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Gabriella Asparaggio a Lviv con Ivan alla "cena del soldato"
“In Ucraina la morte e la vita viaggiano su piani paralleli. È la normalità assistere ad un funerale e, poco dopo, vedere i bambini che giocano nel parco a fianco del cimitero”.
Maria Gabriella Asparaggio, 58 anni, insegnante e scrittrice saviglianese, ha compiuto una quindicina di viaggi nell’Est, sempre con l’occhio attento a quelle culture e l’orecchio pronto ad ascoltare le storie delle persone che vivono in quei luoghi. Nelle ultime vacanze di Natale è stata in Ucraina per accompagnare una sua amica ed ex collega insegnate, Elena,intenta a ricongiungersi con i propri famigliari. “Sia il viaggio di andata sia quello di ritorno sono durati due giorni, senza alcuna possibilità di chiudere occhio - racconta - soprattutto in Polonia, nelle sale d’attesa delle stazioni ferroviarie, dove le guardie impediscono ai viaggiatori di dormire, ricordando che in quelle aree si trovano perlopiù ucraini”.
Asparaggio è stata in Ucraina cinque volte: la prima nel 2014, quando ci fu l’occupazione della Crimea, poi nel 2018 e nel 2019, quindi nel 2023, l’anno successivo all’invasione russa, e infine quest’anno, a Capodanno, quando si è recata a Lviv (Leopoli).
Qual è il primo luogo che visita quando arriva in un Paese, specialmente se in guerra?
Quando arrivo nelle grandi città cerco di entrare nei cimiteri, specialmente quelli monumentali. Nel cimitero di Lviv ci sono già stata due volte e, in quest’ultimo viaggio, ho notato delle differenze impressionanti. Innanzitutto, non c’è più posto per i morti. Hanno creato un cimitero a fianco di quello monumentale appositamente per i caduti in guerra. Praticamente tutti i giorni ci sono dei funerali; a dicembre c’è stato un giorno in cui sono state celebrate sette sepolture di militari morti al fronte. È un continuo via vai di persone: mamme, figli, nipoti, fratelli, nonni, … c’è chi porta un rosario, un oggetto di affetto e chi prega. Ci sono bandiere ucraine ovunque. E poi, in diversi altri luoghi, ci sono i memoriali: dei posti in cui vengono ricordati i morti e i dispersi in guerra. È come se via Roma, a Cuneo, fosse piena di foto memoriali e piccoli oggetti donati dai parenti. Ma allo stesso tempo la vita va avanti: i bar sono aperti e la gente vive la propria normalità.
Quale normalità?
Lavoro, famiglia e scuola. Nei luoghi dove sono stata, vita e morte viaggiano paralleli: ho visto un bambino posare un peluche su un memoriale, forse del padre, e allo stesso tempo gente che va al bar a prendere il caffè. Ho notato un enorme senso di solidarietà: quando per le vie della città passa una bara, immediatamente tutti si fermano, escono dai negozi, si inginocchiano e fanno il segno della croce. Tutte le mattine, alle 9 in punto, l’intera Ucraina si ferma per un minuto di silenzio in ricordo dei loro morti sul fronte. Mi è capitato di trovarmi sul pullman: l’autista si è accostato, ha tirato il freno a mano e tutti i passeggeri si sono alzati in piedi. Anche io l’ho fatto senza saperne il motivo. Poi ho chiesto spiegazioni: ‘Ricordiamo i nostri eroi’.
Ci sono uomini in giro per le città?
