editoriale

L’Odissea di Nolan e l’immagine di un Ulisse contemporaneo

Anche oggi assistiamo a conflitti atroci che sembrano aggredire le basi della civiltà, oltre a fornire morte e distruzione civili impotenti e disarmati

Andrea Pascale 09 agosto 2026

Cuneo

Finisce così il fi lm di Cristopher Nolan, il fenomeno cinematografico dell’anno, un’opera destinata a far parlare e a produrre recensioni ad ampio spettro, dallo sguardo ipertecnico della metodologia con cui è stato girato, a quello storico/culturale in cui proliferano, fin da ora, osservazioni critiche sull’adesione più o meno letterale al poema.

Senza addentrarci in analisi improbabili, c’è qualcosa di psicologico che potrebbe bastare per rendere memorabile questa ultima fatica del regista britannico: lo sguardo perso e confuso di un Ulisse quanto mai umano, un flash back che accompagna tutta la narrazione del fi lm e che evidenzia lo smarrimento di un uomo forte, furbo e coraggioso, che proprio nel momento epico dell’inizio della vittoria inizia a perdersi, inizia a perdere sé stesso… Ulisse è sempre “antrophos”, paradigma dell’essere umano ed emblema di tutti noi, ma la versione scelta da Nolan non è quella aderente a secoli di ammirazione per la sua astuzia e per la capacità di ottenere la vittoria, bensì quella di un guerriero traumatizzato e completamente immerso nel senso di colpa. “…bruciare le mura della città, fu bruciare il mondo intero…” In questa frase, parte di un bellissimo dialogo tra Ulisse e Penelope prima del massacro dei Proci, c’è la cifra più toccante e profonda di un senso di colpa che ritorna costante in tutta la narrazione scelta da Nolan. Odisseo si trova ad osservare la riuscita del suo piano e a contribuire alla distruzione di Troia senza avere nessun tipo di orgoglio nè trionfalismo: l’orrore che gli si pone davanti è l’inizio della sua ferita interiore e del suo smarrimento. Non solo l’angoscia post traumatica che vive ogni soldato davanti all’uccisione di civili innocenti, ma anche la terribile sensazione di aver provocato una devastazione che si propaga come un magma sul resto del mondo conosciuto, intossicando inesorabilmente le basi della civiltà. Il film si concentra su questo messaggio attingendo a basi storiografiche : l’ipotesi che gli stessi Greci, fondatori di una delle società più evolute e progredite dell’antichità, siano complici e iniziatori del processo inverso, dell’imbarbarimento e della regressione violenta e spaventosa, che si incarnerà, secondo gli storici, nella presenza dei “Popoli del Mare”, un orda che ha razziato e distrutto le coste del Mediterraneo nei secoli attorno al 1200 a.C. (E. Cline, 1117 a.C. Il collasso della civiltà). E’ qui che il fi lm ci propone una rifl essione che da psicologica, trauma e senso di colpa di Ulisse in quanto individuo, diventa sociologica : le sue azioni, unite a quelle degli altri guerrieri, innescano il processo di distruzione che fa tornare indietro tutto il mondo, dando inizio ad un epoca buia che provocherà il collasso dell’età del bronzo . E tutto ciò è correlato ad un tradimento fondamentale, quello della “xenia” ovvero la legge di Zeus che protegge e rende sacro l’ospite, in tutte le sue forme: straniero, mendicante, sconosciuto, antagonista … Ulisse vive la sua ferita più lacerante: è lui il responsabile dell’inganno che romperà quel patto sacro e che arriverà ad offendere definitivamente gli dei. Attraverso un falso dono, un ribaltamento di un patto anch’esso inerente alla legge sacra dell’ospitalità, che sembrava offrire non solo una tregua ma una resa defi nitiva, l’eroe diventa il profanatore della legge di Zeus e il distruttore di una fondamenta religiosa che regge tutta l’esperienza umana fi n lì costruita. E la catastrofe sociale diventa più chiara e consapevole solo grazie ad un processo psicologico preciso : il ritorno a casa… È il nostos, il ritorno, di cui parla bene Massimo Recalcati nel “Complesso di Telemaco”, quel processo mentale che inevitabilmente costringe a tornare sui propri passi, a ripercorrere la strada a ritroso, a tornare all’origine, per ritrovare se stessi. “Dove si va? Sempre verso casa…” diceva il poeta Novalis. Questo succede a Ulisse superando altri suoi bisogni umani e terreni, come la curiosità, l’avventura, la scoperta, l’inedito, il mistero… Tutto viene attraversato e vissuto, sempre con la costante sensazione di un pezzo mancante, di una necessità di chiarezza, di una sete di consapevolezza… Luce che viene ritrovata nell’incontro con Penelope che lo attende con una fede smisurata e che ascolta, clemente, le miserie dell’uomo Odisseo. Le parole di profonda afflizione e disperazione, così commoventi e autentiche richiamano un discorso altrettanto toccante, nel primo dei poemi omerici, l’Iliade: lo sfogo di Achille, dopo che Agamennone gli ha sottratto l’amata Briseide… Anche qui emergono parole controverse in opposizione ad una guerra che sembra stupida e inutile. La nostalgia per la madre Teti, per la propria isola e per la pace della sua casa, soverchia la foga dei guerrieri che cercano di convincerlo a tornare in battaglia, e su tutti aleggia il non-senso della guerra. Nolan rilegge le gesta di Ulisse, richiama a tematiche omeriche che si espandono oltre la stessa Odissea, si fonda su ricerche storiche profonde e plausibili. In questa operazione attualizza il tutto, richiamando, con coraggio, alla fase che il mondo sta vivendo: anche oggi assistiamo a confl itti talmente atroci e ingiusti che sembrano aggredire le basi della civiltà, oltre a fornire morte e distruzione a masse di civili impotenti e disarmati. Dal centro di un paese che tanto ha contribuito al progresso dell’umanità, così come è successo per gli Achei, parte l’innesco e la complicità in un conflitto vergognoso che deturpa ogni concetto di democrazia, di progresso e di coscienza civile, riproponendo agli occhi di tutto il mondo l’orrore del genocidio. Nolan usa il “suo” Ulisse per impedire che si dimentichino così facilmente gli errori del passato. I titoli di coda stanno scorrendo, gli spettatori iniziano a disperdersi. Tra i commenti che iniziano incalzanti ne colgo uno in particolare, quello di un ragazzo che si rivolge al padre e dice “… sembra un fi lm pensato per quello che sta succedendo in Palestina…”

Cinema Film Odissea Nolan Editoriale