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10 luglio 2026

cuneo

Modello Cuneo: impresa familiare e diversificazione

01 febbraio 2026

Cuneo

CROSETTO Luca Luca Crosetto Il Palazzo della Camera di Commercio di Cuneo, di via Emanuele Filiberto compie cent’anni. La sua costruzione iniziò il 19 marzo del 1925 e venne inaugurato poco più di un anno dopo nel 1926. Per festeggiare l’evento la Camera di Commercio ha rifatto sistemare il palazzo e si prepara a una pubblicazione e una serie di eventi per festeggiare questo traguardo. La sua storia però è ben più lunga perché la “Camera di commercio ed arti della provincia di Cuneo”, nasce il 5 ottobre 1862, con la prima sede in piazza Galimberti nel palazzo tra via Ponza di San Martino e via Pascal, poi si trasferisce in via Roma, e nel 1909, in un edificio sul Rondò Garibaldi fino al 1926. Da allora si sono alternate varie guide da Giovanni Briolo fino a oggi, Luca Crosetto,che è il 24esimo presidente, in carica dal maggio 2024. 55 anni, di Marene, Crosetto è imprenditore nel settore della meccanizzazione agricola, ed è stato scelto come nuovo presidente della Camera di commercio fino al 2030. Nel dopo Mauro Gola ha guidato l’ente camerale per un anno e mezzo e poi nel luglio del 2025 è stato riconfermato alla guida dell’ente pubblico. Arriva da Confartigianato di cui è stato presidente fino a pochi mesi fa. Crosetto quale è lo stato di salute del mondo dell’impresa cuneese? È buono nonostante un contesto geopolitico incerto. Viviamo in un territorio che ha la capacità di superare anche quelle che sono delle crisi molto gravi. Questo è dovuto al “modello Cuneo”, che tiene e, in molti casi, accelera, che è un po’ difficile da raccontare perché è un percorso a 360 gradi. Dico “modello Cuneo” e non “modello Alba”, perché nasce dalla parte della provincia che ha da sempre rafforzato quella che è una caratteristica peculiare di questo territorio, cioè le imprese familiari. Ce ne sono di grande livello come Lanutti, Sebaste, Costamagna, ma tante altre piccole. Questo tessuto ha permesso di assorbire meglio quelli che erano i colpi, di riuscire ad avere una struttura, molto spesso anche finanziaria, più solida, e quindi di avere tassi di crescita magari inferiori come rapidità ma sicuramente più costanti nel tempo. Poi c’è il dato dell’occupazione che fa invidia. Ormai siamo arrivati ad un livello tale dove il problema più grosso è quello  del disequilibrio tra domanda e offerta di lavoro, nel senso che c’è una richiesta di lavoro importante ed è necessario trovare il modo di diventare attrattivi per quella tipologia di giovane che vuole affrontare un percorso imprenditoriale e che magari non vede Cuneo come la provincia che possa essere il percorso della propria vita. Dobbiamo essere in grado di far rientrare certi tipi di figure attraverso un percorso di crescita delle nostre aziende, ma anche ogni tanto cercare di venderci un po’ meglio rispetto a quello che oggi siamo in grado di fare: siano molto bravi a lavorare, a cercare di produrre dei risultati, ma poco bravi a raccontarci.  Il 2025 come si è chiuso? Siamo positivi, stiamo aspettando i dati al quarto trimestre, abbiamo delle problematiche con alcuni paesi intorno a noi, Francia e Germania, per quelle aziende che hanno un export importante su quei territori, ma siamo in crescita. È una provincia che nel 2024 aveva sfondato 11 miliardi di export e quindi vuol dire che abbiamo una propensione notevole, soprattutto su tipologie di imprese che fanno prodotti di altissima qualità, che esportano in tutto il mondo. Dobbiamo essere bravi come Camera di Commercio a provare ad accompagnarli un po’ più lontano, perché chi fa export cerca di esportare dove la logistica e i costi sono molto più semplici. Oggi dobbiamo capire, vedendo anche quello che succede dall’aldilà dell’Atlantico, come possiamo aiutare le imprese ad andare verso il Sud-Est asiatico, il mondo dei paesi arabi, il Sudafrica. Quale è la preoccupazione più grande? È la demografia. In un convegno fatto è emerso un dato eclatante: vent’anni fa le aziende guidate da imprenditori che avevano più di 50 anni erano il 44%, oggi sono il 63%. Vuol dire che perdiamo un punto all’anno; se andiamo di questo passo, fra 10 anni ci ritroviamo con una classe imprenditoriale molto avanti con l’età. E questo è dovuto un po’ al passaggio generazionale che diventa complicato, preoccupa soprattutto per quanto riguarda la continuità imprenditoriale e la sostituzione dell’attuale management. Ma non c’è un dato del ritorno, di giovani che dopo l’esperienza all’estero ritornano in provincia?  