editoriale
(foto Pixabay)
Dicono che l’arte della scultura consista nel sottrarre: sottrarre da un blocco di materiale informe tutte quelle scorie che nascondono la figura contenuta al suo interno. Perché non adottare la medesima tecnica per far emergere l’oggetto del prossimo referendum costituzionale riguardante la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri? Siccome l’argomento è stato descritto diffusamente, possiamo evidenziarne meglio i contorni ripulendolo di tutte quelle problematiche che il referendum non tratta.
Per misurareil grado di salute di un ordinamento giudiziario non si può che cominciare dalla durata dei processi e per questo mi avvalgo prevalentemente dei dati forniti dall’Osservatorio CPI dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano. Prendendo come riferimento iniziale l’anno 2019, un processo civile su tre gradi di giudizio (primo grado, appello, cassazione), da una durata di otto anni è sceso a sei anni e un mese nel 2023 e, pare, a 5 anni nel primo semestre 2025. Meglio il procedimento penale con 2 anni e 4 mesi. Un progresso, ma non in linea con i parametri fissati per il 2026 dalla legge di riforma Cartabia. Resta, poi, come un macigno, il dato medio europeo di 2 anni per le cause civili e 1 anno e tre mesi per le cause penali.
Per arrivare al concreto, in Italia il recupero di un credito richiede mediamente 1120 giorni, esattamente il doppio che in Francia, Spagna e Germania. Che questa situazione deficitaria debba essere iscritta fatalisticamente nello stellone nazionale, lo smentiscono quelle sedi giudiziarie che, a macchia di leopardo, raggiungono brillanti risultati o, se vogliamo, la stessa legge di riforma dell’ ex ministra della giustizia Marta Cartabia che, quanto meno, ha dimostrato che le acque si possono smuovere in campo procedurale ed organizzativo. Se qualcuno gradisce coltivare aspetti del folclore italiano, può trovare “soddisfazione” nel rilevare l’elevato grado di litigiosità, che comporta un numero di procedimenti giudiziari ben oltre le medie europee: un dato non espresso univocamente in termini statistici, ma confermato da tutte le fonti.
È matematico, invece, il rapporto giudici/popolazione: 12,2 su 100.000 abitanti, sotto la media europea, con uno scoperto di 1250 unità a giugno del 2023. Ancor più allarmanti sono i vuoti del personale di assistenza ai magistrati (cancellieri, segretari, impiegati): 60 su 100.000 abitanti rispetto alla media europea di 87/100.000 abitanti. Si dirà che i problemi si risolvono mettendoci dei soldi, ma qui si rileva un dato inaspettato. L’Italia spende per l’amministrazione della giustizia lo 0,33% del PIL, in perfetta media europea e vi ritaglia – sempre in media - lo 0,21% per le retribuzioni (ma a favore di un numero inferiore di addetti).
In sintesi, si offre un panorama non disperante, che presenta ampi spazi per un progetto riformatore. Lascio che altri si addentrino nel configurare snellimenti procedurali, soluzioni per il contenzioso civile alternative al tribunale, oculati disincentivi al ricorso ai gradi superiori di giudizio. Tengo, invece, a sottolineare quanta attenzione dovrebbe essere prestata alla preparazione organizzativa e gestionale di chi è chiamato a presiedere i tribunali e di chi con essi collabora. Presumo il tendenziale fastidio di molti magistrati che si riterrebbero limitati nel superiore e libero esercizio della giurisdizione (“de minimis non curat praetor” sostenevano già i magistrati romani), ma per i cittadini anche le sentenze tardive ed i procedimenti caduti in prescrizioni rappresentano la giustizia, quella denegata.
Di tutto questo il referendum non tratta e, qualsiasi sia l’esito finale, non v’inciderà. A questa certezza aggiungo il timore che politica e organi d’informazione considerino esaurito la spazio spettante ai restanti problemi della giustizia, quelli che interessano il cittadino comune. Se prevarrà il “sì”, i politici promotori saranno paghi di un obiettivo rincorso da venticinque anni, se vincerà il “no”, i festeggianti riterranno che chi così ha votato sia soddisfatto di questa giustizia e di questi magistrati.
