Euro digitale e Stato di diritto: tra bene comune e interesse privato
Approvato il regolamento europeo sulla moneta digitale
Davide Sacchetto 19 luglio 2026
Il 10 luglio scorso, il Parlamento Europeo ha approvato il regolamento sull’euro digitale. Si tratta del primo passaggio necessario per elaborare la cornice giuridica che governerà l’emissione e la circolazione della nuova valuta elettronica. A breve verrà avviato il cosiddetto “trilogo” tra Parlamento, Consiglio dell’Unione e Commissione per arrivare ai testi definitivi, poi si passerà all’emissione vera e propria.
Si parla di una fase pilota tra il 2027 e il 2028 e una effettiva introduzione e circolazione nel 2029. Se le scadenze verranno rispettate, dunque, tra meno di tre anni avremo la versione dematerializzata dell’euro, che si affiancherà a quello che già conosciamo e che verrà utilizzata online, oppure, come le altre forme di pagamento elettronico, tramite appositi supporti fisici (come le carte) o anche in modo puramente digitale come, ad esempio, Satispay.
Le ragioni della decisione di intraprendere la strada della digitalizzazione della moneta europea stanno nell’intenzione di sottrarre il mercato dei pagamenti elettronici ai colossi americani e cinesi, con tutto quanto ne consegue in termini di governo della moneta e di risparmio di commissioni per l’intero sistema europeo.
Tutto giusto, in linea di principio, ma con alcune precisazioni. Nei manuali di economia si legge che il denaro assolve a tre fondamentali funzioni: è un mezzo che facilita gli scambi, rappresenta una univoca misura di valore (attraverso i prezzi espressi in moneta) e consente di accumulare riserve di valore (il denaro può essere accantonato per il futuro).
In realtà, la moneta è molto di più e non esaurisce la sua funzione nell’ambito strettamente economico. Basti pensare al suo valore politico e simbolico. Quando, nelle transazioni internazionali, si negozia in dollari, ciò implica un riconoscimento di una forma di supremazia internazionale degli Stati Uniti. Si tratta di aspetti ben noti, ad esempio, all’Inghilterra, che non ha mai voluto rinunciare alla sterlina anche quando, sotto il profilo monetario, si trattava di una divisa debolissima.
Non bisogna, però, fare del denaro ciò che non può essere. Lo ha detto anche la Presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde che, in una intervista a Euronews nell’immediatezza dell’approvazione del regolamento ha chiaramente affermato che l’euro digitale non è sufficiente, perché ritiene che lo sviluppo economico dell’Unione Europea passi attraverso tre pilastri: la stabilità monetaria, il rafforzamento della rete di scambi commerciali interni e con i sistemi extra-europei e, infine, la difesa e la promozione dello Stato di diritto. Di questi tre pilastri, stabilità monetaria e reti commerciali sono evidentemente connessi mentre, su un altro piano, si pone lo Stato di diritto, vale a dire quel particolare modo di intendere lo Stato per il quale il primato spetta al diritto e anche chi governa e chi emana le leggi è soggetto alle regole, a cominciare da quelle che derivano dalla Costituzione.
Il fatto che la Presidente Lagarde abbia indicato lo Stato di diritto tra i fondamenti dello sviluppo dell’Unione Europea è una buona notizia. Pare opportuno, però, porre l’accento sulla priorità che, necessariamente, deve avere il sistema normativo su quello monetario ed economico.
Ancora oggi, a quasi cento anni dalla crisi del 1929, stiamo sperimentando i disastri provocati da un mercato senza regole. La moneta, la finanza e l’economia reale non sono in grado di raggiungere, autonomamente, un equilibrio accettabile per tutti, soprattutto per le persone più vulnerabili. La nostra Costituzione, il vertice delle fonti del diritto e cardine dello Stato di diritto, all’articolo 41, stabilisce che la libera iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. I costituenti non l’hanno scritto, ma è indubitabile che il nostro assetto costituzionale vincoli al rispetto dell’utilità sociale non solo l’iniziativa economica privata ma anche, e a maggior ragione, le politiche economiche e monetarie pubbliche.
Si tratta di una osservazione forse banale, ma ben poco scontata in tempi come quelli attuali, nei quali piccoli e grandi autocrati in giro per il mondo manifestano un ben poco condivisibile modo di intendere le priorità tra bene comune e interesse privato.