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21 luglio 2026

cuneo

Irma, classe 1925, racconta la Storia vissuta in prima persona

14 marzo 2026

Cuneo

Irma Doglione “È andata bene!” - è la risposta alla richiesta di un compendio di cent’anni di vita! Irma Doglione, nata il 16 marzo 1925, ha oltrepassato il secolo e, con lucidità, narra la Storia vissuta in prima persona. Regole severe, ristrettezze economiche, le brutture della guerra, che le ha strappato anche l’amore, non l’hanno incattivita, né hanno spento la dolcezza del suo sguardo e la bontà del suo cuore, che colmo di tanti ricordi, continua a gioire delle piccole cose e del grande affetto della sua famiglia. Irma racconta un’epoca in cui, privi di adeguati mezzi di informazione, si vivevano grandi avvenimenti, in molti casi senza nemmeno rendersene conto e, nella miseria generale, regnava una grande generosità. Così rievoca la sua lunga vita: “Sono nata ad Asti, ma la mia famiglia si è trasferita a Cuneo quando avevo appena due anni, in conseguenza del lavoro di ferroviere di mio papà. Per qualche anno abbiamo abitato a Tetto Cavallo, poi ci siamo trasferiti in quelle che erano chiamate le ‘case dei ferrovieri’, nella zona attualmente compresa tra Corso Vittorio Emanuele II e via Avogadro, che venivano appunto assegnate ai dipendenti delle Ferrovie dello Stato, secondo disponibilità. Sono la seconda di 4 figli, di età ravvicinata: ci siamo fatti molta compagnia e siamo cresciuti uniti. Nel periodo di Tetto Cavallo, in particolare, giocavamo tutti insieme e al mattino, a piedi, salivamo per raggiungere l’asilo Cattolico, gestito dalle suore Giuseppine, che avevano la Casa Madre in Rondò Garibaldi. A quell’epoca non c’erano praticamente automobili, quindi il tragitto era tranquillo e privo di pericoli. La mamma ci dava il cestino con l’uovo sodo, frutto delle galline, che tanto amava; uno dei miei fratelli, invece, aveva una passione per i conigli: armati di falcetto andavamo a raccogliere l’erba per sfamarli. Doglione Irma case ferrovieri Cucco 2026 Le case popolari dei ferrovieri in via Alessandro Volta I passatempi e la scuola La zona delle case dei ferrovieri, in prossimità di piazza d’Armi era in aperta campagna: ogni casetta aveva il suo pezzo di orto e lo spazio per gli animali da cortile, che tutti allevavano per avere uova e un po’ di carne. Avevamo una sola bicicletta in famiglia, che a turno usavamo per fare il giro dell’isolato e cedere il turno al successivo. Andavamo a scuola a piedi e giocavamo molto tra noi. Non esistevano molti diversivi, ma i miei preferiti erano senz’altro il ricamo e lo sferruzzare a maglia, in cui divenni presto abile, tipiche attività femminili di quel tempo. Frequentai l’Avviamento Professionale, dove studiai materie molto interessanti, tra le mie predilette: dattilografia, stenografia, francese e ragioneria. Al termine del triennio, ad appena 14 anni, trovai subito lavoro come segretaria al Consorzio Agrario, poi passai il concorso in Provincia, dove rimasi fino al pensionamento. Segretaria del Presidente della Provincia Con uno dei primi stipendi acquistai, finalmente, una bici tutta mia, con cui recarmi al lavoro. L’Amministrazione Provinciale era in fondo a via Roma, nell’attuale palazzo della Prefettura e si lavorava con orario spezzato, mattina e pomeriggio, con una pausa che consentiva di andare a casa per pranzo. Ero segretaria del Presidente, ruolo che ho amato tantissimo: non esistevano, ovviamente i computer, ma le macchine da scrivere: appassionata di dattilografia ero velocissima e riuscivo a trascrivere in tempo reale ciò che il capo ufficio mi dettava, senza commettere errori. Ho un ricordo bellissimo dell’ambiente lavorativo, amichevole e caratterizzato da grande solidarietà fra colleghi. Di