paesi
In valle Varaita, lontano dalle mete più conosciute dell’alta valle, c’è un piccolo Comune che resiste in silenzio. È Isasca, poco più di settanta abitanti, uno dei Comuni più piccoli della vallata, situato tra i 660 e i 1387 metri di altitudine, circondato da boschi e borgate, molte delle quali oggi disabitate. Un territorio ridotto, appena poco più di cinque chilometri quadrati, ma con una storia che racconta bene cosa significa vivere oggi in montagna.
Un tempo Isasca era diverso. Le borgate erano abitate, le famiglie numerose, i bambini presenti. La vita ruotava attorno ai boschi, alla terra, alla comunità. C’era la scuola, un parroco sempre presente che ha saputo creare un gruppo, una comunità viva e collaborativa. Poi, come in tanti paesi alpini, sono arrivate le fabbriche a valle, e molti hanno scelto di scendere. Le case si sono lentamente svuotate, le voci si sono fatte più rare, e Isasca è diventato uno di quei piccoli Comuni che rischiano di spegnersi. Passeggiando per il borgo i cartelli vendesi non mancano. Sicuramente quanto era tempo di vedere per alcuni era impossibile lasciare andare la vecchia casa di famiglia dove c’erano storie e vita. Oggi non è facile trovare chi si può di nuovo innamorare di quei vecchi muri.
Eppure, non si è spento.
Oggi a guidare il paese c’è Elena Vincenti, sindaca giovanissima, classe 1994.
Non è arrivata qui per scelta recente. Qui è cresciuta, qui ha sempre avuto le sue radici.
“Ho sempre detto che il giorno in cui avrei potuto scegliere dove vivere, sarei tornata qui” mi racconta. In questo luogo lei ha passato l’infanzia e, anche quando i suoi genitori hanno scelto di scendere a Valle, lei non ha mai smesso di passare le sue estati in montagna.
Oggi Elena vive qui, nella casa di famiglia che ha ristrutturato. La casa dove era nato suo papà, e la stessa casa dove l’anno scorso è nata la sua ultima figlia. La sua è stata una scelta inevitabile. “Per me è difficile immaginarmi altrove” spiega.
La sua è una presenza che racconta già molto. La sua elezione è arrivata in un momento delicato, quando si rischiava il commissariamento. Non si riusciva a trovare una lista, e per un paese così piccolo perdere il sindaco avrebbe significato perdere molto, forse tutto.
Poi, quasi all’ultimo momento, è arrivata la decisione. A pochi giorni dalla scadenza è stata presentata una lista. E la risposta della comunità è stata sorprendente. Isasca è stato uno dei Comuni italiani con la più alta affluenza alle urne, tanto da destare l’interesse dei media nazionali. Nonostante i pochi residenti, quasi tutti sono andati a votare, perché la volontà era chiara: mantenere il proprio Comune, continuare ad avere una guida, non perdere il proprio futuro.
Una scelta che racconta bene quanto, anche nei paesi più piccoli, il senso di comunità sia ancora forte.
Guidare un Comune come Isasca non è semplice.
Elena lo racconta con grande sincerità e sottolinea che è rimasta davvero stupita dal grande gesto che hanno fatto i suoi concittadini.
Le risorse sono limitate, la burocrazia spesso rallenta anche le cose più semplici, e nei piccoli Comuni ogni decisione pesa di più. Eppure nonostante tutto, la scelta di impegnarsi per il paese è stata naturale e inaspettata. “C’è sempre quella sensazione di non riuscire a fare abbastanza, ma allo stesso tempo anche la consapevolezza che ogni piccolo risultato ha un suo valore enorme.” dice con occhi sinceri.
Per lei questo posto non è solo il luogo dove ha scelto di vivere con la sua famiglia, ma è casa.
Qualcosa qui, però, si muove.
Nel paese oggi ci sono anche otto bambini, un numero piccolo, ma importante per una comunità così ridotta. Il Comune ha accolto anche una famiglia ucraina con cinque bambini negli alloggi comunali, portando nuove voci, nuovi giochi, nuova vita. E questo ha portato anche il ripristino di un servizio di pulmino che porta i piccoli a scuola.
E poi ci sono i gesti che tengono viva la comunità. La costituzione di una proloco.
