Una grammatica della vita spirituale per diventare umani senza scorciatoie
10 maggio 2026
Cuneo
Non una parola scelta impulsivamente o un’imprecisione: tutto studiato, meditato, rielaborato e proposto in una visione rigorosa e personalissima da uno dei monaci più arguti e coraggiosi del nostro tempo. Autore profondo, innamorato dell’umano, fedele riproduzione di un divino che si manifesta incarnandosi e non astraendosi, Luciano Manicardi (ex priore della comunità di Bose, studioso di Bibbia e grande amante di letteratura) parte da un’articolata riflessione su quel termine così attuale, ma anche così generico, di spiritualità che rappresenta “un ombrello che accoglie e ripara molte realtà… ma tutto questo al prezzo di una certa fluidità per non dire vaghezza di significato” per sottolineare come questa sia una parola non presente nella Bibbia, che invece ci invita a incuriosirci alla vita spirituale. Semplice differenza semantica o di stile? No. Differenza sostanziale tra un approccio teorico, veicolato dalla parola spiritualità, che facilmente diventa moralistico, avulso dalla quotidianità e che risente di secoli di disprezzo del corpo e allentamento dal vissuto umano per approdare a una locuzione, quella di vita spirituale, che rimanda pienamente all’uomo come essere vitale, complesso, impastato di emozioni ambivalenti, fragile, ferito, ma al tempo stesso capace di volontà, di scelta, di responsabilità e propenso a giocarsi nella relazione con l’altro (dimensione affettiva), gli altri (dimensione sociale e comunitaria) e la natura (dimensione universale e cosmica).
Il centro della riflessione non sono le pratiche che ci aiutano a coltivare una dimensione distaccata o mistica dell’esistenza, ma al contrario tutto ruota intorno alla vita vissuta e all’umano, nella sua totalità e integrità, fatto di l’intreccio tra corpo, cuore, mente, relazioni. Quell’umano di cui l’autore aveva già approfondito alcuni aspetti significativi, come il desiderio di verità e la capacità di mentire e vissuti delicati, come l’invidia e la vergogna, nel suo precedente saggio “La passione per l’umano”, di cui il testo fresco di stampa è la naturale continuazione, non solo nel titolo.
L’invito, ben documentato da riflessioni e citazioni tratte dai salmi e dal cantico dei cantici, è ad abitare quel corpo di cui siamo ospiti e di cui ci è chiesto di aver cura e di ascoltarne bisogni e desideri, primo fra tutti l’anelito ad entrare in relazione con chi ci sta accanto e può aiutarci a realizzare in pienezza la nostra esistenza. Qui si apre una parte significativa e assolutamente originale del testo in cui si evidenzia nell’amore, anche erotico, la valorizzazione della vita spirituale, se la si intende appunto come vita incarnata. Molto interessante la distinzione fra amore agapico ed erotico, dove entrambi sono veicolo per diventare umani e quindi stimolo spirituale per uscire da sé, oltrepassarsi e mettersi a rischio per crescere, evolvere e incontrare l’altro nella sua verità con una differenza: se l’eros ama chi è amabile, l’agape riesce ad amare e donarsi anche a chi amabile non è, come spesso sono il povero, lo straniero, il diverso, il sofferente. Distinzione che diventa spunto per un approfondimento sui paradossi del cristianesimo, che non solo chiede di amare il non amabile, ma crede nella morte della morte.
La prima parte del testo affronta con rigore alcune caratteristiche delle nuove spiritualità, della loro sovrapposizione con spinte intimistiche e soggettive e ne vengono evidenziati i rischi di strumentalizzazione e mercificazione ma anche il valore dell’attenzione alla libertà del singolo; segue la parte centrale del testo che si sofferma sul corpo e su come l’umano ne sia ospite e custode per arrivare alla parte finale in cui si parla di Gesù come proposta di uomo realmente abitante dell’umano e testimone del divino. Divino che null’altro è se non rispetto profondo e autentico della sacralità di ogni essere vivente e testimone di un messaggio che si sintetizza nella capacità di ‘elevarsi’ uscendo da sé per superare egocentrismo e imparare ad amare dove appunto Dio nient’altro è se non relazione e amore.
Bellissima la riflessione sulle tentazioni di Gesù come spinte esoteriche, divinizzanti e onnipotenti. Usando termini assolutamente contemporanei potremo dire che Gesù evita le trappole narcisistiche e l’autore ci indica anche quelle idolatre, dove idolatria è cercare Dio in ciò che umano non è, ma è magico, abbagliante, esoterico appunto. Il divino proposto da Gesù invece chiede fiducia di credere in un Dio che si attualizza nel vivere a pieno la propria umanità con le sue complessità e sofferenze.
Dio non è una scorciatoia dell’umano, non è magia, non è astrazione ma invito ad una vita a misura di uomo e di donna, che coabitano con rispetto tra loro e nel cosmo con la mitezza, la passione e il coraggio della verità che ha avuto Gesù.
Diventare umani e un testo appassionante, originale, dove addirittura si parla di curiosità come forma di vita spirituale, per nulla scontato, molto rigoroso e ben documentato, ma altrettanto avvicinabile e fruibile da chiunque sia curioso e in ricerca di senso e di profondità. Un libro che fa riflettere e mette profondamente in discussione perché esalta il realismo e l’accettazione della vita con le sue molteplici sfaccettature e delude chi cerca consolazione e sollievo in scorciatoie illusionistiche, magiche, esoteriche. Se il bisogno di eccedenza e trascendenza è universale la proposta è di cercare lo spirituale e riorientare la spinta all’oltre non al di fuori di noi, ma esattamente nell’umano di cui siamo ospiti.
Diventare umani. Una grammatica della vita spirituale
Luciano Manicardi
Vita e Pensiero