In aula le testimonianze sulla cooperativa Per Mano, tra maltrattamenti e disorganizzazione
22 maggio 2026
Cuneo
All’interno del centro residenziale e diurno gestito dalla cooperativa Per Mano alle porte di Cuneo, tutti facevano un po’ tutto, anche al di là delle loro competenze e dei rispettivi ruoli; e così capitava che un operatore socio sanitario doveva somministrare le terapie farmacologiche e l’infermiere seguiva gli ospiti nei laboratori cognitivi o redigeva i piani educativi individuali. È questo uno dei pochi elementi in comune tra la deposizione dell’educatrice, che con la sua denuncia nell’ottobre del 2018 diede impulso alle indagini che portarono al rinvio a giudizio della direttrice e della coordinatrice della cooperativa e di altre dieci persone cIìon l’accusa di maltrattamenti, e i tre testi che hanno deposto ieri mattina nella seconda udienza del processo in cui sono costituite parti ciivli anche le famiglie di molti pazienti oltre ad alcuni consorzi socio assistenziali. Fu la situazione gestita in maniera poco professionale ad indurre un infermiere a lasciare l’incarico dopo un anno; ad ognuno erano affidati 4 o 5 ragazzi, non erano chiari i protocolli su come gestire le frequenti crisi degli ospiti, “sicuramente una difficoltà era il non lavorare insieme; tu non avevi controllo sul lavoro degli altri e gli altri sul tuo. Non c’era un medico a cui rivolgersi per la gestione delle crisi”, ha riferito l’infermiere che però ha negato di aver mai assistito a gesti violenti o vessatori da parte degli operatori imputati nel processo. Sicuramente il cibo era razionato e difficilmente si poteva avere il bis ma la qualità era nella norma, e sulla chat degli operatori giravano foto di pazienti con vistosi lividi sul corpo, ma lui personalmente non ne sapeva l’origine e non aveva indagato, immaginando che fossero ferite autoinferte dai ragazzi nei loro momenti di crisi. Del placcaggio - la manovra di atterraggio schiena a terra del paziente immobilizzato dal corpo dell’operatore che gli sta a cavalcioni con il braccio sul petto - aveva sentito parlare l’educatrice che lavorò nella cooperativa per un anno, tra il 2018 e il 2019, senza però mai vederla messa in pratica. A differenza di altri però lei lavorava con due psicologhe quasi sempre con lo stesso gruppo di pazienti nei laboratori cognitivi, “erano ragazzi più calmi, non avevano bisogno di terapie per gestire i momenti di crisi”. Anche lei ha però concordato sul fatto che la struttura non fosse gestita bene, con la promiscuità di ruoli e la mancanza di un coordinamento chiaro e di confronto tra gli operatori, “ricordo una sola riunione di equipe, le altre le ho sempre fatte con il mio gruppo del laboratorio cognitivo”. Non aveva una formazione specifica per trattare con i ragazzi autistici, eppure anche l’infermiere che aveva lavorato 5 anni nella cooperativa tra il 2014 e il 2019, si trovava ogni giorno a gestire un gruppo di pazienti durante il proprio turno di lavoro, seguendoli nei vari laboratori o durante le passeggiate all’esterno. Anche a lui venivano affidati 4 o 5 pazienti durante il turno, mentre la notte solo dal 2019 era stata disposta la reperibilità per un infermiere in caso di necessità; prima di allora infatti il turno di notte veniva fatto da un solo operatore per volta, chiamato a gestire le eventuali esigenze di 8 ospiti residenti. Di giorno ogni operatore doveva lavorare col proprio gruppo e non sempre era possibile rispondere alle esigenze di tutti e così la ragazza con problemi di incontinenza - ma a cui per disposizione della direttrice non veniva messo il pannolone per insegnarle ad utilizzare tempestivamente il bagno - poteva restare per lungo tempo con gli abiti bagnati di pipì, “in realtà era venuto lo psicologo a dirci che il problema di incontinenza della ragazza non si poteva migliorare” ha riferito il teste spiegando che alla giovane venivano anche fatti lavare gli indumenti come incentivo a non farsela addosso. L’infermiere ha negato l’uso di violenza nei confronti degli ospiti, anche se una volta gli era stato raccontato da un collega che una delle pazienti, paurosa del buio e dei temporali, era stata messa fuori di notte sul balcone durante un temporale e che in un’altra occasione era stata bagnata con la pompa d’acqua del giardino. Anche il ricorso alla relax room, la stanza imbottita dove venivano portati i pazienti durante le crisi più gravi, veniva deciso dal singolo operatore senza il conforto di un parere medico, “c’era un protocollo in cui si spiegava che occorreva togliere alla persona scarpe, occhiali e qualsiasi oggetto con cui ci si potesse ferire, per un tempo massimo di 10/15 minuti. Il protocollo lo scrissi io su indicazione dell’Asl. Solo una volta vidi lo psichiatra. C’era un medico di base ma non modificava la terapia farmacologica”. Di diverso tenore invece la deposizione della quarta testimone, un’operatrice socio sanitaria che lavorò nella cooperativa alcuni anni prima, tra il 2009 e il 2014 (ma i fatti contestati partono proprio dal 2014 ). La donna ha riferito di violenze sui pazienti, soprattutto negli ultimi tempi del suo lavoro lì, da quando i rapporti tra dirigenza e alcuni operatori si erano inaspriti in seguito al ricorso di questi ultimi all’Ispettorato del lavoro per le condizioni di lavoro nella struttura. “Ricordo che la direttrice tolse la maglietta ad una giovane e la mandò a petto nudo nel salone dove stavano gli altri ospiti per deriderla, io e un collega la rivestimmo subito. Ricordo anche l’infermiere coordinatore che bloccava al muro uno degli ospiti mettendogli il braccio sul collo. Non è così che si fa una contenzione e poi lui non aveva provato in nessun altro modo a calmarlo”. Anche lei seguiva i ragazzi nei laboratori anche se non aveva competenze specifiche e nessuno l’aveva formata a gestire le crisi e anche lei ha confermato il ricorso un po’ ‘fai da te’ alla relax room, “veniva usata anche se i pazienti erano solo un po’ noiosi e alcuni ragazzi ci finivano dentro anche più volte durante un turno”. L’udienza proseguirà il 18 giugno.