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editoriale

La vita conta di più

Il caso Roggero e la lettura proposta dalla Bibbia nei “dieci comandamenti” sul rapporto tra la vita umana e beni materiali frutto del lavoro umano

Angelo Fracchia 26 luglio 2026

Cuneo

È stato difficile, in quest’ultima settimana, non sentire richiamare il processo a Mario Roggero, e non solo perché la sua vicenda è accaduta nel Cuneese. Non voglio aggiungermi alle molte voci che affiancano alla sentenza della magistratura le loro valutazioni, anche perché il mio sarebbe un parere da incompetente. Condivido però alcune riflessioni sulla vita e sui beni che ricaviamo dalla Scrittura.

Ci concentriamo su un testo notissimo e molto valorizzato tanto dalla tradizione cristiana quanto da quella ebraica, le “dieci parole”, il “decalogo”. Si tratta di una sintesi talmente rilevante che nella Bibbia lo troviamo due volte (Esodo e Deuteronomio).

In due forme quasi identiche e in entrambi i casi in posizioni rilevanti, all’inizio di raccolte legali.

Si tratta di una scelta tutt’altro che scontata o banale: significa che i due autori (o i due gruppi di autori) ritenevano che il decalogo riassumesse bene il senso della legge, al punto che chi ha scritto per secondo (quasi di certo l’autore del Deutoronomio, ma nulla cambierebbe se fosse l’inverso) ha ritenuto che quella pagina fosse scritta talmente bene da meritare di essere ripresa senza cambiarla se non in piccoli particolari.

E qual è il cuore di queste dieci parole? Per capirlo dobbiamo ricordarci che negli scritti biblici antichi, per abitudini culturali, le informazioni più importanti si davano all’inizio, e notare che cosa torna identico in Es 20 e in Dt 5. Tanto la tradizione ebraica quanto quella cristiana, infatti, premettono all’elenco dei comandi quella che sembra un’introduzione, e che si trova identica in entrambi i testi: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, da una condizione da schiavo». Non è un ordine, quindi noi lo trattiamo come un semplice cappello introduttivo. Ma è davvero tale?

Ci si poteva limitare a indicare che quelle che seguivano erano parole di Dio. No, chi ha composto i testi ha voluto ricordare che cosa Dio ha fatto per il suo popolo (liberarlo) e come si presenti da “Signore”, ossia colui che è da seguire. Prendere sul serio questa indicazione cambia il nostro modo di guardare ai comandamenti. Noi tendiamo infatti a pensare che siano regole da rispettare per avere una ricompensa (o per evitare un castigo). Ma chiaramente non si tratta di questo, se si parte da questa premessa intesa così. Dio dice, al suo popolo (noi compresi) che non è solo, che ha una guida e qualcuno che interviene non per farsi servire, ma per liberare. Il primo comandamento («Non avrai altri dèi»), allora, più che un ordine diventa una conseguenza: “Ma se hai me, perché vai a cercare altri che non sono alla mia altezza?”. E così poi anche “non farti idoli”, neanche di Dio stesso. Un idolo è qualcosa che se inserisco i gettoni giusti (sacrifici, preghiere, dedizione) mi offre dei beni (salvezza, fortuna, successo...). Anche un amico può diventare uno strumento per ottenere dei benefici anziché vivere la leggerezza di una relazione gratuita, anche Dio può diventare un idolo. Non perché lo sia, ma perché viene usato così.

E poi ancora: di conseguenza concedimi del tempo di qualità («Ricordati di tenere da parte le feste») e, sorpresa, «Dai peso a tuo padre e tua madre», a coloro dai quali vieni, ricordati che non ti sei fatto da solo. Quindi, e arriviamo al cuore del nostro discorso, «Non uccidere». In questo contesto non possiamo intenderlo come un “non fare questo perché non mi piace”, ma piuttosto siamo chiamati a chiederci: “Perché non dovrei uccidere?”. Perché quella stessa promessa che vivo io, di una vita in cui non sono abbandonato, è anche dell’altra persona. E poi, «non commettere adulterio» (no, non dice “non fare sesso”, ma non andare con un altro partner), perché la vita non si esaurisce nel respirare, ma anche nell’avere un senso, un legame profondo, e questo senso quasi sempre lo troviamo in una relazione più profonda, e romperla è un piccolo omicidio, è uccidere la speranza di vita dell’altro. E poi, ancora, «Non rubare », perché anche i beni sono una parte della nostra vita, come lo è il buon nome a cui teniamo (ottavo comandamento) e la serenità di possedere le cose che abbiamo (gli ultimi due).

Non si tratta allora di “pagare la tassa” dei comandamenti per non avere grane con il Grande Finanziere. Si tratta di cogliere che se la mia vita non è da condurre nel mio autonomo isolamento, se ho la promessa che la mia vita conti per un altro, allora anche la vita tutta, anche quella degli altri, conta. Al suo posto, che è il quinto e non il primo, ma conta. E conta anche la sua speranza di vita, i suoi beni, la sua onorabilità. Ma in quest’ordine.

Le cose che abbiamo, anche quelle materiali, non sono semplicemente un vizio borghese. Anche nei nostri beni, nella nostra casa, nel frutto del nostro lavoro troviamo noi stessi. Chi non rispetta ciò che ho, chi mi deruba, mi toglie un pezzo di vita. E può farlo solo chi è tanto superficiale o disperato da pensare che la sua vita non conti. E anche a loro Dio dice: “Non sei solo”. Ma anche chi toglie la vita nega la salvezza altrui, e questo è ancora più importante anche perché i beni potrei restituirli, la vita no.

Il decalogo, in fondo, riesce ad uscire dalla contrapposizione che abbiamo di nuovo vissuto in questi giorni: non è “beni contro vita”, perché anche i beni garantiscono il mio essere nel mondo. Ma la vita di più. Al punto che, nel primo capitolo di Genesi, nel sogno di Dio sul mondo, persino i carnivori si cibano solo di carne. È come se Dio bambino sognasse, e immaginasse un mondo senza violenza, in cui nessuno deve uccidere. Ingenuo, ma anche trasparente: i beni sono tutt’altro che insignificanti, ma la vita conta di più.

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