paesi
Quando arrivo in un paese non cerco subito i monumenti, gli spazi più caratteristici o le attrazioni turistiche.
Cerco le persone.
Perché sono loro ad aver fatto davvero la storia di certi luoghi. Non prendo appuntamento e non cerco mai qualcuno che già conosco. Passeggio tra le stradine e attendo che qualcosa succeda. Nei piccoli paesini di montagna, in queste giornate di primavera, trovi sempre qualcuno impegnato a fare qualche lavoretto. Spesso sono persone anziane, in pensione, che ormai il lavoro retribuito lo hanno finito da un pezzo.
Quando sono salita a Valloriate, un borgo alpino della valle Stura, la mia guida è stata Luciana.
L’ho incontrata vicino alla chiesa, in una giornata silenziosa di quelle che in montagna sembrano quasi sospese. Una donna minuta, il passo lento, lo sguardo vivo di chi queste strade le conosce da sempre. Tolta la diffidenza iniziale verso una sconosciuta, è bastato un sorriso e la voglia di ascoltarla per entrare nel suo mondo. Mi racconta subito che vive qui da più di sessant’anni e che è del 1949. Senza quasi accorgersene, comincia a farmi vedere il paese attraverso i suoi ricordi.
Con le sue parole mi fa vedere una borgata piena, allegra, viva, con le strade da asfaltare e tanto tempo da dedicare al piccolo prezioso pezzo di terra che ogni famiglia coltivava con dedizione e amore, per sopravvivere. Lei continuava a vedere quello che c’era stato.
“Lì c’era un’osteria.”
“Lì sopra un’altra.”
“Qui facevano un pane delizioso e delle torte semplici che profumavano di buono.”
“C’erano tre negozi.”
“Lassù abitavano in cento.”
Io vedo locali chiusi, tanti cartelli con scritto vendesi, case abbandonate con insegne sbiadite dal tempo. Come quella sulla casetta in cima al paese dove si intravedono ancora delle lettere che formano il nome “panetteria”.
E mentre camminiamo, Valloriate lentamente cambia faccia. Inizio ad entrare nel suo racconto, a vedere con i suoi occhi quello che è stato.
Mi colpiscono subito i cartelli che indicano le frazioni. Trecatre, Bardenghi, Sonvilla, Chiapuè, Sapè, Lusira ecc. Oggi sembrano solo indicazioni stradali immerse nel verde. Una volta erano piccoli mondi abitati.
“Sono 42 e, un tempo, erano tutte popolate”, mi dice Luciana. “C’erano tante persone. Tante davvero.”
La cosa che colpisce a Valloriate è che la montagna sembra ancora piena di tracce umane.
Luciana mi indicava le borgate una dopo l’altra raccontandomi che, un tempo, erano tutte piene di famiglie. In quella più in alto vivevano più di cento persone. Lei è nata a Trecatre, in casa, come tutti un tempo.
Oggi è difficile persino immaginarlo, guardando il silenzio che è rimasto attorno a certe case. Ma forse è proprio questo che rende questi paesi così potenti: la sensazione che la vita di prima non sia davvero sparita, ma solo diventata memoria.
All’inizio del ‘900 Valloriate superava i 2.000 abitanti, oggi ne conta poco più di cento.
Luciana mentre camminiamo, verso casa sua, mi racconta di quando la montagna viveva di poco. Latte, patate, polenta, fagioli, pane fatto in casa. Due o tre mucche, un asino, l’orto. Gli uomini, d’inverno, partivano per la Francia a potare le vigne per riuscire a guadagnare qualcosa in più.
“Quando mio papà tornava, mia mamma andava subito a Cuneo a cambiare i soldi. Quelli francesi valevano più del doppio” mi dice sorridendo.
Poi si ferma un momento e aggiunge una frase che vale più di tante spiegazioni.
“Quando una mucca faceva il vitello e il vitello moriva, si era tutti in lutto.”
Perché da quello dipendeva il cibo di un anno intero. Anche se la carne, mi dice, mica la mangiavamo sempre, solo nelle feste e spesso era coniglio. C’era miseria.
