Lorenzo, dove nasce la passione per le campane e il loro suono?
Quando ero bambino la domenica mattina andavamo al Catechismo: quel mattino ha attirato la mia attenzione il suono particolare della campana e la presenza di quell’omino che era il sacrestano, in cima al campanile intento a suonare.
Quale suono ha udito quel mattino?
Era una melodia particolarmente armoniosa; ho scoperto solo anni dopo essere il “Segn dubi” ossia il “segno doppio”: la somma del suono disteso della campana grande più i rintocchi, suonata con il battacchio legato ad una corda che arriva a terra, detto anche in piemontese “soupet”.
Poi in età giovanile ha potuto affiancare il “sacrista” Giuseppe Viada?
Viada era amico di mio nonno Giuseppe, allora colsi l’occasione e chiesi di intercedere: il sacrestano accettò volentieri. Lo accompagnai diverse volte ed ebbi occasione di osservarlo suonare. Era bravo ma un po’ geloso del suo sapere, dovetti imparare da autodidatta.
Come nasce una campana?
La campana è composta da tre parti: il corpo o parte vibrante, il battaglio che la percuote e la struttura di sospensione, detto ceppo, posto su due perni che permettono l’oscillazione della campana. La campana è di bronzo, una lega di rame e stagno. Nei tempi passati si fondeva direttamente sul posto perché il trasporto risultava essere troppo dispendioso per cui si spostava il fonditore con le dime di legno trasportate su di un carro. Facevano una grossa buca nel terreno dove veniva posto lo stampo creato con mattoni e malta; gli abitanti portavano tutte le loro vecchie pentolacce di stagno e rame. Per non lasciare aderire il materiale indurito, gli stampi venivano unti con grasso di animale. Tutti i materiali di partenza erano disponibili in loco.
In quali occasione si suonavano le campane e quali suoni distinguono i vari momenti?
Per avvisare i fedeli dell’apertura imminente della celebrazione della S. Messa, durante i giorni feriali, si suona mezz’ora prima dell’inizio, un’ora per i giorni festivi utilizzando appunto il segno doppio. Questo particolare suono viene riprodotto anche nel mezzogiorno del festivo. Un quarto d’ora prima dell’inizio della funzione si suona la “ciuchetta” (suono della campana piccola); cinque minuti prima i tre rintocchi come ultimo richiamo rivolto ai fedeli. L’Ave Maria era un suono che accompagnava il sorgere e il calare del sole: era compito del sacrestano attendere a questi momenti. È un richiamo alla preghiera: i momenti in cui si prega l’Angelus e prevede tre Ave Marie. Il sacrestano suonava la campana grande distesa in caso di grandine per scongiurare la perdita del raccolto; durante la Benedizione Pasquale delle case, chiedeva in cambio una questua ai contadini. Ricordiamo il suono della “Pasà” ossia del trapasso per avvisare di un funerale. I “bot lung” (i botti): due indicano che è morta una donna, tre che è morto un uomo. Un tempo, in alcune zone, la campana, in base al suono, poteva dare informazioni precise sul defunto, ad esempio, se era giovane o anziano, se era il sindaco o il prete e così via. Il suono delle campane viene sospeso durante il Triduo Pasquale e riprende al Gloria della Veglia Pasquale con suono solenne e festoso per la Resurrezione di Nostro Signore. In chiese dotate di molte campane ricordiamo anche il suono della “Tribauda” con la campana maggiore “a bicchiere”: melodia molto estesa dove la campana si configura completamente capovolta.
E la Baudetta?
Le ore e la baudetta vengono suonati sulla parte esterna della campana sul punto di massimo spessore là dove si trova la nota principale. In montagna solitamente c’è una sola campana tendenzialmente piccola, per cui per creare un suono diverso occorre obbligatoriamente salire e usare i martelletti in rame. Si suona percuotendo la campana anche ad altezze diverse in modo da ottenere suoni festosi. Viene suonata solo alle feste comandate: Natale, Pasqua, per la festa Patronale del paese e in occasione del Corpus Domini. Inoltre il sacrestano in tale occasione, suonava la “Baudetta” a mezzogiorno del giorno antecedente la festa e a mezzodì dello stesso.
