cuneo
Negli ultimi tempi, i riflettori della comunità internazionale si sono concentrati sul Medio Oriente, dove sembra essere soprattutto l’interesse economico a guidare le scelte, complice lo spettro della recessione alimentato dall’aumento del prezzo del petrolio.
In questo scenario si inseriscono le storie personali di due donne iraniane che, per ragioni di sicurezza, chiameremo Garen e Rjaman: la prima vive a Teheran, la seconda in provincia di Cuneo.
Ho conosciuto Garen due anni fa a Yerevan: lavora per un’azienda automobilistica a Teheran e, fino alla primavera scorsa, descriveva la capitale come “abbastanza sicura”. Con il peggiorare della situazione, però, i nostri contatti si sono fatti sempre più rari.
Nei suoi ultimi messaggi raccontava di un’inflazione altissima, della paura di una guerra che definiva “opera di leader stupidi” e del timore diffuso di dover lasciare il Paese e diventare rifugiati. L’ultimo messaggio ricevuto è stato: “Spero di rivederti presto”. Da allora, tra problemi di sicurezza e difficoltà di accesso a Internet, non ha più risposto. Per un periodo risultava ancora online su Telegram, poi più nulla.
Rjaman vive invece in provincia di Cuneo. Come Garen è colta e indipendente, a testimonianza di una realtà spesso diversa dagli stereotipi sulle donne iraniane. Garen indossa il velo solo in Iran, mentre Rjaman, vivendo in Italia, non lo porta.
Mi accoglie a casa sua, davanti a tè e datteri come vuole la tradizione di ospitalità iraniana.
Perché è venuta via dall’Iran?
Sono arrivata in Italia nel 2013, a 26 anni, per conseguire la Magistrale in ingegneria elettronica a Roma. In Iran lavoravo già in quel settore, ma sognavo un’esperienza in Europa. Non è stato facile lasciare un impiego stabile, ma sono partita grazie all’incoraggiamento del mio insegnante di italiano. Pensavo di tornare, ma poi le cose sono cambiate e sono ancora qui.
La sua famiglia è ancora in Iran?
Sì, tutta la mia famiglia vive ancora lì. Tornavo quasi ogni anno fino al 2024, poi ho smesso per l’instabilità dello scenario politico. A febbraio ho incontrato mia madre a Istanbul per pochi giorni. Oggi però comunicare è difficilissimo: riesco a sentire mia sorella grazie alle VPN costose che spesso non funzionano. Con la guerra parlo raramente con mia madre che vive a Porto Anzali, vicino al mar Caspio; durante alcuni bombardamenti, mi ha chiamata per rassicurarmi.
Come giudica l’intervento degli Stati Uniti e di Israele, considerando che i bombardamenti colpiscono anche i civili?
Ogni governo agisce in funzione dei propri interessi, come accade anche per gli Stati Uniti guidati da Donald Trump. Tuttavia, nella fase attuale, una parte di questi interessi finisce per sovrapporsi a quelli di molti iraniani, che auspicano la fine del regime teocratico e del potere dei Pasdaran.
Il quadro resta estremamente complesso. Numerose strutture colpite sono basi militari, nucleari o missilistiche, spesso situate in aree desertiche. Altri obiettivi militari, però, sorgono in prossimità di centri abitati o, in alcuni casi, sono stati collocati all’interno o nelle immediate vicinanze di edifici civili, comprese scuole. In queste circostanze, talvolta vengono diffusi avvisi preventivi per invitare la popolazione a evacuare le zone a rischio prima dei bombardamenti. Ma l’efficacia di tali misure è fortemente limitata: senza accesso a Internet, molti cittadini iraniani non riescono a ricevere né a seguire queste comunicazioni. A ciò si aggiunge un’ulteriore criticità: la quasi totale assenza di rifugi adeguati per la popolazione civile, a fronte invece della costruzione di estese reti di tunnel sotterranei destinati a uso militare.
Nonostante il dolore per le vittime civili molti iraniani vedono nell’indebolimento del sistema di potere l’unica via d’uscita. Il mio popolo ha già pagato un prezzo altissimo per proteste pacifiche. Restare in questo regime significa, nel lungo termine, perdere ancora più vite.
Evitando le zone a rischio e con un minimo di consapevolezza è possibile ridurre il pericolo. Di fronte alla repressione interna, invece non esiste via di fuga, ma solo arresti arbitrari, prigionia, esecuzioni, crisi ambientale, inflazione, sofferenza. Ecco perché questa volta le proteste hanno coinvolto le città in tutto l’Iran.
Chi rappresenta oggi l’opposizione?
L’unico nome costantemente citato è quello del principe Reza Pahlavi. Le maggiori manifestazioni, sia all’estero che in Iran, si sono svolte spesso dietro a un suo appello o sotto la sua guida. La sua leadership viene dai più considerata una soluzione temporanea, mentre altri preferirebbero una monarchia costituzionale. Tuttavia, questo sarà deciso attraverso elezioni libere in futuro.
Ma il ritorno alla figura dei Pahlavi non rappresenta un passo indietro?
