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Lucia e l’antica tradizione del ristorante La Ferriera da Nona

Storia, curiosità e aneddoti di una vita trascorsa a lavorare nella celebre locanda di Margarita che ha raggiunto i 117 anni di attività

Iva Osenda 29 agosto 2026

Margarita

È un incontro con una donna speciale che ha lavorato tutta la vita nella sua locanda denominata “Da Nona”: un posto dove si respira tradizione ed innovamento grazie al lavoro e alla sinergia di tante generazioni. La nipote sottolinea che tutte le generazioni sono nate e vissute in questo locale: hanno visto cucinare ed hanno partecipato alla vita lavorativa fin da piccoli perché per loro non era un locale era, ed è casa.

Chi è Sibilla Lucia?

Ho 78 anni e ho passato tutta la vita a lavorare nel nostro ristorante “La Ferriera da Nona” a Margarita.

Oggi il vostro locale è un rinomato ristorante nato da una lunga tradizione di famiglia

Mio nonno Sibilla Giuseppe insieme a mia nonna Musso Lucia, della quale porto il nome, furono i promotori di quello che oggi possiamo vedere. Tutto iniziò nel 1909 con l’apertura della panetteria. Non abbiamo trovato registrazioni in Comune dell’atto ma abbiamo trovato la data riportata nel sottotetto della casa. Due piccole stanze: in una un forno a legna e nell’altra la bottega. In seguito la panetteria è stata affiancata da una modesta osteria in quanto il locale era frequentato dai viandanti che con cavalli e carrozze andavano ai mercati di Mondovì e Cuneo. Il locale, posizionato sulla via principale, si prestava per tappe rifocillanti. Poi in seguito alla morte dei nonni, mio padre Giuseppe e mia madre Maria Giraudo hanno continuato ed espanso l’attività. Infatti oltre alla panetteria e all’osteria, hanno aperto un commestibile ed un tabacchino. Il fratello di papà, Giovanni, si è interessato alla gestione della tabaccheria, del commestibile e non solo, vendeva bombole del gas e aggiustava biciclette, mentre i miei genitori hanno proseguito con le attività della panetteria e della trattoria. In questa frazione si è lontani da tutto per cui cercavamo di offrire più servizi per soddisfare le varie esigenze. Nel 1965 è morto mio papà: mamma ed io con fatica abbiamo continuato a fare il pane. In seguito abbiamo deciso di occuparci esclusivamente del ristorante. Quando mi sono sposata ho continuato l’attività con mio marito Luigi Bernelli (detto Gino). Ora hanno le redini le mie due figlie, Carla, Lorena con il marito, e mia nipote Lucrezia la quale ha introdotto nuove tecniche di comunicazione e marketing.

E la panetteria?

Si facevano poche forme di pane: i “micconi”, la “rissa” la cui fetta si adattava bene a fare le “some d’aj” (pane, aglio e olio) e i “rubatà”, formato simile ai grissini. Su ordinazione potevi avere i grissini all’ acqua. Alcuni portavano la farina e in cambio prendevano il pane che era pronto in tarda mattinata in quanto le persone passavano per l’acquisto verso l’ora del pranzo. I mendicanti si sedevano fuori e si dava loro una pagnotta con un piatto caldo di minestra. Si facevano i salami in casa e si mettevano sopra il forno ad asciugare su sacchi in canapa. Nel corso degli anni e durante le varie ristrutturazioni il forno è stato murato all’interno dell’edificio. Per cui è ancora qui con noi perfettamente integro.

Lei è rimasta vedova giovane e alla morte del marito voleva vendere l’attività?

E sì, quando è morto mio marito mi son sentita persa: lui aveva una bella testa. Subito ero scoraggiata, volevo vendere ma una voce dentro mi impediva di compiere il passo. Poi le figlie mi hanno affiancata e così la tradizione ha continuato. Sono contenta e fiera della scelta fatta. È stata dura ma ne è valsa la pena.

Com’è nato il nome “Nona”?

La panetteria e l’osteria erano denominate comunemente “La Ferriera” ossia portavano il nome di questa frazione di Margarita. Era chiamata La Ferriera perché, proprio qui vicino, lavorava un fabbro di nome Ramondetti. Mia mamma Maria, veniva chiamata comunemente “nonna” in famiglia e dai clienti. Da sempre è stato un locale che ha privilegiato il rapporto umano, l’amicizia e la capacità di far sentire “a casa” e a proprio agio le persone. Nonna, che poi diventava “Nona” in lingua piemontese, è rimasto l’appellativo di mia madre. In seguito a lavori di ristrutturazione era doveroso dare un nome all’attività per cui spontaneamente il locale è diventato “La Ferriera Da Nona”.

“La Ferriera da Nona” oltre ad essere un locale commerciale è anche un posto di ritrovo per i frazionisti?