Il Carnevale per i bambini, organizzato proprio per non perdere momenti di incontro. Le feste dei santi patroni, occasioni per ritrovarsi e mantenere vive le tradizioni. E anche un presepe meccanico, diventato negli anni una piccola attrazione, visitato e ammirato da persone provenienti da tutta la valle, un modo semplice ma efficace per mantenere vivo il paese anche nei mesi più silenziosi.
Isasca è anche acqua buona. Alla fontana del paese, ancora oggi, molte persone arrivano con taniche e bottiglie. Arrivano dai paesi vicini, ma anche da più lontano. L’acqua di Isasca è conosciuta e apprezzata, e quella fontana diventa così un piccolo punto di incontro, un luogo semplice che racconta ancora la vita di montagna. Ho sorriso vedendo che era stato messo un limite di litri per persona in un chiaro cartello sopra la fontana.
Il territorio è ricco di boschi, storicamente legato alla produzione del legname. È una montagna autentica, lontana dai grandi numeri, ma capace di raccontare una bellezza discreta. Ci sono ancora delle attività agricole, una residente anziana con i suoi figli e qualcuno che abita le piccole frazioni.
Elena mi sottolinea che per questa piccola comunità, che con il tempo ha visto spegnersi tutte le attività del paese come per esempio la bottega, avere una luce accesa tutto l’anno è quello che non la fa morire.
La luce che mi racconta è quella della Locanda Reloup.
E qui c’è una storia che parla di famiglia, di scelte e di montagna.
La storia di Grazia, Bruno e Giulio inizia lontano da Isasca, a Saluzzo, nello storico locale Corona Grossa, aperto nel 1868. A riaprirlo negli anni Ottanta erano stati i genitori di lei, riportando in vita un locale storico della città, con cucina tipica piemontese e un’identità ben precisa.
Bruno era giovanissimo, e arrivò nel locale come aiuto cuoco. È lì che si incontrano.
Ed è lì che nasce tutto.
“Lui era giovanissimo quando è arrivato in cucina”, racconta Grazia. “Io invece andavo ancora a scuola”. Poi la vita cambia. Si innamorano, si sposano, hanno un figlio e nel frattempo lui entra sempre di più nella gestione della cucina, fino a diventare parte integrante dell’attività.
Nel 2000 arriva un momento difficile: la morte del padre di lei. Qualche anno dopo, nel 2003, la madre decide di chiudere definitivamente la storica Corona Grossa. Una scelta importante, che segna la fine di un’epoca, ma anche l’inizio di una nuova avventura.
È lui, a quel punto, a cercare un nuovo locale più piccolo, più gestibile. Lo trova a Brossasco, in bassa valle Varaita. Nasce così una nuova attività una trattoria di cucina tradizionale. Nel frattempo, anche la vita di lei cambia. Una malattia la porta a rivedere le priorità e, lentamente, a lasciare il lavoro di grafica. Piano piano si avvicina sempre di più al ristorante, fino a entrarci completamente, insieme al marito e al cognato. Una scelta nata quasi naturalmente, fatta di passione e di famiglia.
Poi arriva un’altra occasione.
A Isasca la locanda comunale chiude. Viene pubblicato un bando. Bruno, che non era particolarmente incline ai cambiamenti, sorprende tutti: “Mi ha detto: c’è questo posto a Isasca, andiamo a vederlo”, racconta lei.
Inizia così il percorso burocratico, lungo e complesso, tipico delle strutture comunali. Permessi, documenti, tempi di attesa. Ma alla fine la locanda riapre.
A gennaio 2018 apre la Locanda Reloup.
Anche il nome racconta una storia. Reloup significa “re lupo” in occitano, una scelta non casuale. Quando si sono spostati in valle Varaita, in terra occitana, hanno voluto mantenere un legame con il passato e allo stesso tempo con il territorio. Da una parte la corona, simbolo storico della Corona Grossa, il locale di famiglia di Saluzzo; dall’altra il lupo, richiamo alla cultura occitana e alla montagna. Due simboli uniti per raccontare il passaggio da una storia familiare a una nuova avventura in montagna.
Oggi la struttura è gestita ancora in famiglia: Grazia, Bruno e suo fratello Giulio. Senza personale, con un lavoro quotidiano intenso che parte dalla colazione e arriva fino alla cena, passando per la gestione delle tre camere.
