Quattro anni di reclusione per maltrattamenti in famiglia
27 febbraio 2026
Cuneo
Quattro anni e due mesi di reclusione è la pena inflitta a E.G., cittadino albanese accusato di maltrattamenti in famiglia e lesioni alla ex moglie, aggravate dall’essere state inflitte alla presenza del figlio di appena due anni. Era questa la pena richiesta dal pubblico ministero Francesca Lombardi all’esito dell’indagine e poi del processo avviati a seguito della denuncia della donna costituita parte civile in giudizio. Già nel 2019, appena sposati lei lo aveva denunciato per maltrattamenti e lesioni e lui aveva patteggiato la pena. I due erano poi tornati insieme, e da Manta dove si erano trasferiti, tornarono per un breve periodo in Albania durante la gravidanza della donna. Da lì erano poi tornati nel 2021 in Italia ad Envie e qui il ‘menage’ familiare, fatto di botte ad ogni litigio, di insulti e minacce, riprese come prima. Una volta mentre le metteva le mani al collo riprese la scena col suo cellulare e inviò il video ai genitori di lei, “perchè era testarda, perchè non capiva la lezione - aveva detto in aula il pubblico ministero -; un tratto quello della minaccia, che ritorna sempre nel comportamento dell’imputato, anche dopo che la donna lo denunciò, quando mandò un messaggio ai genitori dicendo di venirsi a riprendere il cadavere della figlia, o quando minacciò di morte sia lei che il figlio dicendo che la vita del piccolo non aveva senso senza di lui, o quando minacciò i testimoni che soccorsero madre e figlio il pomeriggio del 10 dicembre del 2023 davanti ad un locale del piccolo paese. Dopo l’ennesima lite e le botte lui era uscito e lei aveva preso il figlio ed era scappata di casa, “avevo provato a chiamare i carabinieri ma non riuscivano a capirmi” aveva riferito la donna ai giudici. Lui la trovò e davanti al locale la picchiò strappandole dalle braccia il figlio piccolo per portaselo via. Due persone accorsero, impedendo a lui di andarsene col bambino e soccorrendo la donna impaurita e ferita. Da quel momento la donna intraprese un percorso di autonomia che l’ha portata nel 2025 ad uscire dalla casa famiglia dove era stata accolta, avendo trovato un lavoro e un alloggio dove vivere con il figlio. Alla richiesta di condanna avanzata dal pubblico ministero si era associato l’avvocato di parte civile Cairo, che ha ribadito come i timori della donna relativamente alla sorte del figlio fossero fondati dato che quel pomeriggio di dicembre l’uomo le strappò subito il bambino dalle braccia sapendo che in questo modo lei sarebbe stata costretta a seguirlo. Un quadro probatorio invece insufficiente a dimostrare la colpevolezza del proprio assistito secondo l’avvocato Piano, che ha descritto la donna come una persona depressa, insoddisfatta della sua vita in quel paesino dove non conosceva nessuno, e che avrebbe trovato nella denuncia del marito l’unico modo ragionevole per liberarsi di un matrimonio che non voleva più, dal momento che un divorzio l’avrebbe esclusa per sempre dai rapporti con la famiglia di origine. Una ricostruzione che non ha convinto il collegio dei giudici che oltre alla condanna hanno disposto un risarcimento da definire in sede civile con provvisionale esecutiva di 5mila euro a favore della vittima.