In zona abbiamo delle ditte che si occupano di fondere e creare le campane?
Due nomi in particolare firmano le campane del nostro territorio: Mazzola e Vallino. I Mazzola iniziarono a fondere campane nel 1400; l’attività è stata tramandata di padre in figlio per secoli partendo dal capostipite Francesco fino ad arrivare agli anni 2000 con Achille. A Valduggia, in provincia di Vercelli tutt’ora è presente un museo voluto dalla famiglia. L’attività è stata rilevata dall’azienda ECAT con sede a Mondovì che ha dato l’avvio tra gli anni ’60 e ‘70 all’elettrificazioni delle campane. La fonderia Vallino è stata chiusa probabilmente nel 1916; sono tante le campane con questa firma. Le caratterizza un suono chiaro e intonato.
Come si può capire a quale fonderia appartiene la campana?
È sempre presente un cartiglio all’interno della campana su cui sono riportate informazioni precise: nome del fonditore, data di fusione, il nome del paese, la dedica al Santo Patrono e altri santi. Sulla corona di sostegno, la ditta Mazzola poneva sempre un viso d’angelo, un capolavoro! Tipiche anche le foglie poste sulla campana. Mentre la ditta Vallino è caratterizzata da una iconografia più semplice e lineare.
Le campane delle chiese di Tarantasca?
Le campane della chiesa Parrocchiale sono due: quella grande pesa 670 kg per un diametro di 107 cm, è stata costruita dalla ditta Mazzola nel 1935 ed è issata ad un ceppo in ghisa. Riporta lo stemma del comune di Tarantasca. Quella piccola ha un diametro di 70 cm ed è sostenuta da un ceppo in legno. È stata fatta nel 1878 da Vallino. Hanno due note di un accordo in FA, il “fa” e il “do” e sono molto intonate singolarmente e tra di loro. Le campane sono state suonate manualmente dal sacrestano Viada fin verso gli anni 2000, poi vennero elettrificate dalla ditta ECAT. Sul campanile della Confraternita è presente una sola campana fusa da Achille Mazzola nel 1919 con dedica a Santa Croce e rimane tutt’oggi manuale. Spesso nei paesi con il solo campanile senza Torre Civica, come nel caso di Tarantasca, le campane ed il pendolo sono generalmente di proprietà del Comune in quanto il suono delle ore è a carico dello stesso.
In che modo lei effettua il censimento sulle campane locali?
Quando salgo su un campanile in genere scatto delle foto alle campane poi segno la data di fonditura, il nome del fonditore, il materiale su cui sono inceppate, il diametro e annoto le scritte. I fonditori hanno delle tabelle consultabili dove in base al diametro puoi verificare la nota predominante.
Una curiosità?
Dove c’erano almeno quattro o cinque campane, per suonare la baudetta, si usavano delle grosse tastiere di legno legate ai battacchi all’altezza delle campane stesse: suonavano con i pugni e ogni tasto corrispondeva ad una nota. Si riuscivano a creare facilmente delle melodie. Dagli anni ‘70 questi meccanismi furono gradualmente sostituiti con elettro-battenti ma, spesso sul quadro elettrico è ancora presente una porzione di tastiera da pianoforte su cui è possibile suonare in modalità semi-manuale.
In relazione al detto “stonato come una campana”, le campane possono essere stonate?
Sì, in effetti ci sono campane stonate sia come suono isolato con presenza di molte armoniche e sia stonate tra di loro, intese come concerto.
Lei ha recuperato il pendolo che si trovava nel campanile di Tarantasca. Cosa c’entra il pendolo con le campane?
Il pendolo faceva girare le lancette dell’orologio e faceva anche azionare il martellone che batteva le ore. I pendoli sono stati rimossi per essere sostituiti dai meccanismi elettronici. Il pendolo antico del nostro campanile l’ho restaurato ed è in Comune. L’ho smontato, pulito e rimontato pezzo per pezzo. Anticamente veniva caricato manualmente.
È una tradizione interessante che purtroppo si sta perdendo. Come fare per evitarne l’oblio?
Penso sarebbe interessante fare dei corsi per i ragazzi affinché rimanga la memoria e si tramandi la tradizione.