norma, si lavorava fin verso le 18, ma la mia mansione non aveva orario: il presidente, si presentava dopo il suo lavoro, nel tardo pomeriggio, per firmare ed evadere la corrispondenza. Per me non era un problema restare in ufficio, ma lo era per mio padre che, molto severo, non credeva che mi attardassi in Provincia, ma piuttosto che andassi in giro a fine giornata. Erano sceneggiate e rimproveri continui, in cui fortunatamente la mamma mi difendeva. Un pomeriggio, il presidente, geom. Belliardo, dovendo adempiere ad una scadenza, mi chiese se fossi disposta a fermarmi in ufficio fino al termine del lavoro. Risposi che l’unico problema era rappresentato da mio padre, che non credeva ai motivi professionali da me addotti. Comprendendo la mia preoccupazione, da vero signore quale era, mi tranquillizzò dicendomi che avrebbe spiegato lui alla mia famiglia la necessità di attardarsi fino alle 21 o oltre. Così partimmo sul suo macchinone, con tanto di autista, per raggiungere la mia abitazione: alle case dei ferrovieri fu un vero evento veder arrivare quell’ammiraglia che scatenò scalpore, con congetture e pettegolezzi. Cordiale e autorevole, esprimendosi in piemontese, spiegò ai miei genitori l’esigenza di avermi in ufficio, non mancando di elogiarmi per la mia precisione e velocità: da quel giorno papà non ebbe da ridire sui miei orari! Doglione Irma Viale Angeli Cucco 2026 Irma Doglione in bicicletta sul Viale Angeli nel 1940-1942 Piccole trasgressioni Un altro divieto su cui mio padre non transigeva era lo smalto alle unghie, che tanto adoravo. Non ne voleva sentir parlare, ma a me pareva così elegante battere a macchina con le mani curate! Così, ogni mattina uscivo di casa cinque minuti prima e, seduta sulle scale, mi dipingevo le unghie, che nel tragitto in bicicletta asciugavano. Se mio padre era a casa per pranzo, prima di rincasare lo rimuovevo, per poi rimetterlo prima di rientrare in ufficio e nuovamente eliminarlo la sera per il rientro. Laddove non arrivava mio padre, a vigilare c’era mio fratello maggiore, Michele, a cui ero molto legata. Altrettanto severo e possessivo, teneva d’occhio me e mia sorella come soldatini. Me lo ritrovavo tra i piedi all’uscita dal lavoro o nelle passeggiate con le mie coetanee ed aveva posto su di me il veto per tutti i suoi amici. Destino volle che mi innamorai di uno di loro, Tomaso Renaudo, per tutti Gino e a nulla valsero rimproveri e minacce. In realtà ci voleva molto bene ed era solo preoccupato di salvaguardare il nostro onore, mentalità tipica dell’epoca. Non fu lui ad ostacolare la nostra unione, ma lo scoppio della guerra e l’inasprimento del conflitto dopo il 25 luglio ’43. Doglione Irma 1942Cucco 2026 Irma Doglione nel 1942 Gli anni di guerra Michele e Gino, dopo l’8 settembre ’43, presero la via dei monti. Dopo una breve permanenza in valle Stura, si spostarono in valle Grana ed entrarono a far parte della banda di Pradleves, di cui Gino venne nominato comandante. In famiglia non eravamo molto informati: non avevamo la radio e non esisteva la televisione. Non eravamo per nulla coscienti di quanto stesse accadendo a livello locale, né tantomeno globale. Si faceva molta attenzione a parlare in quanto era risaputo che molte dichiarazioni potevano portare guai. Pertanto, si evitavano discorsi che esponessero troppo politicamente. Ero molto impegnata a lavorare e neppure mi ponevo troppe domande. Tutto faceva parte della routine: sapevamo che Michele era affaccendato in montagna, in attività connesse con la Resistenza, ma ignoravamo i particolari del lavoro dei partigiani. In qualche modo ricevevamo indicazioni per portare indumenti e cibo a Michele e Gino, ma non eravamo a conoscenza della portata e della tipologia di quanto stavano facendo. Allo stesso modo fui spettatrice