Pochi, ma ce ne sono: principalmente si vedono donne, anziani e militari mutilati. Il principio è che non si può fermare una nazione mandando tutti al fronte. Gli uomini, come lavoro, fanno gli autisti, lavorano in campagna e in fabbrica. Tanti sono ritornati dalla guerra mutilati. Preferibilmente, da quello che mi è stato detto, sulla “Linea 0” (quella più vicina al fronte di battaglia) vengono addestrati gli uomini dai 45 ai 55 anni: non vogliono mandare i giovanissimi al fronte per mantenere in vita lo Stato. Mi è stato raccontato che i militari entrano nelle fabbriche e intercettano le persone; le mandano un mese in addestramento e poi le dirottano sul fronte. Per il tempo che sono stata lì e per le persone che ho conosciuto, ho notato una gran voglia di vivere. Per loro, la vita è Resistenza: cercano di fare le cose come prima: guardare le galline, raccogliere le uova, ritrovarsi in compagnia prima del coprifuoco, … è questa la Resistenza del popolo. Ma hanno pensieri costanti verso chi il fronte lo vive. Sono stata in un sotterraneo di una chiesa di Novojavorisk, lì i pensionati, donne e chiunque abbia del tempo libero si riunisce per costruire reti anti-drone, simili alle reti antigrandine usate nei nostri frutteti, capaci di filtrare e bloccare i droni. Poi le spediscono nelle regioni dell’Est.
Che idea si è fatta di questa guerra? E Di Zelensky?
La guerra è terribile. Ho parlato con molti ucraini. Ho parlato con Maria, che ha perso il marito, mentre la figlia, ancora giovane, ha perso un padre adorato: un medico caduto in guerra e mi ha detto “Ora vogliamo la libertà, non vogliamo finire sotto la Russia”. Questo passaggio mi ha emozionata perché avevo di fronte una madre senza marito con una grandissima speranza per il futuro. Noi italiani forse non riusciamo a comprendere fino in fondo che questa è una guerra per la libertà. Di Putin non si fidano. Di Zelensky pensano bene, ma non tutti. A Capodanno il coprifuoco è stato allungato di un’ora, ma in casa di Elena si è dato poco peso al suo discorso alla nazione.
Cosa sottovalutiamo di più di questa guerra, noi italiani?
L’Ucraina è stata invasa e quindi ha il diritto a difendersi. Mi ha colpito questo passaggio: gli ucraini vogliono che nei libri di storia, ci sia la loro storia. Non quella dei russi. Ho visto un popolo determinato ad andare avanti con o senza gli aiuti degli altri Stati.
Su www.laguida.it il reportage fotografico dell’ultimo viaggio a Capodanno in Ucraina
Gabriella e l’anima dell’Ucraina, dove s’intrecciano la vita e la morte
21 marzo 2026
Cuneo
Gabriella Asparaggio a Lviv con Ivan alla "cena del soldato"
“In Ucraina la morte e la vita viaggiano su piani paralleli. È la normalità assistere ad un funerale e, poco dopo, vedere i bambini che giocano nel parco a fianco del cimitero”.
Maria Gabriella Asparaggio, 58 anni, insegnante e scrittrice saviglianese, ha compiuto una quindicina di viaggi nell’Est, sempre con l’occhio attento a quelle culture e l’orecchio pronto ad ascoltare le storie delle persone che vivono in quei luoghi. Nelle ultime vacanze di Natale è stata in Ucraina per accompagnare una sua amica ed ex collega insegnate, Elena,intenta a ricongiungersi con i propri famigliari. “Sia il viaggio di andata sia quello di ritorno sono durati due giorni, senza alcuna possibilità di chiudere occhio - racconta - soprattutto in Polonia, nelle sale d’attesa delle stazioni ferroviarie, dove le guardie impediscono ai viaggiatori di dormire, ricordando che in quelle aree si trovano perlopiù ucraini”.
Asparaggio è stata in Ucraina cinque volte: la prima nel 2014, quando ci fu l’occupazione della Crimea, poi nel 2018 e nel 2019, quindi nel 2023, l’anno successivo all’invasione russa, e infine quest’anno, a Capodanno, quando si è recata a Lviv (Leopoli).
Qual è il primo luogo che visita quando arriva in un Paese, specialmente se in guerra?
