hanno, dapprima, depredato il territorio dei Paesi più fragili, poi unilateralmente imposto condizioni di commercio insostenibili per quegli stessi Stati, aumentandone l’indebitamento e così, nei fatti, condannandoli al sottosviluppo e alla dipendenza politica ed economica.
I padroni della produzione e del commercio ne hanno sfruttato gli abitanti, ridotti a manodopera a basso costo per sostenere livelli di consumo domestici ipertrofici.
I signori della guerra li hanno armati fino ai denti, concorrendo direttamente alle spirali di violenza e distruzione che hanno dato luogo all’altrettanto proficuo business della ricostruzione, ovviamente, a spese dei malcapitati Stati devastati, attraverso un ulteriore indebitamento oppure tramite la cessione di risorse energetiche o strategiche.
In un quadro del genere, pare incredibile che qualcuno possa smerciare finte soluzioni a buon mercato (elettorale) come remigrazioni o selezioni, all’ingresso dei nostri confini, sulla base della cultura o dell’appartenenza religiosa di chi bussa alle nostre porte.
Senza voler proporre ragionamenti semplicistici e senza neppure voler negare le responsabilità delle classi dirigenti dei Paesi in via di sviluppo, queste misure non hanno senso non solo perché eticamente inaccettabili e in quanto destinate al fallimento, ma soprattutto perché rappresenterebbero l’ennesima applicazione del miope approccio del “noi e loro”.
L’idea che si possa vivere da ricchi in un mondo afflitto dalla miseria, se valutata con onestà intellettuale, implica necessariamente che l’opulenza di chi vive nel benessere (“noi”) sia costruita su meccanismi che generano e fanno aumentare la povertà di altri (“loro”).
La deriva trumpiana, dichiaratamente orientata al “noi e loro”, ha reso evidente che questo tipo di approccio non si esaurisce nelle relazioni internazionali, perché quando saltano i meccanismi solidaristici e collaborativi, anche gli equilibri interni ne risultano compromessi.
Così, all’interno della società americana ma anche, purtroppo, delle nostre comunità, circoli sempre più ristretti di privilegiati convivono con sacche di disagio ed emarginazione via via più ampie.
Eppure, proprio negli Stati Uniti, l’allora Presidente Franklin Delano Roosevelt, aveva espresso una visione di ben altro respiro quando, nel 1941, aveva tratteggiato le quattro libertà umane essenziali che dovevano essere garantite a chiunque nel mondo.
Si trattava della libertà di parola, della libertà religiosa, della libertà dal bisogno (garantita tramite “intese economiche che assicureranno a ogni nazione una sana vita in tempo di pace per i suoi abitanti”) e della libertà dalla paura, vale a dire quella che, per citare il Presidente, “significa una riduzione mondiale degli armamenti a tal punto e in modo così completo che nessuna nazione sarà in grado di commettere un atto di aggressione fisica contro un vicino, ovunque nel mondo”. Si racconta che, rispondendo a un suo collaboratore, che gli aveva fatto notare, provocatoriamente, che i cittadini americani non potevano essere seriamente interessati agli abitanti di luoghi remoti, Roosevelt rispose “Temo proprio che un giorno dovranno esserlo. Il mondo si sta facendo così piccolo che stanno diventando nostri vicini anche gli abitanti di Giava”.
Era il 1941, erano tempi ben più difficili di quelli attuali, per nulla semplici. La storia, purtroppo, da allora, ha preso un’altra direzione; l’auspicio è che non manchino persone di buona volontà che aprano strade nuove.