Luciana mi racconta anche della scuola. Lei abitava a Trecatre e faceva quattro viaggi al giorno a piedi per andare a lezione. Si tornava a casa a mangiare e poi di nuovo giù. D’inverno invece, i viaggi a piedi erano solo due perchè c’era la refezione e si mangiava pranzo in aula.
“Eravamo tantissimi. C’erano tre scuole.” Oggi, invece, in paese ci sono solo due bambini.
Il cambiamento è arrivato lentamente. Le strade difficili, il lavoro che mancava, le fabbriche in pianura. Negli anni Settanta tante famiglie hanno iniziato ad andarsene. Le borgate si sono svuotate una alla volta.
“Una volta era tutto coltivato, i castagneti erano curati e non c’erano terreni abbandonati”, mi dice indicando la montagna attorno a noi. “Adesso non c’è più niente.” Eppure nelle sue parole non c’è rabbia. C’è piuttosto quella malinconia quieta di chi ha imparato a convivere con il silenzio.
“Noi ci accontentavamo della tranquillità.” Poi però aggiunge anche: “Adesso abbiamo tutto e non abbiamo più niente.”
Ed è forse questa la frase che racconta meglio certi paesi di montagna oggi.
Perché sì, Valloriate oggi è bellissima. Lo è per chi arriva da fuori in cerca di boschi, aria buona, funghi, silenzio e pace. É una piccola perla con case in pietra e giardini curati.
Persino il nome ha una storia molto bella: deriva probabilmente da Vallis Aurea, “valle d’oro” Una delle cose più interessanti è il legame fortissimo con i castagni. Valloriate, infatti, è conosciuta anche per il suo rapporto storico con la castanicoltura: il castagno per anni è stato davvero una delle risorse principali della popolazione. Nello stemma del Comune infatti compaiono proprio due castagni.
Il Municipio ospita il Museo “Guerra e Resistenza in Valle Stura”. Nato nel 2008 raccoglie fotografie, documenti, oggetti, testimonianze e reperti legati alla Seconda guerra mondiale e alla Resistenza in Valle Stura.
Però, per chi qui ci è nato e ha visto il paese svuotarsi anno dopo anno, conosce anche un’altra faccia della montagna: quella della distanza, delle case chiuse, delle amicizie che non ci sono più. Luciana oggi vive ancora qui, nella sua casa. Da sola. La sera guarda molta televisione “per compagnia”, mi dice sorridendo. Legge libri e riviste. Una volta andava dalle amiche a fare “le parlate”. Si prendeva un caffè insieme e si raccontavano le ultime novità del paese, ma oggi non ci sono più. “Ho tutto e non ho niente, perché quando si è soli non è facile!”
Rimasta vedova da poco tempo, le vengono gli occhi lucidi. Eppure non vuole scendere in pianura, stare dai suoi figli, perché non si immagina in nessun altro luogo se non questo piccolo paese di montagna che è da sempre casa sua.
Eppure Valloriate non è soltanto memoria.
Mentre negozi, botteghe e vecchie attività sparivano lentamente, c’è anche chi ha scelto di continuare a credere in questo paese e nella montagna di oggi.
A Valloriate ci sono luoghi che continuano a raccontare la montagna attraverso quello che portano in tavola.
Le Tre Colombe, aperte dal 1955, è uno di quei posti che nel tempo sono diventati parte della memoria del paese. Generazioni di persone sono passate di lì: famiglie, villeggianti, gente della valle, escursionisti. E ancora oggi, entrando, si ha la sensazione di trovare una montagna autentica, fatta di accoglienza semplice, profumi conosciuti e tavole dove il tempo sembra rallentare. Oggi si è unita anche l’ospitalità perché solo mischiando tradizione con innovazione si può andare avanti in montagna.
