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15 luglio 2026

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Sergio Donadio, l’ultimo lustrascarpe

02 maggio 2026

Cuneo

sergio donadio “Le mani ossute, livide per il freddo di questo inverno, manovrano con precisione e leggerezza le spazzole. Queste accarezzano la tomaia, che ad ogni colpo diventa più morbida e lucida. Un passaggio finale con il panno di lana e poi: “Ecco, il signore è servito”. Iniziava così l’intervista a Sergio Donadio curata da Giuliano Dolfini pubblicata nel 1982. Sergio è stato l’ultimo lustrascarpe che ha prestato servizio presso la stazione ferroviaria Porta Nuova di Torino. Oggi vivecon la moglie Rosa presso il Pensionato Casa Vittoria di San Pietro frazione di Monterosso Grana. Nato in alta Valle Grana ha raggiunto in giovane età la città di Torino, ma ha sempre amato profondamente camminare sulle vette e ascoltare i silenzi che solo la montagna sa donare. Come è stata la sua infanzia? Sono nato a Campomolino, capoluogo di Castelmagno nel 1940. Ho fatto le elementari a Colletto: avevamo più di un chilometro di strada a piedi da percorrere ogni giorno. Le classi erano numerose: a Narbona c’era una famiglia con diciassette bambini. Nel 1945 da noi in montagna la guerra non era finita: c’era lo sbandamento, c’erano i partigiani e i muti. Regnavano la confusione e la paura. Nel 1946 a scuola si respirava ancora aria di fascismo poi, a partire dal 1947 tutto è cambiato. La mia maestra viveva in valle. Le maestre che arrivavano da fuori erano generalmente giovani: su, avevano una stanza priva di luce e gas. Vivevano con niente. A Colletto venivano a scuola i bambini di Campomolino, Croce, Campofei e Batuira. Chiotti e Chiappi alternavano, ogni anno si spostavano da una frazione all’altra. A Narbona c’era la scuola. Durante i lunghi inverni si costruivano gli sci in legno, gli zoccoli e gli “scufun”: calzature rudimentali fatte con la stoffa delle mantelle militari e chiodati a dovere per affrontare il ghiaccio, il freddo e la neve. Le donne facevano gli “scapin” ossia il piede della calza che veniva cambiato regolarmente in quanto era la parte che si deteriorava più velocemente. Da bambino per guadagnare qualche spicciolo raccoglievo le stelle alpine per i villeggianti. Ricordo Paolo e Giaculin: quando suonavano rispettivamente l’armonica e il clarino si udiva la musica in tutta la valle.  A Campomolino erano tante le famiglie: alcuni svernavano per cercare lavoro in pianura poi in estate tornavano per fare il fieno. In inverno si dormiva nelle stalle e d’estate nei fienili.  Poi tra gli anni ’60 e ‘70 le borgate si sono spopolate completamente, chi poteva se ne andava. A dieci anni ho iniziato a lavorare su in montagna con un pastore. L’anno dopo ho seguito i pastori di pecore: si partiva a piedi da Castelmagno diretti a Tortona dove venivano tosate le pecore poi si proseguiva per Alessandria sempre a piedi. Lasciavamo le montagne in autunno per tornare a maggio. I proprietari dormivano sul carro mentre noi garzoni dormivamo per terra su un giaciglio di paglia improvvisato. Cercavamo riparo sotto i ponti. Era una vita errante e dura.  La sua famiglia storicamente si è sempre occupata della distribuzione della posta? Per molte generazioni si è occupata di distribuire la posta in alta valle: mia mamma è stata l’ultima postina della famiglia, ha lavorato fino a 70 anni. Facevano anche lo “speciale” (procaccia) per cui si occupavano di consegnare stipendi, pensioni e quant’altro. Tutte le mattine scendevano a ritirare la posta a Pradleves.  A tredici anni parte per Torino. Sono andato a Torino. Tra i tanti lavori svolti, per un breve periodo ho lavorato come lustrascarpe davanti al palazzo di vetro della Rai in via Cernaia all’epoca in costruzione. Anni dopo, in seguito a un incidente sul lavoro che mi ha causato un’invalidità sono tornato e mi sono cercato casa a Caraglio. Vivevo facendo dei lavori saltuari finché un giorno per un caso fortuito, incontro il direttore dell’albergo Principe di Piemonte sito a Limone. Lui mi offre un lavoro stabile come portiere d’albergo e io accetto. A Limone conosco Rosa che presto diventerà mia moglie. Purtroppo a breve si ammalerà e verrà ricoverata all’ospedale Martini Nuovo di Torino. In un primo tempo viaggiavo e mi occupavo di suo figlio che all’epoca era un bambino. Poi, considerando che le condizioni di mia moglie non miglioravano, decisi di spostarmi a Torino.  