Serve una programmazione che trasformi la migrazione da emergenza permanente a fenomeno governato
Salvatore Sortino, dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni: diminuiscono gli arrivi ma aumentano le vittime
Maria Gabriella Asparaggio 19 luglio 2026
Il cancello dell’hotspot di contrada Imbriacola si apre lentamente. Entrano in silenzio diciassette persone, tra loro due o tre bambini molto piccoli. Hanno trascorso quattro o cinque giorni alla deriva nel Mediterraneo. I primi a raggiungerli non sono stati i soccorritori delle motovedette e delle Ong, ma alcuni pescatori catanesi, che hanno distribuito acqua e offerto il primo conforto, restando accanto a loro fino all’arrivo della Guardia Costiera.
Per i nuovi arrivati l’hotspot sarà soltanto una tappa: due o tre giorni di permanenza prima di essere trasferiti altrove. Ma quel breve passaggio rappresenta il primo approdo sicuro dopo un viaggio che, per molti, è iniziato anni prima attraversando deserti, violenze e detenzioni.
“È qui che comincia il nostro lavoro”, racconta Salvatore Sortino, dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), davanti ai cancelli della struttura.
Presente a Lampedusa dal 2006, l’OIM è uno degli attori centrali nella gestione degli sbarchi. I suoi operatori affiancano la Guardia Costiera già durante le operazioni di soccorso.
Che cosa fate?
La mediazione culturale inizia in mare. Nei primi momenti la comunicazione è fondamentale: serve a comprendere le condizioni delle persone, individuare le vulnerabilità e, in molti casi, contribuire a salvare vite umane. Una volta sbarcati, i migranti ricevono informazioni sui propri diritti, sui rischi della tratta e dello sfruttamento e vengono individuati i casi più fragili, che necessitano di percorsi di protezione specifici.
Cosa dicono i numeri?
Raccontano una realtà solo apparentemente meno drammatica. Secondo i dati illustrati dall’OIM, nel 2026 gli arrivi a Lampedusa sono diminuiti di oltre il 50% rispetto agli anni precedenti: dai circa 65 mila registrati tra il 2024 e il 2025 si è passati a circa 14 mila persone. La principale rotta resta quella dalla Libia. Tra le nazionalità più rappresentate figurano i cittadini del Bangladesh, che costituiscono circa il 30% degli arrivi, seguiti da persone provenienti da Eritrea, Etiopia e Sudan.
Il Mediterraneo è diventato meno pericoloso?
La riduzione degli sbarchi non significa questo. Anzi. Le vittime continuano ad aumentare in proporzione alle partenze. Dall’inizio dell’anno, ricorda l’OIM, si contano già circa 1.400 morti o dispersi nel Mediterraneo, di cui circa 800 lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Noi vediamo soltanto la punta dell’iceberg. Dietro ogni sbarco si nascondono storie di sequestri, torture, violenze sessuali, estorsioni e detenzioni arbitrarie inflitte dalle reti criminali che controllano le rotte migratorie, soprattutto in Libia. Molte di queste vicende non emergono immediatamente e vengono ricostruite solo dopo settimane di assistenza.
Nel frattempo anche il quadro normativo europeo è cambiato. Con l’attuazione del Nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, cosa succede?
Le procedure alle frontiere sono diventate più rapide e strutturate. Entro sette giorni dall’arrivo devono essere completati lo screening sanitario e di sicurezza, la registrazione biometrica e la valutazione delle eventuali vulnerabilità. Per chi proviene da Paesi considerati sicuri o presenta elementi ritenuti non credibili può essere attivata la procedura accelerata di frontiera, che prevede una permanenza nelle strutture dedicate fino a dodici settimane in attesa della decisione sulla domanda di protezione internazionale. Tra le questioni più delicate rimane quella dell’accertamento dell’età. C’è chi arriva senza alcun documento d’identità e non è raro che vengano registrate date di nascita convenzionali, come il primo gennaio, in assenza di elementi certi. Una circostanza che può rendere complesso stabilire la reale minore età della persona e, di conseguenza, l’applicazione delle tutele previste dalla legge.
Ma il controllo delle frontiere è l’unica risposta?
No. Le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani si adattano rapidamente: quando una rotta diventa più difficile, ne aprono altre, spesso ancora più lunghe e rischiose, come quella atlantica verso le Canarie. A causa del lavoro di gestione delle frontiere svolto da paesi come il Senegal e la Mauritania, la rotta atlantica è stata spinta molto più a sud rispetto al passato. L’operatore spiega che questo fenomeno è una conseguenza diretta del supporto alla capacità di gestione delle frontiere nei paesi di transito: quando un’area diventa più controllata, le reti criminali cambiano strategia per aggirare gli ostacoli, ma la “domanda” di migrazione rimane invariata. L’esistenza di queste rotte letali dimostra che il solo contrasto allo smuggling non è sufficiente; la vera sfida è lavorare contemporaneamente sul rafforzamento dei canali di ingresso regolare per abbattere la domanda che alimenta tali percorsi pericolosi costruendo alternative legali e sicure.
Come?
In questa direzione si muovono il Piano Mattei e il Decreto Flussi, che prevedono quote triennali di ingresso per centinaia di migliaia di lavoratori stranieri. Resta però il nodo dell’incontro tra domanda e offerta: le imprese italiane, soprattutto le piccole e medie aziende, hanno bisogno di personale in tempi rapidi, mentre la formazione nei Paesi d’origine richiede mesi, se non anni. Gli strumenti esistono. Quello che serve è una programmazione di lungo periodo, capace di trasformare la migrazione da emergenza permanente a fenomeno governato. Solo così si potrà sottrarre spazio ai trafficanti e offrire alle persone una possibilità diversa da quella di affidare la propria vita al mare.