Poco distante, anche il Fungo Reale custodisce un pezzo importante dell’identità di Valloriate. Da oltre trent’anni la famiglia Odestri porta avanti una cucina profondamente legata ai boschi e alle stagioni della valle Stura. Manuel, la nuova generazione, è in cucina, insieme ai genitori Mauro e Olga, continua a valorizzare ricette che parlano di montagna vera, quella dove il bosco non è mai stato soltanto paesaggio, ma anche cibo, lavoro e sopravvivenza. Un ragazzo che ama il suo territorio, che dopo avere fatto esperienze altrove, ha scelto le sue radici ed è fiero di portare avanti quello che la sua famiglia ha costruito.
Ed è proprio qui che torna anche la raviola valouriana, una ricetta che racconta il paese forse meglio di tante parole. Una pasta preparata con farine semplici, tra cui il grano saraceno, ripiena di patate e sapori della tradizione, servita con burro fuso. Un piatto nato da una cucina povera e contadina, quando si cucinava l’antica torta di patate con quello che la montagna offriva, ma che oggi è diventato memoria, identità e orgoglio di un territorio, che Manuel, giovane e promettente chef, ha saputo tornare a far conoscere.
Anche il Fungo Reale, con il tempo, ha mischiato tradizione e innovazione ed ora è possibile soggiornare e vivere la bellissima esperienza di una Spa con vista montagne.
Perché a Valloriate succede ancora questo: i paesi cambiano, gli abitanti diminuiscono, le borgate si svuotano. Ma ci sono luoghi, profumi e persone che continuano a tenere accesa l’anima della montagna.
Sono due realtà diverse, ma unite dalla stessa scelta: restare.
Poi Luciana mi saluta e si dirige lentamente verso casa.
Mi strappa la promessa di tornare a trovarla, per andare a vedere insieme il bellissimo castagno monumentale, che con la sua chioma raggiunge i 18 metri. Lo chiamano “l’Arbou ‘d la Moutta” e da quasi 5 secoli osserva il paese cambiare. Anche lui avrà sicuramente molto da raccontare.
La guardo allontanarsi lungo la strada e penso che forse certi paesi sopravvivono proprio così. Grazie alle persone che continuano a custodirne la memoria.
Persone che, anche quando tutto cambia, riescono ancora a vedere un paese pieno di vita.
Valloriate, quando ognuna delle 42 borgate era casa, ora rimane il gusto della tavola
16 maggio 2026
Cuneo
Quando arrivo in un paese non cerco subito i monumenti, gli spazi più caratteristici o le attrazioni turistiche.
Cerco le persone.
Perché sono loro ad aver fatto davvero la storia di certi luoghi. Non prendo appuntamento e non cerco mai qualcuno che già conosco. Passeggio tra le stradine e attendo che qualcosa succeda. Nei piccoli paesini di montagna, in queste giornate di primavera, trovi sempre qualcuno impegnato a fare qualche lavoretto. Spesso sono persone anziane, in pensione, che ormai il lavoro retribuito lo hanno finito da un pezzo.
Quando sono salita a Valloriate, un borgo alpino della valle Stura, la mia guida è stata Luciana.
L’ho incontrata vicino alla chiesa, in una giornata silenziosa di quelle che in montagna sembrano quasi sospese. Una donna minuta, il passo lento, lo sguardo vivo di chi queste strade le conosce da sempre. Tolta la diffidenza iniziale verso una sconosciuta, è bastato un sorriso e la voglia di ascoltarla per entrare nel suo mondo. Mi racconta subito che vive qui da più di sessant’anni e che è del 1949. Senza quasi accorgersene, comincia a farmi vedere il paese attraverso i suoi ricordi.
Con le sue parole mi fa vedere una borgata piena, allegra, viva, con le strade da asfaltare e tanto tempo da dedicare al piccolo prezioso pezzo di terra che ogni famiglia coltivava con dedizione e amore, per sopravvivere. Lei continuava a vedere quello che c’era stato.
“Lì c’era un’osteria.”
“Lì sopra un’altra.”
“Qui facevano un pane delizioso e delle torte semplici che profumavano di buono.”
“C’erano tre negozi.”
“Lassù abitavano in cento.”
Io vedo locali chiusi, tanti cartelli con scritto vendesi, case abbandonate con insegne sbiadite dal tempo. Come quella sulla casetta in cima al paese dove si intravedono ancora delle lettere che formano il nome “panetteria”.