Un lavoro impegnativo, ma costruito sulle relazioni. Chi arriva spesso torna. E chi torna porta altri. Un locale molto accogliente, semplice, con una cucina curata e attenta al territorio e alla stagionalità. Non mancano mai “le ravioles”, “la doba” il tipico spezzatino alla provenzale, gli antipasti piemontesi e alcuni piatti speciali come “la finanziera” e la coscia di prosciutto al forno. Si mangia buono, semplice e curato!
Da sottolineare che si trova sempre la scelta vegetariana e vegana nel menù e che c’è un’attenzione a tutte le intolleranze alimentari.
L’estate è il momento più vivo. Arrivano escursionisti, motociclisti, turisti che cercano una montagna più tranquilla, fuori dai grandi circuiti. Molti fanno tappa lungo i percorsi di trekking della valle, si fermano per la notte e ripartono il giorno successivo.
Grazia, Bruno e Giulio hanno scelto di essere aperti tutto l’anno. In inverno solo mezza giornata, ma la loro presenza è costante. La locanda Reloup è anche un bar, un luogo di aggregazione. Quando fuori c’è brutto tempo è l’unico posto dove potersi incontrare al caldo e fare due chiacchiere.
“È un lavoro pesante”, raccontano, “ma la soddisfazione più grande è vedere le persone che tornano, anno dopo anno, e che portano amici, parenti, conoscenti”.
Avere le camere ha fatto la differenza. Con il pernottamento i clienti si riescono a conoscere meglio, si crea un rapporto. Da gennaio 2018 la locanda rende viva la vita di questo paese. C’è voluto un po’ di tempo perché i gestori fossero considerati del posto, ma loro hanno capito che bisognava entrare in punta di piedi e piano piano si sono conquistati la fiducia di tutti e ora sono parte della comunità.
E così, in un paese di settanta abitanti, la Locanda Reloup diventa molto più di un ristorante o di una piccola struttura ricettiva. Diventa un punto di riferimento, una luce accesa, un luogo che porta movimento e vita in un ramo della valle meno frequentato.
Mi piace dare luce a piccole storie semplici, a luoghi che spesso sembrano dimenticati, ma dove tutti vivono, si uniscono e tengono vivo un pezzo di montagna.
Forse è anche grazie a storie come questa che i piccoli paesi delle terre alte continuano a resistere.
Isasca, 70 abitanti per una montagna che non si arrende lontana dai grandi flussi turistici
03 maggio 2026
Cuneo
In valle Varaita, lontano dalle mete più conosciute dell’alta valle, c’è un piccolo Comune che resiste in silenzio. È Isasca, poco più di settanta abitanti, uno dei Comuni più piccoli della vallata, situato tra i 660 e i 1387 metri di altitudine, circondato da boschi e borgate, molte delle quali oggi disabitate. Un territorio ridotto, appena poco più di cinque chilometri quadrati, ma con una storia che racconta bene cosa significa vivere oggi in montagna.
Un tempo Isasca era diverso. Le borgate erano abitate, le famiglie numerose, i bambini presenti. La vita ruotava attorno ai boschi, alla terra, alla comunità. C’era la scuola, un parroco sempre presente che ha saputo creare un gruppo, una comunità viva e collaborativa. Poi, come in tanti paesi alpini, sono arrivate le fabbriche a valle, e molti hanno scelto di scendere. Le case si sono lentamente svuotate, le voci si sono fatte più rare, e Isasca è diventato uno di quei piccoli Comuni che rischiano di spegnersi. Passeggiando per il borgo i cartelli vendesi non mancano. Sicuramente quanto era tempo di vedere per alcuni era impossibile lasciare andare la vecchia casa di famiglia dove c’erano storie e vita. Oggi non è facile trovare chi si può di nuovo innamorare di quei vecchi muri.
Eppure, non si è spento.
Oggi a guidare il paese c’è Elena Vincenti, sindaca giovanissima, classe 1994.
Non è arrivata qui per scelta recente. Qui è cresciuta, qui ha sempre avuto le sue radici.
“Ho sempre detto che il giorno in cui avrei potuto scegliere dove vivere, sarei tornata qui” mi racconta. In questo luogo lei ha passato l’infanzia e, anche quando i suoi genitori hanno scelto di scendere a Valle, lei non ha mai smesso di passare le sue estati in montagna.
Oggi Elena vive qui, nella casa di famiglia che ha ristrutturato. La casa dove era nato suo papà, e la stessa casa dove l’anno scorso è nata la sua ultima figlia. La sua è stata una scelta inevitabile. “Per me è difficile immaginarmi altrove” spiega.