Quando arrivo nelle grandi città cerco di entrare nei cimiteri, specialmente quelli monumentali. Nel cimitero di Lviv ci sono già stata due volte e, in quest’ultimo viaggio, ho notato delle differenze impressionanti. Innanzitutto, non c’è più posto per i morti. Hanno creato un cimitero a fianco di quello monumentale appositamente per i caduti in guerra. Praticamente tutti i giorni ci sono dei funerali; a dicembre c’è stato un giorno in cui sono state celebrate sette sepolture di militari morti al fronte. È un continuo via vai di persone: mamme, figli, nipoti, fratelli, nonni, … c’è chi porta un rosario, un oggetto di affetto e chi prega. Ci sono bandiere ucraine ovunque. E poi, in diversi altri luoghi, ci sono i memoriali: dei posti in cui vengono ricordati i morti e i dispersi in guerra. È come se via Roma, a Cuneo, fosse piena di foto memoriali e piccoli oggetti donati dai parenti. Ma allo stesso tempo la vita va avanti: i bar sono aperti e la gente vive la propria normalità.
Quale normalità?
Lavoro, famiglia e scuola. Nei luoghi dove sono stata, vita e morte viaggiano paralleli: ho visto un bambino posare un peluche su un memoriale, forse del padre, e allo stesso tempo gente che va al bar a prendere il caffè. Ho notato un enorme senso di solidarietà: quando per le vie della città passa una bara, immediatamente tutti si fermano, escono dai negozi, si inginocchiano e fanno il segno della croce. Tutte le mattine, alle 9 in punto, l’intera Ucraina si ferma per un minuto di silenzio in ricordo dei loro morti sul fronte. Mi è capitato di trovarmi sul pullman: l’autista si è accostato, ha tirato il freno a mano e tutti i passeggeri si sono alzati in piedi. Anche io l’ho fatto senza saperne il motivo. Poi ho chiesto spiegazioni: ‘Ricordiamo i nostri eroi’.
Ci sono uomini in giro per le città?
Pochi, ma ce ne sono: principalmente si vedono donne, anziani e militari mutilati. Il principio è che non si può fermare una nazione mandando tutti al fronte. Gli uomini, come lavoro, fanno gli autisti, lavorano in campagna e in fabbrica. Tanti sono ritornati dalla guerra mutilati. Preferibilmente, da quello che mi è stato detto, sulla “Linea 0” (quella più vicina al fronte di battaglia) vengono addestrati gli uomini dai 45 ai 55 anni: non vogliono mandare i giovanissimi al fronte per mantenere in vita lo Stato. Mi è stato raccontato che i militari entrano nelle fabbriche e intercettano le persone; le mandano un mese in addestramento e poi le dirottano sul fronte. Per il tempo che sono stata lì e per le persone che ho conosciuto, ho notato una gran voglia di vivere. Per loro, la vita è Resistenza: cercano di fare le cose come prima: guardare le galline, raccogliere le uova, ritrovarsi in compagnia prima del coprifuoco, … è questa la Resistenza del popolo. Ma hanno pensieri costanti verso chi il fronte lo vive. Sono stata in un sotterraneo di una chiesa di Novojavorisk, lì i pensionati, donne e chiunque abbia del tempo libero si riunisce per costruire reti anti-drone, simili alle reti antigrandine usate nei nostri frutteti, capaci di filtrare e bloccare i droni. Poi le spediscono nelle regioni dell’Est.
Che idea si è fatta di questa guerra? E Di Zelensky?
La guerra è terribile. Ho parlato con molti ucraini. Ho parlato con Maria, che ha perso il marito, mentre la figlia, ancora giovane, ha perso un padre adorato: un medico caduto in guerra e mi ha detto “Ora vogliamo la libertà, non vogliamo finire sotto la Russia”. Questo passaggio mi ha emozionata perché avevo di fronte una madre senza marito con una grandissima speranza per il futuro. Noi italiani forse non riusciamo a comprendere fino in fondo che questa è una guerra per la libertà. Di Putin non si fidano. Di Zelensky pensano bene, ma non tutti. A Capodanno il coprifuoco è stato allungato di un’ora, ma in casa di Elena si è dato poco peso al suo discorso alla nazione.
Cosa sottovalutiamo di più di questa guerra, noi italiani?
L’Ucraina è stata invasa e quindi ha il diritto a difendersi. Mi ha colpito questo passaggio: gli ucraini vogliono che nei libri di storia, ci sia la loro storia. Non quella dei russi. Ho visto un popolo determinato ad andare avanti con o senza gli aiuti degli altri Stati.
Su www.laguida.it il reportage fotografico dell’ultimo viaggio a Capodanno in Ucraina