del discorso che Duccio Galimberti, il 26 luglio ’43, tenne dal balcone del suo studio, ma ne rimasi indifferente: non compresi il valore politico e la sua indignazione contro il fascismo e la monarchia, in quanto totalmente disinformata. Scoprii la Storia da adulta, pur avendola inconsapevolmente vissuta in prima persona. Traditi dagli ‘amici’ Nel ’44 ospitammo un ferroviere torinese e la sua famiglia, dato che Cuneo pareva più sicura e a minor rischio di bombardamenti rispetto alla grande città. A quell’epoca, Michele trascorse un periodo nascosto nello scantinato di casa: mamma gli portava il cibo senza dare nell’occhio. Forse a causa del freddo di quel locale, si prese un raffreddore e i suoi attacchi di tosse furono uditi anche dagli ‘amici ospitati’, che allarmati, minacciarono di andare a denunciare mio padre. Ci trasferimmo, così in un’altra casetta, ma inevitabilmente, i rapporti tra i due colleghi ferrovieri si deteriorarono irrimediabilmente. La sera dell’11 febbraio ’45, Michele e la sua banda di Pradleves comandata da Gino, alla stazione di San Benigno, salirono sul treno proveniente da Torino, per catturare dei militi da utilizzare in eventuali scambi di prigionieri tra partigiani e fascisti. Nel gruppo di persone prese in ostaggio, destino volle che ci fossero il vicino di casa e collega di mio padre – che già aveva minacciato di denunciarci - e suo figlio, che riconobbero facilmente Michele e Gino. Nel trambusto di quell’azione partigiana, il collega di mio padre riuscì a dileguarsi e, rientrato a Cuneo, denunciò la mia famiglia e quella di Gino. Il giorno successivo, fummo tutti arrestati: mia sorella ed io venimmo prelevate in Ufficio da due fascisti, ignare della motivazione. Alla richiesta di avvisare la famiglia, mi risposero che ne erano già al corrente. Ci ritrovammo all’Upi, l’ufficio politico investigativo, in corso IV Novembre, ora sede della Confartigianato; mamma, mia sorella, la madre di Gino ed io in una stanza e mio padre nell’altra. Michele, dopo la sortita di San Benigno, era riuscito a rientrare indenne in banda, mentre nostro fratello minore la scampò, in quanto ricoverato in ospedale, con una gamba fratturata a causa di una caduta. Ci trattennero nelle celle per qualche giorno: sentimmo chiara una scarica di mitra su qualche ostaggio e mia madre domandò che ci sterminassero al più presto, ponendo fine a quel supplizio. Fummo, invece, trasferiti nelle carceri cittadine, alla caserma Leutrum, sull’omonima via sul pizzo di Cuneo, dove rimanemmo una ventina di giorni. Ricordo il freddo di quello stanzone con reti di ferro per dormire, delle brodaglie come pasti e un pitale in un angolo, usato come latrina, senza un minimo di privacy: era umiliante! Vennero a trovarci alcuni ferrovieri, vicini di casa e ci portarono ravioli e coniglio in umido. Ci informarono del fatto che la nostra abitazione era stata perquisita e poi occupata dai fascisti. Grande solidarietà La detenzione durò fino al 26 o 27 febbraio ’45. Improvvisamente, fummo liberati, per uno scambio di prigionieri tra fascisti e partigiani e ci ritrovammo senza casa e senza lavoro, in quanto mio padre, mia sorella ed io, dipendenti pubblici, fummo licenziati in seguito all’arresto. Nonostante la miseria, ancora una volta riscontrammo una grande solidarietà: fummo accolti in casa di altri vicini, ma ottenemmo il ritorno alla professione solo al termine della guerra. Pochi giorni dopo la scarcerazione, per ridurre l’affollamento nella casetta dove eravamo ospiti, i miei genitori mi mandarono a Milano da una zia, sorella di mia mamma. Il distacco, soprattutto da mia madre, fu molto duro e la lontananza fonte di grande malinconia. Non c’era la possibilità di telefonarsi e a distanza i presagi funesti erano sempre in agguato. Il 14 