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15 luglio 2026

editoriale

Le buone relazioni tra le persone sono la fonte primaria di felicità

28 marzo 2026

Cuneo

protesta piazza Europa Protesta in piazza Europa a Cuneo Le vicende piccole e grandi che stanno scuotendo il mondo o che, semplicemente, connotano la nostra quotidianità si prestano a diversi tipi di lettura. Uno di questi è l’eterna dialettica (da tempo studiata dal professor Stefano Zamagni, economista di fama internazionale, voce profetica e già presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali) tra i modi diversi e opposti di concepire la via per la felicità. Per quanto semplicistico, infatti, alla fine, non è così sbagliato affermare che nei diversi punti di vista sulla riqualificazione di piazza Europa o nei dibattiti sul lavoro in tempi di algoritmi e intelligenza artificiale, ci siano domande che, in fin dei conti, ruotano attorno all’idea, aristotelica, di “eudaimonia”. Si tratta di una parola, spesso tradotta con “felicità” che, nel suo senso più profondo, indica una dimensione esistenziale, individuale e comunitaria, di realizzazione di virtù, saggezza ed equilibrio. Il pensiero degli utilitaristi identifica la via per la felicità nella soddisfazione che si può trarre dai beni, il pensiero liberale la indica nella massima realizzazione della liberà individuale. Chi, come il professor Zamagni, si ispira alla radice aristotelica di questo concetto, ritiene, invece, che siano le buone relazioni tra le persone la fonte primaria di felicità intesa, ovviamente, non come semplice piacere, ma come condizione esistenziale alla quale tendere. Non c’è motivo di dubitare che gli opposti schieramenti nella diatriba sui cedri e sulla riqualificazione di piazza Europa fossero e siano animati dal desiderio di fare il bene per la nostra città. Riprendendo il pensiero del professor Zamagni, però, l’impressione è che questo bene sia stato identificato nella relazione con le cose (la piazza) anziché nelle relazioni tra le persone e nella comunità cittadina. Soprattutto da un certo momento in avanti, infatti, la sensazione è stata che una parte consistente della nostra comunità cittadina non fosse favorevole all’abbattimento dei cedri. Al di là delle polemiche (alcune, apparentemente, strumentali), quello che si respirava era un crescente clima di divisione. Questo stesso fatto era ed è paradossale, se si pensa che il motivo del contendere era una piazza, vale a dire, il luogo dell’incontro per antonomasia. Uno spazio cittadino destinato, per vocazione, all’incontro è diventato motivo di divisione. L’auspicio è che il tutto si ricomponga quanto prima e al meglio e che gli strascichi polemici e processuali lascino il posto a un rinnovato desiderio di dialogo. La tentazione del risultato e del primato a ogni costo, tuttavia, è sempre dietro l’angolo, anche quando si è animati dalle migliori intenzioni. Se si perdono di vista i beni relazionali, il rischio è quello di finire intrappolati in percorsi che, presto o tardi, presentano il conto in termini di compromissione delle relazioni. Si tratta di rischi che coinvolgono molti aspetti della quotidianità, non ultimo quello del lavoro. Da tempo gli esperti segnalano le possibili conseguenze, anche in termini occupazionali, della progressiva avanzata di algoritmi e intelligenza artificiale. Anche in questo campo, le parole del professor Zamagni paiono particolarmente lucide, soprattutto quando sottolinea l’importanza della dimensione “espressiva” del lavoro, vale a dire di quel particolare valore del lavoro che sta nel consentire al lavoratore di esprimere se stesso e il proprio potenziale umano nella sua interezza. I rischi legati all’invadenza dell’automazione nascono e crescono quando il lavoro viene concepito e organizzato solamente valorizzandone gli aspetti produttivi. Se le persone vengono ridotte, o accettano di ridurre se stesse, a macchine per produrre, allora sarà più facile, se non inevitabile, che vengano sostituite da macchine vere e proprie. La grande ondata di dimissioni degli ultimi anni che ha coinvolto anche persone in ruoli apicali in grandi imprese non si spiega ragionando esclusivamente in termini di prestigio e stipendio, ma proprio nella negazione della possibilità di esprimere il proprio potenziale umano. Una piazza non è solamente uno spazio urbanistico e un posto di lavoro non è solamente (per quanto importante sia) una fonte di reddito. Dimenticare la natura umana dei luoghi di incontro o delle attività lavorative significa anche dimenticare preziosi spazi, comunitari e lavorativi, di realizzazione di sé nella relazione con altre persone.
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