
L’Hercule Poirot di Cesare Damiano si chiama Puccio Melò. Arrivato con la famiglia dalla Liguria si era fatto strada prima studiando e lavorando, poi nella polizia fino a diventare commissario. È una descrizione che sembra fare il paio con Cuneo, la città in cui vive. Città tranquilla, “dove la gente mormora”, però non va più in là di qualche pettegolezzo.
È il settembre 1956. L’autore lo dichiara all’inizio, ma poi si premura di ricordarlo sempre affidandosi a piccole note di costume per dare con discrezione le coordinate temporali in cui ambientare i fatti. Sono le riviste sui tavolini, da Intimità a Grand Hotel, o i titoli dei film visti al cinema Corso o il passaggio di Hemingway nella pasticceria Arione. Piccole annotazioni che si completano nel punteggiare ogni pagina con qualche parola in piemontese, quasi lasciando assaporare un’aria di casa che non si dilegua neppure quando gli eventi precipitano.
Un “mago” viene assassinato. Poi arriva la notizia che a Bologna ha fatto lastessa fine un notaio. Omicidi che hanno in comune tredici giacche confezionate da un solo sarto cuneese, Lauricella, e altrettanti diamanti trovati in casa del mago. Difficile non collegarli.
Ma l’autore sembra avere sempre come punto di riferimento il commissario creato da Agatha Christie. Accumula particolari seguendo i personaggi che si muovono senza correre. Poi affida ampio spazio alle deduzioni di Puccio Melò, come Poirot, per la soluzione del caso. È lui che si pone domande e con meticolosità rimette insieme i tasselli costringendo il colpevole alla confessione attraverso la ricostruzione dei fatti.
La congrega dei 13
di Cesare Damiano
Editrice Round Robin
euro 16