Sì ci sono dei ritorni. Giovani che hanno fatto una lunga esperienza di studio e una prima parte di attività lavorativa all’estero che rientrano. Il problema è essere attrattivi e trovare una possibilità anche economica interessante, perché all’estero i giovani hanno una retribuzione più alta. Se possono, tornano per la qualità della vita, del cibo, del poter vivere la giornata in maniera diversa rispetto a essere negli Stati Uniti piuttosto che in Cina. Il problema è che noi dobbiamo trovare il modo di dare l’opportunità a questi soggetti di capire se ci sono aziende che hanno necessità di figure di un certo tipo. Qui il 95% sono piccole e medie imprese e un terzo di queste sono aziende piccole che hanno dei prodotti di alta tecnologia ma che fanno fatica a farsi conoscere dal giovane che in questo momento è a Hong Kong e che vorrebbe venire a lavorare di nuovo in provincia di Cuneo.  Quali sono i settori che più trainano l’economia? Noi partiamo con un dato di imprese agricole straordinariamente più alto rispetto ad altre province d’Italia. Ed è anche il motivo per cui siamo calati molto di più di altre, perché cessano la partita Iva quelle imprese familiari oggi rimaste con poche giornate di terra e dove i figli hanno deciso di fare un percorso diverso da quello dei padri. Ma la provincia è una delle realtà economiche più solide e dinamiche del panorama italiano. La sua forza distintiva risiede in una struttura multisettoriale equilibrata, che le permette di assorbire gli shock di mercato meglio di altre aree fortemente legate a una singola industria. Abbiamo tre filoni importanti: l’agroindustria che è cresciuta moltissimo; la meccanica che è spesso avanzata, con aziende che sono leader di mercato; e oggi il terziario avanzato ha assunto delle proporzioni tali per cui è cominciato a essere rilevante. Tutto questo mixato con una non azienda, che è il turismo, che sta facendo passi da gigante. Abbiamo la capacità e la fortuna di avere un territorio che può essere “venduto” in moltissime situazioni. La stessa montagna è cambiata negli ultimi dieci anni, per cui non è solo più quello che era il percorso invernale dello sci ma è diventato molto di più soprattutto grazie al movimento del bike che ha dato una mano enorme a queste vallate che rischiavano di essere abbandonate. Oggi la val Maira è tra le mete più conosciute in Germania e Paesi Bassi. La fortuna di essere finiti all’interno del percorso Unesco fa da volano ulteriore. Questo turismo dell’esperienza ha generato un indotto imponente per commercio e ristorazione, creando nuovi posti di lavoro e incentivando il recupero dei borghi. La diversificazione è la salvezza dell’economia cuneese? Abbiamo tantissimi filoni aperti e in buona salute e tutto questo è figlio di quelle imprese familiari di cui parlavamo prima ed è una fortuna. Il modello Cuneo è anche questo. Nel 2020, che è l’anno più critico per l’esportazione, noi siamo calati solo del 6,9% mentre altre aree hanno avuto un -25%. Questo perché c’è una diversificazione: il comparto alimentare fa la parte più importante, 4,59 miliardi su 11,17. C’è poi anche una questione di visione a lungo termine dovuta alla presenza di imprese familiari: sono legate al profitto, ma non lo vedono come un’esigenza immediata, così come può essere per un impersonale fondo di investimento che ha come priorità unica quella del risultato finale. E poi un punto di forza meno tangibile ma fondamentale è l’etica del lavoro: lo “spirito sabaudo” della dedizione. È raro trovare una provincia che ha rivalità anche territoriali, ma dove istituzioni, associazioni, Camera, fondazioni bancarie lavorano in sintonia e cercano di trovare percorsi che sono integrati. Siamo un laboratorio di modernità sostenibile: il segreto sta nella capacità di far coesistere il dinamismo di una multinazionale con la cura del dettaglio tipica della bottega artigiana, il tutto protetto da un territorio che ha saputo preservare la propria identità pur aprendosi al mondo. E i giovani, c’è un po’ di spazio per loro? Vogliamo puntare sui giovani che sono più pronti, e l’esperienza di questi giorni del Comitato Imprenditoria Giovanile ce lo dice: abbiamo giovani che parlano più lingue, integrati già all’interno dell’azienda, che conoscono il mondo associativo e che hanno la capacità di confrontarsi e di avere un legame con il territorio. Ci siamo resi conto che oggi per i giovani, anche per chi punta al ritorno in provincia, cambia la percezione di una vita che vede il lavoro come molto importante, ma altrettanto è la vita privata e personale e la sua qualità. Siamo ai confini dell’impero, ma la situazione internazionale come ha inciso e come sta incidendo?  