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Angela Giordanetto, dalla piccola borgata Aie a Sant’Anna di Vinadio

21 febbraio 2026

Cuneo

Angela Giordanetto La signora Angela Giordanetto è nata il 26 settembre 1936 a borgata Aie, frazione di Vinadio. Andata in sposa a Lidio Giraudo, ultimo randiere del Santuario di Sant’Anna di Vinadio a 22 anni, è madre di 11 figli. Il Randiere era il custode che “vegliava” sul Santuario di Sant’Anna posto a 2035 metri: il più alto d’Europa. Angela, all’età di 89 anni vive ancora a Pratolungo Roviera circondata dall’affetto dei suoi figli. Angela si commuove ricordando momenti tristi e nostalgici di una vita dedicata a prendersi cura del prossimo.   Come è stata la sua infanzia a borgata Aie? A me piaceva tanto vivere alle Aie! Era bello vivere in borgata. Le nostre giornate erano spensierate. I miei genitori facevano i contadini. D’inverno scendevamo nella casa di Pratolungo Roviera e quando finivano le scorte di fieno e legna salivamo su alle Aie a fare rifornimento. Le corte giornate invernali ci obbligavano a mangiare presto pranzo poi si saliva con i “bariun” sulle spalle: erano delle astine di legno intrecciate dentro le quali si ponevano le provviste e poi si legavano con delle corde grezze. Io ero la più grande di quattro figli per cui portavo il bariun più pesante. Ricordo che un giorno sono caduta ma con coraggio mi sono rialzata e ho continuato a camminare fino a casa. La sera ero tutta un livido: mia mamma mi ha massaggiata con un unguento fatto da lei a base di resina di pino. Lo scaldava sulla stufa prima di usarlo. Qualcuno utilizzava anche l’olio di marmotta, ma mia madre diceva che era dannoso. Dormivamo sui letti di foglie di faggio: all’inizio i materassi erano belli gonfi poi si assottigliavano. Dovevamo sempre scuoterli. Quando ero piccola ricordo che toglievano la neve con l’aiuto dei muli: il randiere Cagnotto Bernardo che era in servizio negli anni della guerra, saliva al santuario con i muli per portare le provviste. Quando mio papà si ammalò di ernia ombelicale, per poterlo far operare, abbiamo venduto tutte le pecore. Ricordo che un giorno ero con mio papà dalle parti del colle della Lombarda e guardando il Santuario di Sant’Anna gli dissi che doveva essere un posto bellissimo. Non sapevo ancora che sarebbe diventato presto casa mia. Ha dei ricordi della guerra? Sì, ricordo ancora quegli anni dolorosi. Quando ci spostavamo da una borgata all’altra, mio papà ci faceva camminare davanti, così i tedeschi impietositi non sparavano. Ricordo quando i tedeschi hanno bruciato la mia borgata, le Aie. Mio papà ci ha presi dal fienile dove dormivamo ed è riuscito a farci scappare; purtroppo però, un asino, una capra e una mucca sono periti nell’incendio. Oltre all’orrore abbiamo perso il nostro sostentamento. Eravamo poveri. L’anno dopo non abbiamo potuto salire alle Aie perché le case erano senza tetti e il legname scarseggiava, quello che c’era veniva usato come combustibile. Qui gli inverni erano lunghi e freddi. Scendeva tanta neve. Suo marito Lidio Giraudo è stato un randiere storico. Signora Angela, possiamo definirla “la Randiera”? Quando ho conosciuto mio marito Lidio di Borgo San Dalmazzo, lui faceva già il randiere al santuario insieme al fratello. Così anch’io ho iniziato a salire al santuario in primavera per scendere verso novembre. Mentre mio marito si occupava della manutenzione della strada, dei tetti e degli animali, io mi occupavo dell’accoglienza dei pellegrini presso la casa del randiere: a pianterreno c’era una cucina dove si ospitavano i viandanti, una cantina e una stanza dove si lavorava il latte per fare il formaggio e il burro. In cucina c’era il paiolo grande con dentro il latte, era sempre da riboccare perché continuamente qualcuno con il mestolo si riempiva la scodella. Erano scodelloni grandi, bianchi di ceramica. Erano belli! Preparavo anche il minestrone: tagliavo la verdura in piccoli pezzi. La stufa era sempre accesa. Si usava