A Torino cercò un lavoro? Mi guardai intorno e non “avendo mestieri” decisi di fare nuovamente il lustrascarpe. Presi regolare licenza per esercitare. Pagavo il suolo pubblico alle Ferrovie in quanto lavoravo alla stazione di Porta Nuova. Comprai da un lustrascarpe che cessava l’attività il necessario: cassetta organizzata per contenere le spazzole diverse tra loro a seconda della funzione, i lucidi di tutti i colori, i parastinchi di cuoio per non sporcare le calze che erano quasi sempre bianche, la sedia per il cliente e la seggiolina per l’operante. Ho speso un milione di lire per acquistare da una ditta di Padova i prodotti necessari. Il prezzo per la pulizia completa era di duemila lire per le scarpe e tremila lire per gli stivaletti. Ho apportato una modifica importante alla sedia del cliente aggiungendo le ruote. Questo mi permetteva a fine giornata lavorativa di ritirare agevolmente tutta l’attrezzatura che veniva custodita in un magazzino della stazione.  Da chi ha acquistato la cassetta del mestiere?  Da Giovanni Martino originario di Batuira di Castelmagno. Giovanni iniziò a vent’anni e lavorò fino ai novanta. La cassetta l’aveva costruita lui, è un gioiellino, fatta ad opera d’arte. In due mi hanno proposto in vendita l’attività: ho scelto quello che insieme all’attrezzatura mi ha svelato gli ingredienti segreti della cera.  Una cera speciale? Ognuno di noi custodiva gelosamente la ricetta di una cera speciale: gli ingredienti rimanevano segreti. Era un miscuglio di molte sostanze dosate a dovere che rendevano lucide e impermeabili le scarpe. Ho donato tutta la mia attrezzatura al museo di Colletto a Castelmagno: si può visionare la ricetta con gli ingredienti necessari per la cera che usavo. La sedia del cliente era alta e confortevole e lui poteva appoggiare comodamente il piede su un supporto in ferro fissato sulla cassetta.  Com’era la divisa del lustrascarpe? Avevamo una giacca e il cappello rosso dei capi stazione perché visibile da lontano.  Negli anni ’80 ormai lei era rimasto l’unico e l’ultimo lustrascarpe di Torino. Si, ormai ero solo; ho lavorato un paio d’anni poi quando ho chiuso l’attività nessuno dopo di me ha continuato. Le scarpe di pelle hanno lasciato il posto a scarpe impossibili da lucidare. Anni prima il mestiere del lustrascarpe era ambito: dal lato partenze di via Sacchi erano in dodici, in trenta verso l’uscita su corso Nizza. I clienti erano soprattutto uomini, poche donne: ricordo un’insegnante che arrivava da Condove a farsi pulire gli stivaletti e diceva che per un mese rimanevano in ordine. A volte c’era la coda: alcuni scappavano per raggiungere il posto di lavoro altri rimanevano e aspettavano il loro turno. Spesso il clima in stazione era ostile, non mancavano malviventi, dovevo essere attento. Avevo chiesto informazioni a un direttore della ferrovia originario della valle Maira per poter fare un “gabbiotto” sicuro e al riparo dal freddo all’interno della stazione. Mi consigliò di farmi fare un progetto e di non cambiare stile architettonico: un geometra lo ideò. Oltre al prezzo del lavoro avrei dovuto pagare l’affitto alle Ferrovie dello Stato. Non lo feci costruire perché, dopo aver frequentato un anno di scuola serale e aver conseguito il patentino per la conduzione degli impianti termici, ho intrapreso un lavoro sicuro e più remunerativo. Erano molti gli abitanti della valle Grana che trovavano lavoro a Torino?  Erano tanti. Prima della guerra si migrava in Francia poi dopo la guerra tanta gente è andata a Torino per poter lavorare e cercare fortuna. I lustrascarpe a Torino erano tutti di Castelmagno tranne due: un astigiano e un greco ma entrambi sposati con donne della valle. In tutte le strade principali, sotto i portici, in piazza Lagrange, in piazza Paleocapa, nelle stazioni ferroviarie, in corso Stati Uniti ovunque c’erano lustrascarpe. Erano tutti uomini, le donne non intraprendevano questo mestiere. A Torino in genere, in un primo momento per vivere si affittavano soffitte in quanto costavano poco. Fare il lustrascarpe era un lavoro impegnativo? Si, lavoravo molte ore al giorno e di sera ogni tanto andavo all’albergo “Cit Turin” dove mi preparavano le scarpe da pulire e lucidare. Ancora dopo, quando lavoravo come conduttore delle caldaie, mi capitava di pulire le scarpe per clienti fissi. Tra questi c’era l’avvocato Agnelli: quando poteva veniva lui con la moglie altrimenti mandava l’autista col sacco pieno di scarpe. Con tanti clienti si è creata un’amicizia che è durata negli anni.  Con una punta di curiosità durante l’intervista osservo le scarpe del signor Sergio: lucide, intonse, perfette. Piccolo museo della vita di quassù a Castelmagno Sergio Donadio, l'ultimo lustascarpe Sergio Donadio, l'ultimo lustascarpe  
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