Ci si era spaventati perché da noi l’export è quasi il 48% del Pil. I primi dati sono cambiati e adesso siamo a meno 1,4%. Alla fine l’esportazione verso gli Stati Uniti con lo spauracchio dei dazi è calata solo dello 0,5%. Sono più preoccupanti le situazioni con chi esporta su Francia e Germania. La Francia ha una guida politica che guarda al mondo ma si dimentica di quelli che sono i problemi dell’economia interna e così non c’è più nessuno che investe perché non sa che cosa possa succedere. C’è paura del domani e sta covando una voglia di ribellione. In Germania stanno invece ripartendo più velocemente senza raccontare però tante cose. Un esempio? Metà degli stabilimenti Volkswagen al posto di produrre auto producono armi. Bisogna sempre stare attenti perché eravamo abituati che gli altri erano a meno e noi sempre con un più, stavolta si è un po’ invertita la rotta.  Il numero delle imprese attive che diminuisce negli ultimi anni è solo dovuto alle crisi e guerre commerciali che incidono sull’export o a cambiamenti nel tessuto imprenditoriale cuneese? Il calo è legato alle imprese agricole che in 20 anni sono diminuite del 33,5%. Il commercio ha visto un calo molto sensibile a causa della crescita delle vendite on line. Sono calate anche le imprese industriali in senso stretto e delle costruzioni. Ma il segnale positivo è l’aumento ogni anno del numero di imprese che si trasforma da società di persone in società di capitali. Anche quest’anno siamo a un più 4,43% di società di capitali; in 20 anni sono raddoppiate. Oggi dopo 15 anni, per la prima volta c’è un piccolo segno di inversione tra aziende cessate e nuove aziende iscritte, un più 74 che è un segno controtendenza. Rimane da capire se è un percorso che è figlio di un periodo di rilancio oppure se si riesce a stabilizzare.  Chi sono le nuove aziende? L’imprenditoria straniera ci sta dando una mano. Tra qualche anno un’impresa su quattro che nascerà sarà di attività di immigrati. E noi riteniamo straniero chi è nato all’estero, quindi la seconda generazione sfugge ancora alla statistica, per cui sarà ancora più importante. Oltre alle imprese edili, dove ormai il 50% sono di stranieri, se ne aggiungono in ogni settore. E c’è un altro dato che sfata un pregiudizio: la percentuale di imprese femminili nell’imprenditoria straniera è più alta che nell’universo complessivo delle imprese. L’occupazione in provincia tiene ma le aziende faticano a trovare le figure professionali qualificate?  L’occupazione non solo tiene ma è addirittura cresciuta passando dal 70% al 70,5%. Il dato è largamente superiore sia a quello regionale e nazionale e anche il tasso di disoccupazione è sui livelli più bassi di sempre. Un terzo delle aziende prevede di assumere personale immigrato e soprattutto che abbia meno di 30 anni. Ma resta il problema di trovare il modo di dare risposte alle aziende che cercano personale, anche alle volte qualificato, e che fanno una gran fatica a trovarlo. E quali sono i settori che non trovano? L’indagine Excelsior lo monitora continuamente. Il 67% delle imprese interessate prevede difficoltà nel reperire ingegneri industriali, il 65% ingegneri elettronici, il 48% laureati in indirizzo sanitario e paramedico. Tra i diplomati non si trovano giovani con indirizzo nel settore costruzioni, ambiente e territorio, socio-sanitario, trasporti e logistica, meccanica, meccatronica ed energia. E sui diplomi professionali le difficoltà di reperimento sono ancora più forte soprattutto nella ristorazione e nei servizi alle persone. Il capitolo ristorazione è a parte, è una situazione paradossale: da una parte c’è offerta di mestieri come quello dello chef che sono oggi molto in voga, e c’è invece un’enorme carenza di camerieri. Tanto che in alcune aree anche a forte vocazione turistica l’indisponibilità di personale qualificato di sala non rende possibile tenere aperto e dunque si modifìcano orari e giorni di apertura. Perché, è un settore difficile con tanto