Già i nonni con i loro sette figli vivevano qui dove lavoravano: prima di essere un locale era casa ed è casa. A Margarita c’eravamo solo noi ad avere il televisore ed il telefono. Ricordo quando la sera finito Carosello iniziava la trasmissione di Mike Bongiorno: arrivavano i vicini dopo un’intensa giornata di lavoro. Si spostavano i tavoli e si posizionavano le sedie. Lo spazio era ristretto, chi non riusciva ad entrare, si accontentava di guardare da dietro la finestra. Anche il telefono era un servizio alla comunità: a volte dovevamo andare a chiamare qualcuno presso l’abitazione perché era atteso da una chiamata. Il telefono a contascatti era nella cabina posta all’interno del locale. I ragazzi stavano ore alla cornetta a parlare con le ragazze. Fuori, ben esposta, c’era la ruota che segnalava la presenza del telefono pubblico. Nel bar si giocava a carte: lunghe partite a tresette e scopa allietavano le serate. Era un luogo di ritrovo per i frazionisti e per chi abitava nelle campagne. Negli anni ’60 a mezzanotte i locali dovevano chiudere. Ricordo che una sera era passata la mezzanotte e una pattuglia di carabinieri aveva bussato alla finestra dell’osteria: ci fu un fuggi, fuggi generale che finì col pagamento di una multa da parte nostra e di tutti i presenti. In quegli anni un cliente di nome Peppino alloggiava da noi per lunghi periodi; così Paulin, per trent’anni ha mangiato pranzo e cene qui perché era solo. Si sedeva nel bar con Nonno Gino e facevano lunghe chiacchierate. Nella frazione Santa Maria (sotto Chiusa Pesio) posta poco distante, all’epoca c’era la scuola elementare: abbiamo ospitato in casa la maestra che arrivava da un paese oltre Mondovì.

Negli anni sono passati personaggi famosi?

Anni fa, la prima settimana di agosto, passava in zona una corsa in bicicletta e il signor Tealdi organizzava la cena del club degli “Amici di Coppi”: in questa occasione hanno mangiato qui Marco Pantani, Francesco Moser e molti altri campioni del “Giro d’Italia”.

Oggi ospitate molti pranzi di matrimonio. In che anni avete iniziato e com’è cambiata la cerimonia?

Abbiamo iniziato negli anni ’70 con i matrimoni. È cambiato tanto: ora è tutto più bello e più curato, una volta era tutto “più alla buona”. In quegli anni se gli sposi avevano cinquanta ospiti veniva considerato un matrimonio importante, un “grosso” matrimonio. Ci si sposava solitamente di domenica, il 25 aprile oppure il 1 maggio, a Pasquetta, e a S. Stefano.

Dopo mangiato si cantava: generalmente un ospite suonava la fisarmonica per accompagnare il canto. Poi verso gli anni ’80 è nata la moda dei complessini: due musicisti animavano il pomeriggio.

Com’era negli anni ‘70 un classico menù di nozze?

Gli sposi prendevano visione del menù insieme ai genitori; non si usava fare un pranzo di assaggio come è di moda oggi, semplicemente ci si accordava sul numero di portate. Il menù era sempre lo stesso, non c’era molta varietà. Erano i cibi della tradizione contadina. Non si usava servire l’aperitivo, il pranzo iniziava con gli antipasti: uova e pomodori ripieni, acciughe arrotolate con il bagnetto verde, l’insalata russa, il vitello tonnato, la carne alla “zingara” e i vol-au-vent. A questo punto era d’obbligo il fritto misto. Poi si proseguiva con due primi tra cui i famosi ravioli di “Nona”, i secondi e si finiva con la tradizionale torta nuziale.

Inizialmente si faceva solo il pranzo poi iniziarono a richiedere anche la cena; il menù era sempre: un antipasto, cappelletti in brodo e bollito con insalata verde. Le intolleranze alimentari non si conoscevano e le persone mangiavano tanto con appetito perché a casa c’era poco.

Ha menzionato i famosi ravioli di “Nona”, ce li racconta?

La nonna iniziava alle sei del mattino del giorno del matrimonio a preparare i ravioli: li metteva su delle assi di legno ad asciugare. I ravioli della nonna sono di due tipi: quelli ripieni con riso, carne e verdura e i “ris e coi” (riso e cavolo). La ricetta ancora oggi è sempre quella. Tutt’ora preparo a mano i ravioli. Ad ottobre a Margarita si festeggia la sagra del cavolo ed io, anche in quella occasione, preparo i ravioli.

Cosa le manca di quegli anni?

Si lavorava tanto come oggi ma era tutto più semplice. La gente aveva poco, era più serena, si accontentava. Anche il mangiare era rustico ed essenziale. Eravamo tutti più tranquilli. Nessuno parlava di ferie ma, tanti momenti di vita diventavano occasioni per far festa nella semplicità. Il mercoledì, il locale era chiuso: con il marito e le figlie andavamo alla Certosa di Pesio o a Pian delle Gorre a fare il pic-nic. D’estate si preparava la conserva di pomodoro: era un momento conviviale e giocoso, giornate spensierate piene di voci di bimbi e adulti indaffarati. Ognuno aveva il suo compito, eravamo tutti coinvolti in qualche mansione.

Un ricordo particolare della sua infanzia?

Ero piccola e mia madre mi mandò a prendere dalla nonna del brodo contenuto in un “barachin” (contenitore del latte in alluminio). Volendo aiutare gli adulti aprì il coperchio e mi rovesciai il liquido bollente addosso. Ero ustionata su più punti del corpo. Nei giorni seguenti i veterinari Fenoglio e Tassone erano in zona per visitare le mucche e mia mamma mi affidò alle loro cure: guarì perfettamente.

“Da Nona” festeggia i 117 anni. Una lunga vita?

Questo locale ha festeggiato 117 anni di vita: tutto questo non sarebbe stato possibile senza la lungimiranza dei miei nonni e genitori, la capacità relazionale di mio marito Gino e l’intraprendenza dei miei figli e ora nipoti. Voglio ringraziare tutti coloro che hanno fatto parte di questa storia: la famiglia, i collaboratori e i clienti che ci hanno sempre dato fiducia. Ognuno ha messo un pezzo di sé contribuendo in modo unico e originale a rendere possibile il tutto. Ricordo con piacere anche coloro che hanno percorso un breve tratto di strada con noi. A modo loro ognuno ha lasciato un’impronta e ha permesso a questo locale di essere quello che oggi è.

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