mangiare pane e salame o pane e formaggio. Il caffè si faceva con la napoletana o la moka poi in seguito allestimmo il bar del “Randiere”. I pellegrini spesso arrivavano in piena notte: magari mi ero appena addormentata e dovevo scendere per aprire e ospitarli. Non avevo tanto tempo per riposare, lavoravo sempre. Al primo piano vivevamo io, mio marito e i nostri figli. C’era poi un grosso fienile dove a volte qualcuno dormiva sulle balle di fieno. Sono salita al Santuario per 44 anni. La casa del randiere ora è stata restaurata e trasformata in un museo. A settembre mia figlia mi ha accompagnata al santuario: ci tengo molto ad andare a salutare Sant’Anna e la Madonna.  Ha avuto ben 11 figli. Eh sì, una volta arrivavano! I nomi li ho sempre scelti io: Giorgio, Mario, Rosanna, Pinuccia, Walter, Caterina, Cristina, Rita, Alma, Giovanni e Andrea. Giorgio è nato nel 1959, Andrea è nato nel 1974 ricordo che ho portato il fiocco in chiesa a Sant’Anna. Giorgio è bravo a lavorare il legno, è uno scultore. A Vinadio c’era il dottor Vigna che curava i miei figli al bisogno. Mia figlia Cristina è nata settimina: sono dovuta partire urgentemente da Sant’Anna per raggiungere l’ospedale. Nessuno dei miei figli è stato partorito in casa: i primi sono nati all’ospedale di Vinadio e gli ultimi sono nati all’ospedale di Cuneo. Un giorno stavo lavando i panni e mio figlio Walter gattonava tranquillo quando un’aquila è planata e lo ha afferrato per le fasce: le mie grida attirarono l’attenzione di Angelin che velocemente cacciò il rapace con la pala evitando la tragedia. Angelin e altri muratori stavano lavorando alla casa di San Gioacchino. I miei figli erano bravi, crescendo aiutavano me e mio marito nel lavoro con gli animali e al bar. Li raccomandavo sempre alla Madonna. Ora sono tutti sistemati e mi vogliono bene. Ricorda episodi particolari legati al lavoro del randiere? Mio marito è nato nel 1931 e con suo fratello ha iniziato giovane come randiere ed è stato in servizio fino al 2006 anno in cui è morto. Di episodi ce ne sono tanti da raccontare: ricordo che aveva soccorso un ragazzo di Pietraporzio che era diretto in Francia per arruolarsi nella Legion Straniera ma a Isola è scivolato sulla neve per molti metri: nell’incidente aveva perso i vestiti ed aveva ferite su tutto il corpo. Nell’estate del 1985 un pullman sulla strada sotto il santuario era precipitato in una scarpata, una vera tragedia, era il 5 agosto. Mio marito saliva al santuario anche in inverno con gli sci. Una volta c’erano viandanti e pellegrini tutto l’anno. A volte toglieva la neve dai tetti. Le slavine erano pericolose; negli anni ha soccorso diverse persone in difficoltà.  Del Santuario cosa ricorda? C’era una struttura gestita dalle suore dove offrivano colazione ai pellegrini. Il giorno della festa di Sant’Anna il 26 luglio si faceva un po’ di fiera, c’erano le bancarelle che vendevano i liquori ai francesi. Durante la funzione si usciva in processione fin su alla “Madona de la Rocha” posta sul “Rucias Balò” (roccia su cui si trova la statua della Madonna). Si ricorda dei rettori che si sono susseguiti a Sant’Anna?  Ricordo molto bene il rettore don Bongiovanni. Era un uomo retto e severo. Mi voleva bene! Diceva sempre: “Poverina, quanta roba ha lavato! Basterebbe per tutti quelli di Pratolungo!”. Lavavo tutto a mano. Se mi lamentavo che la domenica non riuscivo a prendere Messa, lui mi diceva di non preoccuparmi che la Messa ce l’avevo in casa! Era tanto bravo e capiva le persone. Don Bongiovanni ha fatto asfaltare la strada per salire al santuario. Ricordo anche don Marino. La morte di Lidio ha segnato la fine della lunga tradizione dei randieri. Quando abbiamo chiuso quella porta a me è dispiaciuto tanto: ho vissuto  momenti belli, ero sempre in mezzo alla gente. Ho fatto compagnia a tutti. Adesso da casa mia guardo i pellegrini che salgono al santuario e Sant’Anna non la dimentico, sono tanto affezionata.
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