editoriale

La nuova legge elettorale e i vecchi giochetti della politica italiana

Meccanismi che non sempre garantiscono la rappresentanza

Davide Sacchetto 25 luglio 2026

Cuneo

Come noto, in questi giorni, la Camera ha approvato la nuova legge elettorale. È stato un passaggio non senza sorprese, con un emendamento (quello sulle preferenze) che è stato bocciato per un solo voto. Circa 30 Deputati della attuale coalizione di governo hanno votato con l’opposizione. Per la maggioranza, dunque, si è trattato di una sconfitta.

Accanto al dato politico, lasciano perplessi le modalità con le quali si è arrivati alla proposta e con le quali è stato portato avanti il dibattito su una legge che, per definizione, è tra quelle destinate a dettare le regole del gioco.

I sistemi elettorali, da un punto di vista strettamente tecnico, sono meccanismi che disciplinano la trasformazione dei voti in seggi, cioè in posti (in questo caso) in Parlamento. Una legge elettorale serve a stabilire chi deve essere eletto sulla base del numero o della percentuale di voti ottenuti all’esito della competizione elettorale. Il sistema proporzionale, ad esempio, prevede che, in una competizione tra partiti, l’assegnazione dei seggi avvenga in proporzione ai voti riportati su una certa base territoriale (nazionale o regionale, nel nostro caso, come avviene rispettivamente per Camera e Senato). Il sistema maggioritario, invece, nella sua versione più “pura” prevede la suddivisione del territorio nazionale in tanti collegi uninominali - cioè che esprimono un solo eletto - quanti sono i seggi da assegnare; la competizione avviene tra candidati e vince quello che ottiene più voti, mentre ai candidati sconfitti non viene assegnato nulla e neppure ai partiti che li hanno sostenuti.

Il punto di vista tecnico, però, non esprime l’importanza politica e gli effetti dei sistemi elettorali, che indirizzano verso percorsi ben precisi, soprattutto per ciò che riguarda il binomio rappresentatività - governabilità. Il sistema proporzionale garantisce una buona rappresentatività, perché l’assemblea eletta esprime le sensibilità politiche dell’elettorato e anche i partiti minori sono rappresentati. Si tratta, però, di un sistema che può generare problemi di governabilità, perché può portare ad alleanze post-elettorali eterogenee se nessuno dei partiti, come capita di solito, ottiene la maggioranza assoluta dei voti. In queste alleanze, talvolta, i partiti minori diventano decisivi e, così, possono influenzare la coalizione di governo (e, quindi, l’intero Paese) ben oltre l’effettivo peso rappresentativo.

Al contrario, i sistemi maggioritari tendono a garantire la governabilità. I candidati sostenuti dal partito che ottiene più consensi nei vari collegi sono i soli a essere eletti e così, ad esempio, un partito che ha il trenta per cento dei consensi, se è quello maggiore, può vincere in molti collegi (teoricamente in tutti) se gli altri partiti non si alleano prima delle elezioni e, divisi, vengono sconfitti nei singoli collegi, anche se di poco. Con il sistema maggioritario, però, si sacrifica la rappresentatività, perché l’assemblea eletta non necessariamente rispecchia il sentire dell’elettorato a vantaggio dei partiti maggiori (un partito con il 30% dei consensi può anche ottenere la maggioranza assoluta dei seggi se vince nella maggioranza assoluta dei collegi) e i partiti più piccoli, destinati alla sconfitta nei vari collegi, non vengono rappresentati.

Queste basilari osservazioni rappresentano solo l’inizio, perché si potrebbe anche ragionare sul doppio turno (che prevede il ballottaggio tra i due canditati più votati se nessuno ha raggiunto la maggioranza assoluta di voti nel primo turno), che tende a premiare candidati moderati, sui quali, nel secondo turno, generalmente convergono i voti di chi non vuole che vinca chi esprime posizioni estremiste, oppure il voto alternativo, le soglie di sbarramento o i premi di lista o di coalizione. Ognuno di questi meccanismi è uno strumento il cui uso ha uno scopo che, ovviamente, dovrebbe essere il punto dal quale partire.

In questi giorni si è dibattuto molto ma, per lo meno questa è l’impressione, riflettuto poco su quello che conta. Molto, se non tutto, ha lasciato il consueto sapore della ricerca del proprio vantaggio, personale o di partito, della manovra di corridoio, della strumentalizzazione di meccanismi nobili e delicati come quelli che traducono il consenso dell’elettorato in candidati eletti. Comunque la si pensi, il nostro Paese meriterebbe di meglio.



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