La sua è una presenza che racconta già molto. La sua elezione è arrivata in un momento delicato, quando si rischiava il commissariamento. Non si riusciva a trovare una lista, e per un paese così piccolo perdere il sindaco avrebbe significato perdere molto, forse tutto.
Poi, quasi all’ultimo momento, è arrivata la decisione. A pochi giorni dalla scadenza è stata presentata una lista. E la risposta della comunità è stata sorprendente. Isasca è stato uno dei Comuni italiani con la più alta affluenza alle urne, tanto da destare l’interesse dei media nazionali. Nonostante i pochi residenti, quasi tutti sono andati a votare, perché la volontà era chiara: mantenere il proprio Comune, continuare ad avere una guida, non perdere il proprio futuro.
Una scelta che racconta bene quanto, anche nei paesi più piccoli, il senso di comunità sia ancora forte.
Guidare un Comune come Isasca non è semplice.
Elena lo racconta con grande sincerità e sottolinea che è rimasta davvero stupita dal grande gesto che hanno fatto i suoi concittadini.
Le risorse sono limitate, la burocrazia spesso rallenta anche le cose più semplici, e nei piccoli Comuni ogni decisione pesa di più. Eppure nonostante tutto, la scelta di impegnarsi per il paese è stata naturale e inaspettata. “C’è sempre quella sensazione di non riuscire a fare abbastanza, ma allo stesso tempo anche la consapevolezza che ogni piccolo risultato ha un suo valore enorme.” dice con occhi sinceri.
Per lei questo posto non è solo il luogo dove ha scelto di vivere con la sua famiglia, ma è casa.
Qualcosa qui, però, si muove.
Nel paese oggi ci sono anche otto bambini, un numero piccolo, ma importante per una comunità così ridotta. Il Comune ha accolto anche una famiglia ucraina con cinque bambini negli alloggi comunali, portando nuove voci, nuovi giochi, nuova vita. E questo ha portato anche il ripristino di un servizio di pulmino che porta i piccoli a scuola.
E poi ci sono i gesti che tengono viva la comunità. La costituzione di una proloco.
Il Carnevale per i bambini, organizzato proprio per non perdere momenti di incontro. Le feste dei santi patroni, occasioni per ritrovarsi e mantenere vive le tradizioni. E anche un presepe meccanico, diventato negli anni una piccola attrazione, visitato e ammirato da persone provenienti da tutta la valle, un modo semplice ma efficace per mantenere vivo il paese anche nei mesi più silenziosi.
Isasca è anche acqua buona. Alla fontana del paese, ancora oggi, molte persone arrivano con taniche e bottiglie. Arrivano dai paesi vicini, ma anche da più lontano. L’acqua di Isasca è conosciuta e apprezzata, e quella fontana diventa così un piccolo punto di incontro, un luogo semplice che racconta ancora la vita di montagna. Ho sorriso vedendo che era stato messo un limite di litri per persona in un chiaro cartello sopra la fontana.
Il territorio è ricco di boschi, storicamente legato alla produzione del legname. È una montagna autentica, lontana dai grandi numeri, ma capace di raccontare una bellezza discreta. Ci sono ancora delle attività agricole, una residente anziana con i suoi figli e qualcuno che abita le piccole frazioni.
Elena mi sottolinea che per questa piccola comunità, che con il tempo ha visto spegnersi tutte le attività del paese come per esempio la bottega, avere una luce accesa tutto l’anno è quello che non la fa morire.
La luce che mi racconta è quella della Locanda Reloup.
E qui c’è una storia che parla di famiglia, di scelte e di montagna.
La storia di Grazia, Bruno e Giulio inizia lontano da Isasca, a Saluzzo, nello storico locale Corona Grossa, aperto nel 1868. A riaprirlo negli anni Ottanta erano stati i genitori di lei, riportando in vita un locale storico della città, con cucina tipica piemontese e un’identità ben precisa.
Bruno era giovanissimo, e arrivò nel locale come aiuto cuoco. È lì che si incontrano.
Ed è lì che nasce tutto.
“Lui era giovanissimo quando è arrivato in cucina”, racconta Grazia. “Io invece andavo ancora a scuola”. Poi la vita cambia. Si innamorano, si sposano, hanno un figlio e nel frattempo lui entra sempre di più nella gestione della cucina, fino a diventare parte integrante dell’attività.