E mentre camminiamo, Valloriate lentamente cambia faccia. Inizio ad entrare nel suo racconto, a vedere con i suoi occhi quello che è stato.
Mi colpiscono subito i cartelli che indicano le frazioni. Trecatre, Bardenghi, Sonvilla, Chiapuè, Sapè, Lusira ecc. Oggi sembrano solo indicazioni stradali immerse nel verde. Una volta erano piccoli mondi abitati.
“Sono 42 e, un tempo, erano tutte popolate”, mi dice Luciana. “C’erano tante persone. Tante davvero.”
La cosa che colpisce a Valloriate è che la montagna sembra ancora piena di tracce umane.
Luciana mi indicava le borgate una dopo l’altra raccontandomi che, un tempo, erano tutte piene di famiglie. In quella più in alto vivevano più di cento persone. Lei è nata a Trecatre, in casa, come tutti un tempo.
Oggi è difficile persino immaginarlo, guardando il silenzio che è rimasto attorno a certe case. Ma forse è proprio questo che rende questi paesi così potenti: la sensazione che la vita di prima non sia davvero sparita, ma solo diventata memoria.
All’inizio del ‘900 Valloriate superava i 2.000 abitanti, oggi ne conta poco più di cento.
Luciana mentre camminiamo, verso casa sua, mi racconta di quando la montagna viveva di poco. Latte, patate, polenta, fagioli, pane fatto in casa. Due o tre mucche, un asino, l’orto. Gli uomini, d’inverno, partivano per la Francia a potare le vigne per riuscire a guadagnare qualcosa in più.
“Quando mio papà tornava, mia mamma andava subito a Cuneo a cambiare i soldi. Quelli francesi valevano più del doppio” mi dice sorridendo.
Poi si ferma un momento e aggiunge una frase che vale più di tante spiegazioni.
“Quando una mucca faceva il vitello e il vitello moriva, si era tutti in lutto.”
Perché da quello dipendeva il cibo di un anno intero. Anche se la carne, mi dice, mica la mangiavamo sempre, solo nelle feste e spesso era coniglio. C’era miseria.
Luciana mi racconta anche della scuola. Lei abitava a Trecatre e faceva quattro viaggi al giorno a piedi per andare a lezione. Si tornava a casa a mangiare e poi di nuovo giù. D’inverno invece, i viaggi a piedi erano solo due perchè c’era la refezione e si mangiava pranzo in aula.
“Eravamo tantissimi. C’erano tre scuole.” Oggi, invece, in paese ci sono solo due bambini.
Il cambiamento è arrivato lentamente. Le strade difficili, il lavoro che mancava, le fabbriche in pianura. Negli anni Settanta tante famiglie hanno iniziato ad andarsene. Le borgate si sono svuotate una alla volta.
“Una volta era tutto coltivato, i castagneti erano curati e non c’erano terreni abbandonati”, mi dice indicando la montagna attorno a noi. “Adesso non c’è più niente.” Eppure nelle sue parole non c’è rabbia. C’è piuttosto quella malinconia quieta di chi ha imparato a convivere con il silenzio.
“Noi ci accontentavamo della tranquillità.” Poi però aggiunge anche: “Adesso abbiamo tutto e non abbiamo più niente.”
Ed è forse questa la frase che racconta meglio certi paesi di montagna oggi.
Perché sì, Valloriate oggi è bellissima. Lo è per chi arriva da fuori in cerca di boschi, aria buona, funghi, silenzio e pace. É una piccola perla con case in pietra e giardini curati.
Persino il nome ha una storia molto bella: deriva probabilmente da Vallis Aurea, “valle d’oro” Una delle cose più interessanti è il legame fortissimo con i castagni. Valloriate, infatti, è conosciuta anche per il suo rapporto storico con la castanicoltura: il castagno per anni è stato davvero una delle risorse principali della popolazione. Nello stemma del Comune infatti compaiono proprio due castagni.
Il Municipio ospita il Museo “Guerra e Resistenza in Valle Stura”. Nato nel 2008 raccoglie fotografie, documenti, oggetti, testimonianze e reperti legati alla Seconda guerra mondiale e alla Resistenza in Valle Stura.
