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13 luglio 2026

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Adriano Spada, il medico pediatra che ha seguito generazioni di piccoli cuneesi

07 giugno 2026

Cuneo

Adriano Spada Una vita in mezzo ai bambini con tanto amore e passione per il proprio lavoro sono gli ingredienti della sua serena e brillante longevità: Adriano Spada (classe 1934), pediatra noto a generazioni di cuneesi, è medico da quasi 70 anni. Laureatosi nel ’58 ha iniziato la carriera con sostituzioni come medico condotto, quando la strumentazione era pochissima e le diagnosi si facevano prevalentemente con l’anamnesi e la visita del paziente. Il 1° luglio ’61 prese servizio all’Ospedale Santa Croce, che inaugurò il reparto di Pediatria, unico in provincia di Cuneo. Il suo percorso professionale ha avuto una rapida escalation: Assistente nel ’61, Aiuto nel ’66 e primario dal ’69 fino al pensionamento nel 1999, in ragione delle doti professionali, ma anche umane e per l’abnegazione e il senso del dovere, che lo hanno caratterizzato. Terminato il lavoro da dipendente ospedaliero, il professor Spada non ha mai smesso l’attività pediatrica, che tuttora pratica, seppur intervallata da numerosi hobby. Allegro e divertente racconta la sua lunga esperienza di vita e lavorativa: “Appartengo alla specie in via di estinzione di coloro che erano bambini durante la Seconda guerra mondiale. Sono nato a Demonte, ma all’età di 5 anni la mia famiglia si è trasferita a Vinadio, dove mio padre commerciava bestiame. Ero il maggiore di tre fratelli maschi. L’infanzia in guerra Conservo un ricordo felice di quegli anni in famiglia, nonostante il periodo storico. Dopo l’8 settembre ’43, a Vinadio scomparve l’esercito: la caserma e il forte erano deserti e la gente, affamata, non esitava a introdursi per fare razzie. Mia madre, timidamente, disse a me e mio fratello di 5 anni di provare a fare un giro per vedere se ci fosse qualcosa anche per noi: rincasammo con due paia di sci bellissimi. Ricordo ancora l’espressione di mamma tra il basito e l’incredulo che ci chiese: ‘Quello avete preso?!’. Amavo gli studi e sin da bambino ho sostenuto che avrei fatto il medico. Nel ’44, terminate le elementari, fui quindi mandato in collegio dai Salesiani a Cuneo in via Cacciatori delle Alpi, scelta obbligata per i valligiani che volevano proseguire la scuola. Ero ancora bambino e il primo anno in città lo passai più nei rifugi antiaerei che in aula. La città era spesso bombardata dagli Alleati essendo sede di alti comandi del fronte occidentale. Conservo un brutto ricordo del gennaio ’45: le bombe colpirono abitazioni in prossimità del collegio causando 19 morti e una settantina di feriti. Per miracolo non ci fu una strage di studenti, concentrati nelle scuole e convitti del centro storico. Terminati i tre anni delle medie, su consiglio di un sacerdote che aveva compreso le mie attitudini per lo studio, fui mandato per cinque anni al liceo classico salesiano Valsalice di Torino. Un’adolescenza rubata Con il trasferimento a Torino caddi dalla padella alla brace: tornavo in famiglia solo a Natale, Pasqua e nelle vacanze estive. La sveglia era alle 6,30, per la messa quotidiana; la domenica dovevamo partecipare a due messe e ai vespri. Era l’immediato dopoguerra, caratterizzato da fame e freddo, per mancanza di riscaldamento e materie prime. Di notte dormivamo in una squallida camerata con quaranta letti: spesso ho pianto sotto le coperte pensando alla mia famiglia lontana. È stata una parentesi dura della mia vita: una traversata nel deserto in una bolla senza spazio, né tempo. Tuttavia, non rinnego quel periodo in quanto se da un lato mi ha rubato l’adolescenza, dall’altro mi ha reso presto uomo insegnandomi resilienza, disciplina e metodo di studio. Il sogno della medicina Nel ’52 mi iscrissi a Medicina, il sogno di sempre! Furono, finalmente, sei anni felici, di piena libertà e goliardia. Dalla fine del terzo anno in poi godetti di una borsa di studio come allievo interno all’ospedale Mauriziano di Torino. Si ruotava a turni di tre mesi nei vari reparti e servizi del nosocomio, una formula virtuosa per la pratica medica a 360°. L’università mi assicurò la teoria, ma l’ospedale mi insegnò il mestiere. La facoltà di Medicina fu galeotta dell’incontro con mia moglie Maria Lucia Turci, compagna di vita dal 1962, anno della sua laurea. Ci conoscemmo al ballo delle Caterinette, evento mondano in voga a Torino a quell’epoca, celebrato