turnover e con personale non valorizzato? Il cambiamento radicale è avvenuto dopo la pandemia che ha penalizzato tanti imprenditori poco lungimiranti. Il Covid ha segnato veramente uno spartiacque per due motivi. Il primo si è capito che c’erano due tipi di personale che lavorava all’interno del mondo della ristorazione: quelli che avevano i libretti a posto e quelli che non li avevano. I primi hanno usufruito di una cassa integrazione; quelli che pensavano di essere più furbi perché lavoravano in nero si sono ritrovati senza niente. Il secondo è che la gente ha incominciato anche a capire, dopo essere stati fagocitati dal loro modo di lavorare, che stare ogni tanto a casa il sabato e la domenica, o la sera non era poi così brutto. E così dalla ristorazione sono finiti ai supermercati o in altri mestieri con orari più definiti. Oggi il pizzaiolo e il cuoco sono difficili da trovare, non basta solo pagarli bene ma devi trovare gente che scelga una filosofia di vita di un certo tipo. È diventato come il calcio: prima “ti compro il cartellino” e poi ti dò uno stipendio buono.  Ha parlato di Modello Cuneo” ma come è cambiata Cuneo città che frequenta per lavoro a tanti anni? Chi ha la mia età o chi ha vissuto la Cuneo di vent’anni fa, si ricorda una città che alle sette di sera chiudeva le serrande e diventava un dormitorio. Oggi Cuneo ha una vitalità incredibile. Via Roma pedonale è stata la chiave di volta, ma anche tutto il lavoro che è stato fatto sui corsi, sulla qualità dell’offerta. Oggi vedi gente che arriva da fuori provincia per venire a passare la serata a Cuneo. Questo è un segnale di attrattività fortissimo. È l’atmosfera che si respira. Abbiamo saputo trasformare una città che era percepita come “fredda” o “chiusa” in un salotto accogliente. E questo poi si ribalta anche sulle imprese, perché se un territorio è vivo, è più facile convincere un giovane o un professionista a venire a vivere e lavorare qui. C’è però il tema dei costi. Vivere a Cuneo o in certe zone della provincia comincia a diventare costoso, quasi come in certe grandi città. E questo è il rovescio della medaglia. L’attrattività porta con sé un aumento dei valori immobiliari e dei costi dei servizi. Dobbiamo stare attenti a non diventare una provincia per pochi. Il modello Cuneo deve rimanere inclusivo. Se vogliamo che le seconde generazioni di immigrati o i giovani che rientrano dall’estero mettano su famiglia qui, dobbiamo garantire che ci siano servizi e abitazioni a prezzi accessibili.  Salone d'onore camera di commercio di Cuneo Il salone d'onore della Camera di commercio di Cuneo Che cosa fa su questi fronti la Camera di Commercio? Direttamente possiamo fare poco ma possiamo stimolare le amministrazioni a guardare i dati che forniamo. Perché se ci dicono che i giovani scappano non perché non c’è lavoro, ma perché non riescono a pagarsi l’affitto, allora il problema cambia prospettiva. Abbiamo messo i giovani al centro. Stiamo lavorando, grazie al nostro ufficio Pid, per stimolare l’interesse dei ragazzi verso le discipline Stemn (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica) in modo che possano approfondire questa tipologia di materie eventualmente in un percorso universitario o similare. Stiamo lavorando per arginare il mismatch tra domanda e offerta di lavoro ma, purtroppo, possiamo fare poco dal punto di vista demografico se non evidenziare che oggi esiste questa criticità e un rapporto tra numero di anziani e di giovani che rischia di diventare insostenibile per il sistema economico e per il welfare.    La Camera di Commercio di Cuneo è stata significativa anche come riferimento nazionale, è ancora così? Assolutamente sì, e lo dico con la forza dei numeri, non per semplice orgoglio di appartenenza. Abbiamo un profilo d’immagine nettamente superiore non solo rispetto alla media nazionale, ma anche nei confronti delle altre Camere di Commercio del Nord-Ovest. Le aziende ci percepiscono come un ente trasparente e professionale e abbiamo continuato a fare rete con gli organismi regionali e nazionali. E i rapporti con Nizza, altro storico sodalizio dell’ente? Il legame con Nizza e non è solo un sodalizio storico, è un’alleanza strategica che oggi vive una nuova stagione di vigore. Le nostre economie sono speculari e interdipendenti: Cuneo è il retroporto naturale e il partner logistico e produttivo ideale per la Costa Azzurra e, come sosteneva l’ex presidente