febbraio ’45, nel corso di un rastrellamento in valle Grana, una scheggia di mortaio colpì mortalmente Gino, spegnendo i nostri sogni di ventenni, intenzionati a sposarci nei mesi a venire e combattere per un futuro di libertà. Terminata la guerra con la capitolazione della Germania, decisi di rientrare a casa dato che dalla mia partenza non avevo più avuto notizie. Partii in treno da Milano con la segreta speranza di fare una sorpresa, ma fui sconcertata quando trovai Michele ad aspettarmi ai binari di Madonna dell’Olmo, poiché il ponte Nuovo aveva due arcate distrutte e la  stazione dell’altipiano risultava irraggiungibile. Michele mi informò di quanto accaduto il 14 febbraio e del fatto che, per una incredibile coincidenza, proprio quel pomeriggio si sarebbe svolto il funerale solenne di Gino. Durante l’ultimo periodo bellico le autorità fasciste e nazifasciste imposero forti limitazione ai riti funerari, per ragioni di ordine pubblico, controllo politico e censura. I funerali vennero quindi celebrati in forma collettiva al termine del conflitto. Partecipai, quindi, all’ultimo commiato a quel ragazzo che avevo nel cuore, il cui ricordo mi ha accompagnata per tutta la vita. Lo avevo visto per l’ultima volta in occasione del Natale ’44, quando combinammo un incontro in montagna con lui e mio fratello. Mi consegnò il suo regalo: un piccolo pane di farina bianca, avvolto in un fazzoletto. Lo avevo stretto come una gemma preziosa e consumato a casa con l’intera famiglia. Doglione Irma funerale Gino Cucco 2026 Il funerale di Gino Cucco Natale 1945 Il ricordo del primo Natale dopo la guerra è tutt’ora suggestivo: dopo tanta sofferenza, uno spiraglio di pace, ma anche un grande vuoto lasciato da chi non ce l’aveva fatta. Ricordo la famiglia finalmente riunita: Michele era tornato, integro nel fisico, ma molto provato e ci mancava terribilmente Gino. Lo struggimento di quei giorni fu, per me, a tratti più acuto della gioia. Non era facile liberare il cuore dalla paura e dall’ansia. La sera di Natale festeggiammo con la cena, poi ci recammo alla messa di mezzanotte: unica occasione all’anno in cui papà acconsentiva, nonostante avessi 20 anni, all’uscita serale, ovviamente in compagnia di mamma e fratelli. Ciò che maggiormente mi colpì fu l’illuminazione: dopo tanti anni trascorsi al buio e rintanati per via del coprifuoco e dell’oscuramento, che imponeva di sigillare porte e finestre, oltre allo spegnimento dell’illuminazione pubblica per non rendere la città visibile agli aerei, finalmente le vie erano di nuovo popolate e rischiarate. Non c’erano certo le luminarie moderne, ma la semplice accensione di lampioni e finestre costituiva decorazione e indicava che la vita aveva ripreso a scorrere serena. Camminando per strada mi pareva di far parte di un grande presepe e temevo di risvegliarmi da un sogno. La mattina del 25 dicembre, nonostante le ristrettezze e la povertà ancora ben presente, i miei fratelli ed io trovammo ciascuno un pacchetto, confezionato con carta anonima e priva di fiocchi e nastri, ma con un oggetto per noi. Ovviamente mamma aveva scelto doni utili e non superflui, ma rappresentarono una grande gioia. Io ricevetti una scatola contenente un paio di calze di seta velatissime, le prime della mia vita! Inoltre c’erano alcuni gomitoli di lana, con cui sferruzzando confezionai una maglia. Il pranzo di Natale fu il capolavoro della mamma: realizzò un vero miracolo e per un giorno pasteggiammo con qualcosa di diverso da patate e castagne, in particolare la tavola abbondava di pane bianco e comparve anche una torta cotta nella stufa. Nei giorni precedenti, allestimmo addirittura il presepe: i fratelli maschi si occuparono della raccolta del muschio e della ghiaia per tracciare le stradine e fecero il ‘maciafer’: