editoriale

I leader che cercano potere, gloria non porteranno mai una vera pace

24 maggio 2026

Cuneo

Guerra in Iran (Foto ANSA/SIR) Guerra in Iran (Foto ANSA/SIR) A margine della conferenza di Genova del 1922 sul futuro post-bellico dell’Europa, John Maynard Keynes intuì il pericolo imminente che arrivava dai movimenti ultranazionalisti. L’economista inglese scrisse da Genova: “Molti percepiscono la questione del prossimo futuro come una lotta tra le forze del bolscevismo e quelle degli Stati borghesi di tipo ottocentesco. Non sono d’accordo. La vera lotta di oggi … è tra quella visione del mondo, chiamata liberalismo o radicalismo,per la quale l’oggetto primario del governo e della politica estera sono la pace, la libertà di commercio e di scambio e la ricchezza economica, e quell’altra visione, militaristica - o meglio diplomatica - che pensa in termini di potere, prestigio, gloria nazionale o personale, d’imposizione di una cultura e di pregiudizio ereditario o razziale”. Si tratta di una riflessione non priva di ingenuità. Il bolscevismo si sarebbe rivelato molto meno innocuo di quanto Keynes sperasse. Inoltre, pare riduttiva l’attribuzione ai soli fautori delle idee di stampo liberale la dignità di oppositori al militarismo ignorando, ad esempio, il pensiero cattolico e, in particolare, quello del cattolicesimo sociale. Decisamente azzeccata e, purtroppo, profetica, si è rivelata, invece, l’intuizione sul pericolo rappresentato dalla visione militaristica e nazionalista delle relazioni internazionali. In questo senso, l’accostamento tra la diplomazia e militarismo si rivela, al contrario, alquanto benevolo. Gli anni a venire sarebbero stati segnati, da un lato, dall’abbandono, da parte della Germania, della via diplomatica per l’aggressione militare e, dall’altro lato, avrebbero mostrato l’inefficacia delle diplomazie degli Stati democratici di fronte alle mire espansionistiche nazifasciste. Il pensiero keynesiano nasceva dalla constatazione dell’irragionevolezza delle condizioni imposte dalle potenze vincitrici agli Stati sconfitti nella Prima guerra mondiale. Nel libro che lo rese famoso, “Le conseguenze economiche della pace”, Keynes definì il Trattato di Versailles come una “pace cartaginese”, con ciò intendendo criticare aspramente la spropositata entità delle riparazioni di guerra imposte alla Germania e tutte le altre misure, umilianti e inutilmente vessatorie, che avevano come obiettivo la deindustrializzazione della Germania oltre che l’annullamento della sua capacità militare. La definizione fa riferimento alle condizioni imposte da Roma a Cartagine all’esito della seconda guerra punica che, non a caso, fu seguita dalla terza guerra punica. Keynes aveva individuato la soglia di sostenibilità delle sanzioni da parte della Germania. I suoi calcoli, però, non vennero accettati dalla stessa delegazione inglese, che propose una quantificazione notevolmente superiore. La linea dura nei negoziati venne sostenuta soprattutto dalla Francia, con tutto quanto ne conseguì e che portò, nel giro di due decenni, alla Seconda guerra mondiale. Imperialismo militaristico e paci cartaginesi sono due facce della stessa medaglia. Anche oggi, gli obiettivi delle guerre che vengono scatenate sono l’affermazione del potere, la conquista di posizioni strategiche ritenute vantaggiose, l’appropriazione delle risorse e l’annientamento o il completo asservimento degli sconfitti. Al Presidente Trump bisogna dare atto di aver abbandonato rapidamente la retorica della guerra “giusta”, peraltro già destituita di qualsiasi credibilità; le sue azioni, in questa confusa fase di trattative e negoziati che in pochi capiscono, devono essere lette alla luce della dichiarata intenzione di raggiungere una “pace cartaginese” con l’Iran. Nessuno ha simpatia per il sanguinario regime iraniano, ma è evidente che la Repubblica islamica non ha alcun interesse a raggiungere un accordo a condizioni che equivalgono a un ridimensionamento molto pesante e che percepisce come umiliante. La storia insegna, inoltre, che se anche l’Iran chinasse in capo e questo accordo si raggiungesse, i problemi non sarebbero risolti, tutt’altro. Nel frattempo, le esecuzioni degli oppositori continuano e proseguono le sofferenze della popolazione civile. I leader che pensano in termini di “potere, prestigio, gloria nazionale o personale, d’imposizione di una cultura” continueranno a scatenare conflitti e si riveleranno immancabilmente incapaci di negoziare una pace autentica.
Le conseguenze economiche della pace John Maynard Keynes