editoriale

Nel rapporto tra un uomo e una donna il peccato è il dominio dell’uomo sulla donna

Sessualità, passione e amore nel vecchio e nel nuovo testamento

Angelo Fracchia 07 agosto 2026

Cuneo

Ci ricolleghiamo in qualche modo alla rifl essione della settimana scorsa. Là era la considerazione della nudità parziale in luoghi sacri, oggi globalmente sul rapporto con il sesso. Ossia quella dimensione dell’umano che l’antica considerazione teologica morale riteneva sempre gravissima, con la sintesi che «Sul sesto (comandamento) non si dà mai peccato veniale», sul quale peraltro era stata fatta confl uire tutta la rifl essione sul sesso, non solo, come nell’originale, sull’adulterio. Questa è la prima considerazione da fare. Non è solo il Primo Testamento a escludere qualunque possibilità di intimità fi sica al di fuori del matrimonio, per ragioni che sono anche simboliche (in quanto il matrimonio è visto come immagine del rapporto tra Dio e il suo popolo), ma anche Gesù rafforza una volta tanto la legge, ratifi candone l’obbligo anche per la parte maschile, a costo di andare a correggere la legge di Mosè. Ai dottori della legge che gli chiedevano infatti quale fosse una ragione suffi ciente per cui l’uomo ripudiasse la moglie, Gesù esclude ogni possibilità di ripudio, da entrambe le parti. Gesù, tra l’altro, non si limita a ribadire in toni nettissimi l’indissolubilità del matrimonio (benché anche su questo dovremo tornare), ma la giustifica non con il fatto che rimandi simbolicamente all’unione tra uomo e divino, bensì con l’idea che quella dimensione sia quella pensata dal Padre fi n dall’inizio, è la modalità umana più autentica, è quella che ci fa vivere nel modo migliore possibile, più umano e profondamente completo. Su questa base, però, la tradizione ecclesiale ha a volte costruito castelli enormi su basi fragilissime. Si è in fondo guardato con sospetto al piacere sessuale in ogni condizione e situazione, come se fosse in sé sempre un male, benché un male riscattato dal bene dei fi gli quando fosse vissuto all’interno del sacramento. Non è un’immagine biblica, chiaramente. Anche nel Primo Testamento di sesso si parla ma non moltissimo, e senza indulgerci. Certo, ci sono passioni e brame, ci sono delitti e violenze, ma sembra chiaro che in ognuno di quei casi a essere rimproverato non è il desiderio, bensì la violenza e il dominio. Per non proporre che un paio solo di esempi tra i tanti possibili, la violenza di Amnon su Tamar è disgustosa (2 Sam 13), ma «è peggiore» l’odio che poi lui prova per lei scacciandola. E non si rimprovera per nulla la reazione esagerata di Giacobbe alla vista della amatissima Rachele (Gen 29,10-11): rotola via la pietra che veniva spostata solo da molti uomini insieme, la bacia in pubblico e scoppia in lacrime. (A dire il vero, sembra che non si censuri neppure l’incesto con cui le figlie di Lot provvedono ad assicurare una discendenza al padre, poiché credevano erroneamente che non avrebbero più visto altri: Gen 19,31-38). D’altronde, il comando divino a tutti gli esseri viventi è di “crescere e moltiplicarsi”, contro le divinità babilonesi che erano infastidite dal chiasso della vita, e nel terzo capitolo di Genesi si suggerisce che nelle relazioni umane esista il problema del dominio maschile sulla donna, ma che la passione di lei sia invece il bene che non ne viene comunque soffocato. Nella triade di parole dette da Dio alla coppia, infatti, si dice che la donna partorirà con dolore ma farà molti figli, che l’uomo trarrà con sudore dalla terra il pane ma riuscirà a sfamarsi, e, appunto, che «verso il tuo uomo sarà il tuo desiderio, ma lui ti dominerà», in un parallelismo che lascia intendere che il problema, come detto, non sia il desiderio ma il dominio. Non è un caso, allora, che le stesse parole (desiderio e dominio) tornino nel capitolo successivo, nelle parole di Dio a Caino, invitato a stare in guardia verso il peccato, perché «verso di te è il suo desiderio, ma tu dòminalo», in quanto tra uomo e peccato non si può dare quel rapporto alla pari, quindi libero, che si dà tra uomo e donna. Ed è ancora meno un caso che invece nel Cantico dei Cantici la promessa sposa sogni il paradiso, ossia che «il mio desiderio è verso il mio amato, e il suo verso di me», senza traccia di dominio (Ct 7,11). Possiamo proprio opportunamente finire con il Cantico dei Cantici, letto spesso in senso metaforico per illustrare il rapporto tra Dio e l’umanità, con una metafora che è fatta propria anche da diversi profeti e dall’autore della lettera agli Efesini e ai Colossesi, ma che innanzi tutto parla dell’amore tra un uomo e una donna, anche in termini decisamente carnali e sensuali. E fa parte del canone biblico, perché, come scriveva Paul Beauchamp, «offende l’amore tra un uomo e una donna chi crede che per trovare un senso religioso al Cantico, occorra cercarvi altro».

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