Nel 2000 arriva un momento difficile: la morte del padre di lei. Qualche anno dopo, nel 2003, la madre decide di chiudere definitivamente la storica Corona Grossa. Una scelta importante, che segna la fine di un’epoca, ma anche l’inizio di una nuova avventura.
È lui, a quel punto, a cercare un nuovo locale più piccolo, più gestibile. Lo trova a Brossasco, in bassa valle Varaita. Nasce così una nuova attività una trattoria di cucina tradizionale. Nel frattempo, anche la vita di lei cambia. Una malattia la porta a rivedere le priorità e, lentamente, a lasciare il lavoro di grafica. Piano piano si avvicina sempre di più al ristorante, fino a entrarci completamente, insieme al marito e al cognato. Una scelta nata quasi naturalmente, fatta di passione e di famiglia.
Poi arriva un’altra occasione.
A Isasca la locanda comunale chiude. Viene pubblicato un bando. Bruno, che non era particolarmente incline ai cambiamenti, sorprende tutti: “Mi ha detto: c’è questo posto a Isasca, andiamo a vederlo”, racconta lei.
Inizia così il percorso burocratico, lungo e complesso, tipico delle strutture comunali. Permessi, documenti, tempi di attesa. Ma alla fine la locanda riapre.
A gennaio 2018 apre la Locanda Reloup.
Anche il nome racconta una storia. Reloup significa “re lupo” in occitano, una scelta non casuale. Quando si sono spostati in valle Varaita, in terra occitana, hanno voluto mantenere un legame con il passato e allo stesso tempo con il territorio. Da una parte la corona, simbolo storico della Corona Grossa, il locale di famiglia di Saluzzo; dall’altra il lupo, richiamo alla cultura occitana e alla montagna. Due simboli uniti per raccontare il passaggio da una storia familiare a una nuova avventura in montagna.
Oggi la struttura è gestita ancora in famiglia: Grazia, Bruno e suo fratello Giulio. Senza personale, con un lavoro quotidiano intenso che parte dalla colazione e arriva fino alla cena, passando per la gestione delle tre camere.
Un lavoro impegnativo, ma costruito sulle relazioni. Chi arriva spesso torna. E chi torna porta altri. Un locale molto accogliente, semplice, con una cucina curata e attenta al territorio e alla stagionalità. Non mancano mai “le ravioles”, “la doba” il tipico spezzatino alla provenzale, gli antipasti piemontesi e alcuni piatti speciali come “la finanziera” e la coscia di prosciutto al forno. Si mangia buono, semplice e curato!
Da sottolineare che si trova sempre la scelta vegetariana e vegana nel menù e che c’è un’attenzione a tutte le intolleranze alimentari.
L’estate è il momento più vivo. Arrivano escursionisti, motociclisti, turisti che cercano una montagna più tranquilla, fuori dai grandi circuiti. Molti fanno tappa lungo i percorsi di trekking della valle, si fermano per la notte e ripartono il giorno successivo.
Grazia, Bruno e Giulio hanno scelto di essere aperti tutto l’anno. In inverno solo mezza giornata, ma la loro presenza è costante. La locanda Reloup è anche un bar, un luogo di aggregazione. Quando fuori c’è brutto tempo è l’unico posto dove potersi incontrare al caldo e fare due chiacchiere.
“È un lavoro pesante”, raccontano, “ma la soddisfazione più grande è vedere le persone che tornano, anno dopo anno, e che portano amici, parenti, conoscenti”.
Avere le camere ha fatto la differenza. Con il pernottamento i clienti si riescono a conoscere meglio, si crea un rapporto. Da gennaio 2018 la locanda rende viva la vita di questo paese. C’è voluto un po’ di tempo perché i gestori fossero considerati del posto, ma loro hanno capito che bisognava entrare in punta di piedi e piano piano si sono conquistati la fiducia di tutti e ora sono parte della comunità.
E così, in un paese di settanta abitanti, la Locanda Reloup diventa molto più di un ristorante o di una piccola struttura ricettiva. Diventa un punto di riferimento, una luce accesa, un luogo che porta movimento e vita in un ramo della valle meno frequentato.
Mi piace dare luce a piccole storie semplici, a luoghi che spesso sembrano dimenticati, ma dove tutti vivono, si uniscono e tengono vivo un pezzo di montagna.
Forse è anche grazie a storie come questa che i piccoli paesi delle terre alte continuano a resistere.