Però, per chi qui ci è nato e ha visto il paese svuotarsi anno dopo anno, conosce anche un’altra faccia della montagna: quella della distanza, delle case chiuse, delle amicizie che non ci sono più. Luciana oggi vive ancora qui, nella sua casa. Da sola. La sera guarda molta televisione “per compagnia”, mi dice sorridendo. Legge libri e riviste. Una volta andava dalle amiche a fare “le parlate”. Si prendeva un caffè insieme e si raccontavano le ultime novità del paese, ma oggi non ci sono più. “Ho tutto e non ho niente, perché quando si è soli non è facile!”
Rimasta vedova da poco tempo, le vengono gli occhi lucidi. Eppure non vuole scendere in pianura, stare dai suoi figli, perché non si immagina in nessun altro luogo se non questo piccolo paese di montagna che è da sempre casa sua.
Eppure Valloriate non è soltanto memoria.
Mentre negozi, botteghe e vecchie attività sparivano lentamente, c’è anche chi ha scelto di continuare a credere in questo paese e nella montagna di oggi.
A Valloriate ci sono luoghi che continuano a raccontare la montagna attraverso quello che portano in tavola.
Le Tre Colombe, aperte dal 1955, è uno di quei posti che nel tempo sono diventati parte della memoria del paese. Generazioni di persone sono passate di lì: famiglie, villeggianti, gente della valle, escursionisti. E ancora oggi, entrando, si ha la sensazione di trovare una montagna autentica, fatta di accoglienza semplice, profumi conosciuti e tavole dove il tempo sembra rallentare. Oggi si è unita anche l’ospitalità perché solo mischiando tradizione con innovazione si può andare avanti in montagna.
Poco distante, anche il Fungo Reale custodisce un pezzo importante dell’identità di Valloriate. Da oltre trent’anni la famiglia Odestri porta avanti una cucina profondamente legata ai boschi e alle stagioni della valle Stura. Manuel, la nuova generazione, è in cucina, insieme ai genitori Mauro e Olga, continua a valorizzare ricette che parlano di montagna vera, quella dove il bosco non è mai stato soltanto paesaggio, ma anche cibo, lavoro e sopravvivenza. Un ragazzo che ama il suo territorio, che dopo avere fatto esperienze altrove, ha scelto le sue radici ed è fiero di portare avanti quello che la sua famiglia ha costruito.
Ed è proprio qui che torna anche la raviola valouriana, una ricetta che racconta il paese forse meglio di tante parole. Una pasta preparata con farine semplici, tra cui il grano saraceno, ripiena di patate e sapori della tradizione, servita con burro fuso. Un piatto nato da una cucina povera e contadina, quando si cucinava l’antica torta di patate con quello che la montagna offriva, ma che oggi è diventato memoria, identità e orgoglio di un territorio, che Manuel, giovane e promettente chef, ha saputo tornare a far conoscere.
Anche il Fungo Reale, con il tempo, ha mischiato tradizione e innovazione ed ora è possibile soggiornare e vivere la bellissima esperienza di una Spa con vista montagne.
Perché a Valloriate succede ancora questo: i paesi cambiano, gli abitanti diminuiscono, le borgate si svuotano. Ma ci sono luoghi, profumi e persone che continuano a tenere accesa l’anima della montagna.
Sono due realtà diverse, ma unite dalla stessa scelta: restare.
Poi Luciana mi saluta e si dirige lentamente verso casa.
Mi strappa la promessa di tornare a trovarla, per andare a vedere insieme il bellissimo castagno monumentale, che con la sua chioma raggiunge i 18 metri. Lo chiamano “l’Arbou ‘d la Moutta” e da quasi 5 secoli osserva il paese cambiare. Anche lui avrà sicuramente molto da raccontare.
La guardo allontanarsi lungo la strada e penso che forse certi paesi sopravvivono proprio così. Grazie alle persone che continuano a custodirne la memoria.
Persone che, anche quando tutto cambia, riescono ancora a vedere un paese pieno di vita.