Che vinca il Si o il No per i cittadini nulla cambierà in meglio
14 marzo 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
Dicono che l’arte della scultura consista nel sottrarre: sottrarre da un blocco di materiale informe tutte quelle scorie che nascondono la figura contenuta al suo interno. Perché non adottare la medesima tecnica per far emergere l’oggetto del prossimo referendum costituzionale riguardante la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri? Siccome l’argomento è stato descritto diffusamente, possiamo evidenziarne meglio i contorni ripulendolo di tutte quelle problematiche che il referendum non tratta.
Per misurareil grado di salute di un ordinamento giudiziario non si può che cominciare dalla durata dei processi e per questo mi avvalgo prevalentemente dei dati forniti dall’Osservatorio CPI dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano. Prendendo come riferimento iniziale l’anno 2019, un processo civile su tre gradi di giudizio (primo grado, appello, cassazione), da una durata di otto anni è sceso a sei anni e un mese nel 2023 e, pare, a 5 anni nel primo semestre 2025. Meglio il procedimento penale con 2 anni e 4 mesi. Un progresso, ma non in linea con i parametri fissati per il 2026 dalla legge di riforma Cartabia. Resta, poi, come un macigno, il dato medio europeo di 2 anni per le cause civili e 1 anno e tre mesi per le cause penali.
Per arrivare al concreto, in Italia il recupero di un credito richiede mediamente 1120 giorni, esattamente il doppio che in Francia, Spagna e Germania. Che questa situazione deficitaria debba essere iscritta fatalisticamente nello stellone nazionale, lo smentiscono quelle sedi giudiziarie che, a macchia di leopardo, raggiungono brillanti risultati o, se vogliamo, la stessa legge di riforma dell’ ex ministra della giustizia Marta Cartabia che, quanto meno, ha dimostrato che le acque si possono smuovere in campo procedurale ed organizzativo. Se qualcuno gradisce coltivare aspetti del folclore italiano, può trovare “soddisfazione” nel rilevare l’elevato grado di litigiosità, che comporta un numero di procedimenti giudiziari ben oltre le medie europee: un dato non espresso univocamente in termini statistici, ma confermato da tutte le fonti.
È matematico, invece, il rapporto giudici/popolazione: 12,2 su 100.000 abitanti, sotto la media europea, con uno scoperto di 1250 unità a giugno del 2023. Ancor più allarmanti sono i vuoti del personale di assistenza ai magistrati (cancellieri, segretari, impiegati): 60 su 100.000 abitanti rispetto alla media europea di 87/100.000 abitanti. Si dirà che i problemi si risolvono mettendoci dei soldi, ma qui si rileva un dato inaspettato. L’Italia spende per l’amministrazione della giustizia lo 0,33% del PIL, in perfetta media europea e vi ritaglia – sempre in media - lo 0,21% per le retribuzioni (ma a favore di un numero inferiore di addetti).
In sintesi, si offre un panorama non disperante, che presenta ampi spazi per un progetto riformatore. Lascio che altri si addentrino nel configurare snellimenti procedurali, soluzioni per il contenzioso civile alternative al tribunale, oculati disincentivi al ricorso ai gradi superiori di giudizio. Tengo, invece, a sottolineare quanta attenzione dovrebbe essere prestata alla preparazione organizzativa e gestionale di chi è chiamato a presiedere i tribunali e di chi con essi collabora. Presumo il tendenziale fastidio di molti magistrati che si riterrebbero limitati nel superiore e libero esercizio della giurisdizione (“de minimis non curat praetor” sostenevano già i magistrati romani), ma per i cittadini anche le sentenze tardive ed i procedimenti caduti in prescrizioni rappresentano la giustizia, quella denegata.
Di tutto questo il referendum non tratta e, qualsiasi sia l’esito finale, non v’inciderà. A questa certezza aggiungo il timore che politica e organi d’informazione considerino esaurito la spazio spettante ai restanti problemi della giustizia, quelli che interessano il cittadino comune. Se prevarrà il “sì”, i politici promotori saranno paghi di un obiettivo rincorso da venticinque anni, se vincerà il “no”, i festeggianti riterranno che chi così ha votato sia soddisfatto di questa giustizia e di questi magistrati.