il 25 novembre per Santa Caterina, patrona delle apprendiste sarte. Le giovani sartine, dette Caterinette, sfilavano con abiti eleganti da loro stesse confezionati, competendo per il titolo di più elegante. Entrambi accompagnammo un amico/a e destino volle che non ci lasciassimo più! Mi laureai a luglio ‘58 e partii per il servizio militare con destinazione Firenze, Scuola di Sanità dell’esercito. Con il grado di ufficiale medico venni destinato a Saluzzo presso il Gruppo Aosta di artiglieria da montagna: tre batterie di mortai e 120 muli. Fu un’indimenticabile e serena esperienza di vita. Al termine dei 18 mesi di ferma, ottenni la proroga di un anno, che mi consentì di completare la specializzazione in pediatria, senza più gravare sulla mia famiglia. Durante le due estati da arruolato spendevo le licenze mensili per sostituzioni in condotte mediche. Il primo anno lo passai a Mango d’Alba nelle Langhe e il secondo a Busca, dove sorprese e ilarità non mancarono. Dopo appena due giorni di lavoro, già mi trovai a visitare tutte le giovani sartine del laboratorio di corsetteria femminile, attiguo al mio ambulatorio. La notizia del nuovo dottorino era presto dilagata in paese! Mi raccontavano sintomi e storie cliniche improbabili, alle quali a stento mi riusciva di trattenere il sorriso e mantenere l’aplomb. Il Sistema Sanitario non ancora nazionale A quell’epoca non esisteva ancora il Sistema Sanitario Nazionale, istituito solo nel ’78 e l’assistenza mutualistica non era estesa a tutti. I contadini, ad esempio, ne erano esclusi. Proporre ricoveri a queste categorie era un’estrema ratio, in quanto significava imporre ingenti spese a gente che non navigava nell’oro. Per i medici condotti era, quindi, normale fare il possibile per curare il paziente al domicilio, nonostante gli strumenti fossero pochi. Un giorno visitai un signore con un versamento pleurico: lo feci sedere sul tavolo della cucina e gli praticai una toracentesi, con l’esudato pleurico che cadeva nella bacinella al suo fianco. Oggi sarebbe impensabile lanciarsi in una simile manovra fuori dalla sala operatoria: si tratta di una procedura medicochirurgica mini invasiva, eseguita solitamente con guida ecografica e anestesia locale. Le tecniche moderne hanno, ovviamente, ridotto le possibilità di infezione e sono indolori per il paziente, ma all’epoca erano questi i sistemi per salvare vite umane. Terminato il servizio militare e la fase delle sostituzioni, rientrai a Cuneo per iniziare la carriera ospedaliera. In città vi erano solo tre pediatri, che a malapena coprivano il concentrico lasciando sguarnito il contado. Anche per questo erano frequenti le richieste di visite private, che riuscivo a svolgere solo la sera o la notte, dato il mio impegno ospedaliero. Giravo al buio per le campagne alla difficile ricerca di cascine isolate, spesso inseguito da cani abbaianti. C’erano tanta povertà e superstizione: trovavo lattanti fasciati fino al collo, diarree da latte non bollito, rachitismi floridi, bambini con collane d’aglio per curare i vermi, ecc. L’ospedale degli anni Sessanta Quando fui assunto al Santa Croce nel ‘61, la pediatria era diretta dal primario Carlo Zunin proveniente dal Gaslini di Genova: fu per me un padre. Colmò le mie lacune dottrinali assegnandomi materiale da studiare e interrogandomi sulle riviste specialistiche che mi forniva; mi obbligò a produrre elaborati scientifici fino a costruirmi il curriculum sufficiente per accedere alla libera docenza universitaria. Gli fui grato a vita. Due mesi dopo il mio inizio ci raggiunse Sergio Ambrosiani, collega magnifico e amico inseparabile, con cui lavorai per tutta la carriera. Il reparto disponeva di 80 lettini e 2 incubatrici. In breve tempo giunsero i piccoli malati di tutta la Provincia. Gli ausili diagnostici erano davvero pochi e non sempre adatti alla pratica pediatrica, nonostante si potesse contare su validi servizi di radiologia, cardiologia e un laboratorio analisi ancora privo di micrometodi di analisi, per cui occorrevano grandi quantità di sangue anche per effettuare pochi esami. Sopperivamo eseguendo in reparto le Ves, esami urine d’urgenza, conta delle cellule da puntura lombare e diagnosi ‘artigianale’ della celiachia e della fibrosi cistica del pancreas. Col tempo la situazione migliorò grazie all’apertura della neurologia, dell’anatomia patologica e all’avvento dei micrometodi d’analisi. Impossibile non ricordare la caposala della pediatria, suor Camilla, che organizzava con precisione