raccattarono in giro cocci di vetro, che la sera posavano nella stufa sui tizzoni ardenti; la mattina successiva i vetri avevano assunto una forma irregolare e risultavano scuriti. Con un po’ di maestria li posizionarono a forma di grotta. Noi ragazze, invece, ritagliammo figurine dai giornali, che simularono le statuine. Aleggiava ancora il ricordo delle sirene, della prigionia e della paura, ma era tornata, finalmente, la speranza per un futuro migliore. È stato sicuramente il Natale più denso di emozioni della mia vita, anche se ne ho vissuti poi di meravigliosi con mio marito, i nostri figli Marisa e Dario, nipoti e pronipoti, portatori di tanta gioia. Estate ’45: i cugini di Milano Conservo anche ricordi ilari di quell’epoca: in estate venivano le nostre cugine milanesi, Maria, che oggi ha 105 anni e Lidia, mia coetanea, per trascorrere l’estate al fresco. Erano i parenti benestanti  di città e mia madre ne aveva una buffa soggezione. Un dì organizzammo, noi ragazzi, una gita in montagna. Ciascuno aveva in proprio zainetto con appena un maglioncino o una maglietta di ricambio, mentre Michele portò lo zaino con le vettovaglie preparato da mamma. Salendo lo vidi particolarmente sofferente sotto il peso dello zaino, ma pensai che fosse solo un po’ fuori allenamento. Quando raggiungemmo la cima e ci accampammo per il pranzo, accanto ai nostri striminziti panini, comparve ciò che mamma aveva preparato per loro: piatti e posate, oltre ad un’intera anguria, che Michele fu fortemente tentato di fa rotolare a valle!  Passatempi del dopoguerra Tornò quindi un po’ di normalità e riprendemmo il lavoro, che ci era stato strappato, mentre la casa non ci fu mai restituita e con molti sacrifici ne acquistammo un’altra nella stessa zona. Nei pomeriggi del sabato e della domenica si ballava nei cortili, nei circoli o in alcuni bar, come il Gerbaudo, in via Roma, attualmente Bar 800, dove mia sorella ed io andavamo sempre accompagnate da mamma o dai nostri fratelli. Il più delle volte andavamo prima dal parrucchiere e ci truccavamo leggermente: il ballo era un’occasione seria, da preparare con cura. Partivamo a piedi e, in inverno, nella zona del Sacro Cuore lasciavamo gli scarponcini in un androne e calzavamo scarpette adatte. Gli abitanti del palazzo non protestarono mai, il loro atrio era per consuetudine divenuto l’area del cambio scarpe! Dopo la vicenda di Gino non ero intenzionata a impegnarmi sentimentalmente, dal momento che la sofferenza e il distacco erano stati grandi. Trascorsi così anni dedicati al lavoro, al ricamo e alle uscite con le amiche. Fu in una di queste gite in treno a Limone Piemonte, che conobbi Giovanni Guazzotti, alessandrino, anche lui figlio di ferroviere, quindi incline alle gite in treno gratis, che quel giorno scelse la mia stessa meta. Ci sposammo il 2 giugno ’54, in quanto essendo entrambi dipendenti pubblici potevamo contare sullo stipendio appena ricevuto il 27. Partimmo, insomma, veramente da zero! Giovanni divenne capo cancelliere in tribunale ed insieme trascorremmo una vita felice, che mi ha ampiamente ripagata delle sofferenze del passato. Per l’epoca mi sposai ‘vecchia’ a 29 anni e conquistai la tanto agognata libertà, che con gli uomini di casa non avevo mai avuto. Per molti anni continuai a sapere poco della guerra: Michele si è sempre rifiutato di raccontare qualsiasi cosa. Poi con i mezzi di comunicazione l’argomento fu sdoganato e mi interessai alle storie partigiane legate alla Resistenza. Fu mio figlio Dario, vero appassionato di Storia locale a ricostruire, grazie alle ricerche e alla documentazione dell’Istituto storico della Resistenza, le vicende di Gino e della sua banda. Mi ha aperto gli occhi sul mondo, seppur molti anni dopo”.
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