Gli iraniani all’estero si considerano portavoce di chi in patria non può esprimersi. Molti oggi rivalutano la figura dello Scià, nonostante gli errori compiuti in passato, riconoscendone il ruolo nel progresso e nella modernizzazione del Paese, anche se i cambiamenti furono forse troppo rapidi. La narrazione ufficiale contro la monarchia è stata a lungo dominante, ma col tempo è stata messa in discussione. Reza Pahlavi, allora molto giovane, non è ritenuto responsabile della repressione del regime. Parte della generazione precedente esprime oggi rimpianto per il cambiamento del 1979, ricordando un passato percepito come più libero e stabile.
Com’è la vita in Iran?
In Iran la vita quotidiana è una lotta contro l’impossibile. Un dato reale è che l’inflazione trasforma il prezzo di una bottiglia d’olio da 300 mila a un milione e mezzo di rial in una sola notte. Le infrastrutture cedono, l’acqua scarseggia e le sanzioni, pensate per colpire il governo, finiscono per soffocare i cittadini, rendendo difficile persino aprire un conto in banca a chi vive in Europa per studio o lavoro.
E dell’Italia verso l’Iran cosa pensa?
La gente scende in piazza per Gaza, ma ignora le migliaia di giovani iraniani impiccati o uccisi. Hanno giustiziato diciottenni a Teheran e altri minorenni in città curde e ogni giorno ne impiccano sulla pubblica piazza per intimorire. Eppure nessuno ne parla davvero. Le proteste interne continuano da settimane. Solo in due giorni sono morti circa 40.000 ragazzi, e molti leader occidentali della sinistra, quelli più noti, non hanno speso una parola. Non c’è stato alcun tweet, nessun post, nulla. Sembra che l’interesse per i diritti umani si accenda solo quando serve a colpire un nemico geopolitico, non quando a morire sono ragazzi che sognano la libertà.
La storia di Garen, scomparsa dietro a un monitor spento a Teheran, e quella di Rjaman, che lotta per dare voce a chi non ne ha, da una cittadina della provincia piemontese, ci ricordano che l’Iran non è solo un tassello sulla scacchiera mediorientale e che il suo popolo chiede di non essere confuso con i propri oppressori.
Il supporto di cui hanno bisogno non è un intervento calato dall’alto, ma un riconoscimento politico e umano chiaro: non permettere al regime di parlare a nome di una generazione che sta dando la vita per il cambiamento. “Non chiediamo che decidiate per noi”, conclude Rjaman, “ma che ci ascoltiate”.
Due donne iraniane e l’Iran di oggi
18 aprile 2026
Cuneo
Negli ultimi tempi, i riflettori della comunità internazionale si sono concentrati sul Medio Oriente, dove sembra essere soprattutto l’interesse economico a guidare le scelte, complice lo spettro della recessione alimentato dall’aumento del prezzo del petrolio.
In questo scenario si inseriscono le storie personali di due donne iraniane che, per ragioni di sicurezza, chiameremo Garen e Rjaman: la prima vive a Teheran, la seconda in provincia di Cuneo.
Ho conosciuto Garen due anni fa a Yerevan: lavora per un’azienda automobilistica a Teheran e, fino alla primavera scorsa, descriveva la capitale come “abbastanza sicura”. Con il peggiorare della situazione, però, i nostri contatti si sono fatti sempre più rari.
Nei suoi ultimi messaggi raccontava di un’inflazione altissima, della paura di una guerra che definiva “opera di leader stupidi” e del timore diffuso di dover lasciare il Paese e diventare rifugiati. L’ultimo messaggio ricevuto è stato: “Spero di rivederti presto”. Da allora, tra problemi di sicurezza e difficoltà di accesso a Internet, non ha più risposto. Per un periodo risultava ancora online su Telegram, poi più nulla.
Rjaman vive invece in provincia di Cuneo. Come Garen è colta e indipendente, a testimonianza di una realtà spesso diversa dagli stereotipi sulle donne iraniane. Garen indossa il velo solo in Iran, mentre Rjaman, vivendo in Italia, non lo porta.
Mi accoglie a casa sua, davanti a tè e datteri come vuole la tradizione di ospitalità iraniana.
Perché è venuta via dall’Iran?
Sono arrivata in Italia nel 2013, a 26 anni, per conseguire la Magistrale in ingegneria elettronica a Roma. In Iran lavoravo già in quel settore, ma sognavo un’esperienza in Europa. Non è stato facile lasciare un impiego stabile, ma sono partita grazie all’incoraggiamento del mio insegnante di italiano. Pensavo di tornare, ma poi le cose sono cambiate e sono ancora qui.
La sua famiglia è ancora in Iran?
Sì, tutta la mia famiglia vive ancora lì. Tornavo quasi ogni anno fino al 2024, poi ho smesso per l’instabilità dello scenario politico. A febbraio ho incontrato mia madre a Istanbul per pochi giorni. Oggi però comunicare è difficilissimo: riesco a sentire mia sorella grazie alle VPN costose che spesso non funzionano. Con la guerra parlo raramente con mia madre che vive a Porto Anzali, vicino al mar Caspio; durante alcuni bombardamenti, mi ha chiamata per rassicurarmi.