svizzera l’intero comparto composto da suore, infermiere e generici. Le suore furono una grande risorsa per l’ospedale: professionali e sempre presenti, dedicavano le loro giornate alla cura dei malati. Vivevano in un’ala dell’ospedale, che simpaticamente chiamavamo ‘Il Vaticano’ e all’occorrenza erano sempre reperibili. Adriano Spada 1961 con Zunin Adriano Spada con il professor Zunin (1961) Trent’anni di primariato Nel ’69, dopo il trasferimento del prof. Zunin a Brescia, divenni primario. Non ebbi il tempo di gioire poiché con il blocco delle assunzioni durato due anni, lavorammo in due: Ambrosiani e il sottoscritto. Di giorno coprivamo il servizio di reparto, mentre ci alternavamo per le reperibilità notturne e festive. Le ferie divennero una chimera. Il lavoro straordinario non poteva essere retribuito, in quanto mancava il controllo orario. Non avemmo bisogno di ordini di servizio o minacce, ma autonomamente ci amministrammo, consapevoli che non vi fosse altra alternativa per la salute dei nostri piccoli pazienti. In quei due anni non ho visto crescere i miei figli e posso ringraziare mia moglie che, consapevole della situazione, ha sopperito anche alla mia assenza. La tipologia dei ricoveri era inconsueta rispetto a quella odierna. La poliomielite era appena scomparsa, grazie alla vaccinazione Salk, ma si vedevano ancora casi di tetano neonatale, febbri malariche, tifo, brucellosi, tubercolosi sia nella forma miliarica polmonare che meningitica. Quest’ultima richiedeva mesi di ricovero e comportava rachicentesi settimanali con streptomicina. Il grande cruccio erano le gastroenteriti dei lattanti, spesso mortali. I grossi aghi di quel tempo mal si adattavano alle piccole vene dei bimbi, impedendo un’adeguata idratazione parenterale. La mortalità fu azzerata grazie ai piccoli aghi a farfalla, giunti dall’America. Strategie artigianali Altro problema era l’ittero grave neonatale, possibile causa di danni cerebrali o morte, quando la bilirubina supera certi limiti. Da alcune riviste scientifiche americane, venni a sapere che la fototerapia era di grande aiuto. Ne parlai in reparto e il nostro elettricista, signor Marino, non esitò a offrirsi di costruire artigianalmente un simile tunnel, che in pochi giorni fu a nostra disposizione. Il neonato con ittero patologico veniva esposto nudo per 12-24 ore a questa iper illuminazione, efficace nel degradare la bilirubina. Si tratta di un altro esempio di soluzioni naif, che oggi non sarebbero in alcun modo percorribili. Gli anni Settanta Finimmo gli anni ’60 sempre solo in due, esercitando una pediatria che oggi sarebbe giudicata da terzo mondo. Gli anni Settanta portarono molti cambiamenti: sul territorio comparvero i pediatri di famiglia; in provincia di Cuneo vennero inaugurati altri reparti di pediatria e, in applicazione della riforma sanitaria Mariotti, al nostro reparto furono assegnati ben dieci medici. Mi parve un sogno! Nell’arco di un anno riuscimmo a liberarci di ricoveri impropri, prima necessari per consentire un’osservazione adeguata. Man mano la dotazione diagnostico-strumentale migliorò, permettendoci di attivare delle sub specialità a valenza strategica, prima fra tutte quella neonatologica. Dopo periodi di addestramento in altre sedi, ogni medico si fece carico di settori peculiari, migliorando l’offerta assistenziale anche specifica. Condividemmo questa formazione nei ‘seminari del martedì’, aperti ai pediatri del territorio: discutevamo di articoli scientifici, presentavamo casi clinici e concludevamo la mattinata con la visita congiunta in corsia. L’ iniziativa fu molto apprezzata come fonte di reciproca collaborazione e di arricchimento professionale. Il tempo scorse in un lampo, portandomi al pensionamento nel dicembre 1999, consapevole di aver dato all’ospedale tutto me stesso. La cerimonia di commiato fu breve e densa di commozione: consegnai all’aiuto anziano le chiavi del mio studio e, a passo svelto, infilai le scale per non farmi sorprendere con le lacrime agli occhi! Furono anni meravigliosi, in cui l’ospedale era una grande famiglia. Una movimentata quiescenza In seguito al pensionamento tutto cambiò: riassaporai appieno il calore della famiglia, la libertà, il piacere delle amicizie, la vita sociale, gli hobby, i viaggi e tutto ciò che per quarant’anni mi era mancato. Assunsi lo stile di vita che conservo tuttora: dedico il mattino all’aggiornamento professionale, lettura, musica e sovraintendo ai lavori del giardiniere nel verde della