
Quattro personaggi intrecciano le loro esistenze attraverso le parole scritte o dette, attraverso dialoghi a distanza o in presenza. Sono i messaggi in bottiglia che affidano alle onde della vita. Certo, il caso provvederà a farli giungere a destinazione, ma Luca confessa di non credere del tutto a questo caso. Forse c’è qualcosa in più, anche se mai si dà con chiarezza alla vista.
Sono personaggi che in modi diversi si confrontano con la morte, senza però mai cadere nel tranello della disperazione. Nessun buonismo, nessun tentativo di edulcorare il momento supremo, però. È pensiero costante di tutti. A ricordarlo ci sono le malattie. Eppure questi messaggi sono fremiti di vita non come reazione al morire, ma come esperienza umana della felicità fragile, ma piena di vitalità.
Scrivere è lasciare dei segni, confessa Luisa. Segni di inchiostro sulla carta, soprattutto segni di vita affidati ai lettori. È affermare una presenza che continua pur nella lontananza fisica. Scrivere “non per lasciare un ricordo, ma per stabilire una relazione”. Il diario di Matteo consegnato da Maria, la moglie, al nipote Luca diventa testimone di un’esistenza e dei valori che l’hanno retta deposta nelle mani di chi continuerà il cammino. Luca stesso conosce il nonno solo attraverso il suo diario.
Lo comprende anche Luisa che prende anche lei a scrivere e lo ribadisce nel gesto dell’usare vecchi mobili e attrezzi “un modo per continuare ad avere un rapporto”. Del resto la fragilità dell’uomo trova riscatto nel domani: “siamo vapore che appare e poi scompare (…). Ma non per questo rinunciamo a cercare con ostinazione di lasciare una labile traccia di noi, una serie di orme sulla sabbia”.
Se la parola è strumento, la relazione è il fine “perché è solo questo, la vita, una relazione fra un tu ed un io; il resto è nulla, è tempo sprecato”. Non a caso Matteo, ex frate, sottolinea la profondità delle parole che si usano in convento: fratello, padre. Non modi di dire, ma espressione di una relazione profonda. Non a caso gioisce allorché gli si “riaprono” le porte del convento: non come perdono, ma come rinnovata relazione.
È in questo groviglio di emozioni che si ritrova il senso di queste pagine. Sono sull’orlo della morte eppure parlano di vita. E conducono fino al limite del sacro. È un’altra costante: il rimando alla Scrittura, letta nell’ottica dell’umano, a un “Dio galantuomo che non bara al gioco e pretende altrettanta serietà”. Non si chiama in causa un Dio consolatore: la malattia e il dolore lo metterebbero in crisi. Nonostante ciò Luisa confessa “proprio nei giorni del dolore estremo riesco, per la prima volta, a vedere, dietro la parola Dio, un volto paterno che pare quasi guardarmi con un accenno di sorriso”. E chiude il cerchio con una certezza: “Dio, se esiste, deve per forza nascondersi nella relazione fra un tu ed un io”.
La ricchezza di questo “diario” a quattro voci soliste è tutta in quest’ottica laica che getta uno sguardo comprensivo sulla vita in cui trovano posto l’amore, la fede, le domande senza risposte, il genuino intreccio di sentimenti, la scoperta di uno sconosciuto e in ultimo un “egoismo altruista”.
Messaggi in bottiglia
di Lele Viola
Editrice Primalpe
euro 13