Come giudica l’intervento degli Stati Uniti e di Israele, considerando che i bombardamenti colpiscono anche i civili?
Ogni governo agisce in funzione dei propri interessi, come accade anche per gli Stati Uniti guidati da Donald Trump. Tuttavia, nella fase attuale, una parte di questi interessi finisce per sovrapporsi a quelli di molti iraniani, che auspicano la fine del regime teocratico e del potere dei Pasdaran.
Il quadro resta estremamente complesso. Numerose strutture colpite sono basi militari, nucleari o missilistiche, spesso situate in aree desertiche. Altri obiettivi militari, però, sorgono in prossimità di centri abitati o, in alcuni casi, sono stati collocati all’interno o nelle immediate vicinanze di edifici civili, comprese scuole. In queste circostanze, talvolta vengono diffusi avvisi preventivi per invitare la popolazione a evacuare le zone a rischio prima dei bombardamenti. Ma l’efficacia di tali misure è fortemente limitata: senza accesso a Internet, molti cittadini iraniani non riescono a ricevere né a seguire queste comunicazioni. A ciò si aggiunge un’ulteriore criticità: la quasi totale assenza di rifugi adeguati per la popolazione civile, a fronte invece della costruzione di estese reti di tunnel sotterranei destinati a uso militare.
Nonostante il dolore per le vittime civili molti iraniani vedono nell’indebolimento del sistema di potere l’unica via d’uscita. Il mio popolo ha già pagato un prezzo altissimo per proteste pacifiche. Restare in questo regime significa, nel lungo termine, perdere ancora più vite.
Evitando le zone a rischio e con un minimo di consapevolezza è possibile ridurre il pericolo. Di fronte alla repressione interna, invece non esiste via di fuga, ma solo arresti arbitrari, prigionia, esecuzioni, crisi ambientale, inflazione, sofferenza. Ecco perché questa volta le proteste hanno coinvolto le città in tutto l’Iran.
Chi rappresenta oggi l’opposizione?
L’unico nome costantemente citato è quello del principe Reza Pahlavi. Le maggiori manifestazioni, sia all’estero che in Iran, si sono svolte spesso dietro a un suo appello o sotto la sua guida. La sua leadership viene dai più considerata una soluzione temporanea, mentre altri preferirebbero una monarchia costituzionale. Tuttavia, questo sarà deciso attraverso elezioni libere in futuro.
Ma il ritorno alla figura dei Pahlavi non rappresenta un passo indietro?
Gli iraniani all’estero si considerano portavoce di chi in patria non può esprimersi. Molti oggi rivalutano la figura dello Scià, nonostante gli errori compiuti in passato, riconoscendone il ruolo nel progresso e nella modernizzazione del Paese, anche se i cambiamenti furono forse troppo rapidi. La narrazione ufficiale contro la monarchia è stata a lungo dominante, ma col tempo è stata messa in discussione. Reza Pahlavi, allora molto giovane, non è ritenuto responsabile della repressione del regime. Parte della generazione precedente esprime oggi rimpianto per il cambiamento del 1979, ricordando un passato percepito come più libero e stabile.
Com’è la vita in Iran?
In Iran la vita quotidiana è una lotta contro l’impossibile. Un dato reale è che l’inflazione trasforma il prezzo di una bottiglia d’olio da 300 mila a un milione e mezzo di rial in una sola notte. Le infrastrutture cedono, l’acqua scarseggia e le sanzioni, pensate per colpire il governo, finiscono per soffocare i cittadini, rendendo difficile persino aprire un conto in banca a chi vive in Europa per studio o lavoro.
E dell’Italia verso l’Iran cosa pensa?
La gente scende in piazza per Gaza, ma ignora le migliaia di giovani iraniani impiccati o uccisi. Hanno giustiziato diciottenni a Teheran e altri minorenni in città curde e ogni giorno ne impiccano sulla pubblica piazza per intimorire. Eppure nessuno ne parla davvero. Le proteste interne continuano da settimane. Solo in due giorni sono morti circa 40.000 ragazzi, e molti leader occidentali della sinistra, quelli più noti, non hanno speso una parola. Non c’è stato alcun tweet, nessun post, nulla. Sembra che l’interesse per i diritti umani si accenda solo quando serve a colpire un nemico geopolitico, non quando a morire sono ragazzi che sognano la libertà.
La storia di Garen, scomparsa dietro a un monitor spento a Teheran, e quella di Rjaman, che lotta per dare voce a chi non ne ha, da una cittadina della provincia piemontese, ci ricordano che l’Iran non è solo un tassello sulla scacchiera mediorientale e che il suo popolo chiede di non essere confuso con i propri oppressori.
Il supporto di cui hanno bisogno non è un intervento calato dall’alto, ma un riconoscimento politico e umano chiaro: non permettere al regime di parlare a nome di una generazione che sta dando la vita per il cambiamento. “Non chiediamo che decidiate per noi”, conclude Rjaman, “ma che ci ascoltiate”.