nostra casa. Nel pomeriggio mi dedico ancora a un po’ di attività ambulatoriale, per soddisfare le richieste che continuo a ricevere. Non è più uno stress, ma pura passione, fatta di patologie minori e di puericultura. Venuto meno l’assillo della corsia, posso dedicare un tempo ancor più lungo all’ascolto dei genitori, che cercano rassicurazioni. In Italia le nascite annue sono passate dal milione del 1962 ai 380.000 odierni: prevale il figlio unico, le madri sono spesso attempate, c’è molta più ansia parentale che richiede aiuto. Mi auguro che possa durare a lungo l’incanto di questa stagione, la levità dell’incontro con l’innocenza dei bimbi, le loro battute, i loro disegnini, che puntualmente mi regalano. Grazie a loro ho vissuto un mondo magico ed appagante. Oltre all’enorme fortuna di aver profondamente amato il mio lavoro, sono grato nel vedere che mia moglie ed io siamo riusciti a trasmettere gli stessi valori ai nostri figli Roberto, commercialista a Milano e Marco, pediatra ricercatore e docente a Torino. Ancor più mi riempie il cuore di gioia vedere lo stesso entusiasmo nei nostri nipoti Micael, Stefano, Lorenzo e Giulia, che in settori diversi hanno conseguito studi e risultati encomiabili. Ricordi memorabili Come ogni medico ho una serie lunghissima di ricordi memorabili, alcuni divertenti, altri che hanno lasciato un profondo segno. A Busca, verso la fine della mia supplenza medica, fui chiamato per assistere un parto in una cascina in aperta campagna. Nella camera trovai mamma, suocera e la sposina, che si comprimeva il pancione urlando a squarciagola. Notai subito qualcosa di strano: il dolore pareva continuo, senza gli intervalli tipici del travaglio. La visita medica confermò la totale assenza di dilatazione e i miei sospetti: il parto era ancora lontano. Lo dissi ai presenti, che non ne vollero sapere e mi chiusero a chiave nella stanza. Affannato per la situazione e al pensiero dell’ambulatorio che certamente si stava affollando in mia assenza, mi salvai con un escamotage: presi dalla valigetta una supposta antispastica dicendo che avrebbe accelerato il parto. Dopo un quarto d’ora la donna si calmò e, finalmente, mi liberarono dalla stanza. Seppi in seguito che il parto avvenne una decina di giorni dopo la mia partenza da Busca. Probabilmente preoccupati dal fatto che non ci sarei più stato avevano inscenato quella commedia, forse sperando che avrei potuto far nascere la creatura a comando! Verso la fine degli anni ’60 ci portarono in ospedale un bimbo di dieci giorni, nato in casa nelle nostre valli. Era giallo come un limone a causa dell’ittero da incompatibilità materno-fetale da Rh, con valori di bilirubina allarmanti. Occorreva una exsanguinotrasfusione urgente, ossia la sostituzione quasi totale del sangue con quello di donatori compatibili. Il moncone ombelicale era già chiuso e i vasi periferici non erano percorribili. Non avendo alternative e nell’assoluta urgenza di intervenire, prendemmo una decisione azzardata: penetrammo con un grosso ago nel ventricolo cardiaco sinistro, passando dal quarto spazio intercostale in prossimità dello sterno. Il sangue uscì a getto imbrattandoci come in un mattatoio e per la stessa via introducemmo quello del donatore, salvando il neonato. Avendo il gruppo 0, varie volte mi capitò anche di fare il donatore istantaneo: vi era ancora pochissima cultura sulle malattie trasmissibili attraverso trasfusioni e i controlli erano abbastanza fiduciari, basati sulla buona salute del donatore. Adriano Spada con la bimba abbandonata Adriano Spada con la bimba abbandonata Una bambina nel cuore Mai scorderò la mattina dell’11 dicembre ’85: intorno alle 7 un vigilante di passaggio in via XX Settembre notò sulla scalinata dell’Istituto Provinciale Infanzia una neonata avvolta in una coperta. La portò di corsa nel nostro vicino reparto: era fredda, ma in salute. La presenza del moncone ombelicale ancora gelatinoso confermava la nascita poche ora prima. La riscaldammo in incubatrice per 24 ore e poi passò nella culla termica. L’episodio fece scalpore in città e la notizia fu riportata sugli organi di informazione locali. Piovvero richieste di adozione, ma ovviamente la competenza fu dei servizi sociali. Non conobbi mai l’epilogo della vicenda e mi commuovo ogni volta che guardo la sua fotografia, che ancora conservo. Quel fagottino oggi ha 40 anni e tuttora mi domando quale sia stato il suo destino, dove viva e se sia felice”.
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