Dardanello, le Alpi non devono essere un ostacolo ma una cerniera tra i nostri popoli e le nostre economie. Il cuore di questa cooperazione è rappresentato dal rilancio dell’Eurocin Geie. Questo Gruppo Europeo di Interesse Economico, che ci vede protagonisti insieme alle Camere di Commercio liguri, francesi e all’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, è lo strumento giuridico che ci permette di agire come un’unica entità europea, che facilita il transito delle merci, lo sviluppo delle infrastrutture e la crescita delle imprese su entrambi i lati delle Alpi. Tre gli assi prioritari: la creazione di strumenti decisionali, l’istituzione di un osservatorio dei dati economici e di un osservatorio dei trasporti e la formazione professionale dei giovani. Oggi siamo impegnati in sette progetti. Tenda, autostrada Asti-Cuneo, qualcosa si muove nella viabilità e trasporti. Nonostante l’atavico isolamento della Granda siamo una delle zone più produttive del Paese? È così, quello che ci serve sono i collegamenti. Ne parliamo da decenni, ma le infrastrutture rimangono il nostro tallone d’Achille anche se il 2025 rimarrà impresso nella storia della nostra provincia come l’anno del riscatto infrastrutturale, un momento in cui la “Granda” ha finalmente iniziato a raccogliere i frutti di decenni di battaglie. Se fossimo collegati meglio questa provincia farebbe un ulteriore salto di qualità incredibile. Sono ferite aperte che pesano sul bilancio delle nostre aziende ogni singolo giorno. E pesano anche sulla logistica delle merci. Spostare un prodotto alimentare che ha scadenze brevi o che richiede temperature controllate, con i tempi di percorrenza che abbiamo oggi, è un costo aggiuntivo che i nostri competitor di altre zone non hanno. È una tassa occulta sulla nostra produttività che  si riflette sulla capacità competitiva, specialmente per le aziende più piccole. Nonostante questo, continuiamo a crescere. Ma oltre alle infrastrutture fisiche, c’è il tema di quelle digitali. Su quello come Camera stiamo spingendo moltissimo. Perché se non riesco a far passare il camion velocemente, devo almeno poter far passare i dati in modo istantaneo. La digitalizzazione è l’unica vera strada per accorciare le distanze che la geografia e la politica ci hanno imposto. Molti piccoli hanno capito che o entri in questo flusso o sei fuori dal mercato tra cinque anni. La digitalizzazione aiuta anche nel problema del personale di cui parlavamo prima. Se riesco ad automatizzare alcuni processi ripetitivi e “di bassa qualità”, posso permettermi di pagare meglio le persone che devono metterci la testa e la competenza.  Quale differenza c’è tra dirigere un associazione di categoria come Confartigianato e un ente camerale che deve rappresentare tutti? Quando il 29 maggio 2024 ho assunto per la prima volta la guida della Camera di Commercio, l’ho fatto con un’emozione profonda e una consapevolezza chiara: stavo entrando in quella che è la ‘casa di tutte le imprese’. In quel momento ho promesso di essere il presidente di tutti, perché se è vero che la mia storia nasce nel mondo dell’artigianato, il mio mandato oggi è quello di essere un punto di sintesi per ogni singola anima della nostra economia. In un’associazione il tuo ruolo è quello del ‘difensore’: sei in prima linea per tutelare gli interessi specifici di un comparto, portando avanti le istanze di una categoria con passione e verticalità.  Gestire i rapporti tra le varie associazioni di categoria nell’ente camerale è un gioco di equilibrio difficile? Non si tratta più di rappresentare una parte, ma di governare il tutto. Si passa da una visione di parte a una visione di sistema e devo mettere l’esperienza concreta maturata tra le imprese al servizio di un’istituzione super partes che deve essere un luogo di sintesi per aiutare la provincia ad essere quel modello di eccellenza che molti invidiano. È un grande lavoro di squadra. Non dimentichiamoci che la Camera di Commercio è, per sua natura, un ente pubblico economico sussidiario. È un luogo unico dove la pluralità delle voci non rappresenta un ostacolo, ma una straordinaria ricchezza.  Lei ha sostituito Gola passato in fondazione CRC. È normale il passaggio da un ente all’altro? Se guardiamo al passato, abbiamo il caso di un ex presidente della Camera di Commercio (Giacomo Odddero, ndr) che ha proseguito il suo impegno in Fondazione, portando con sé un bagaglio di conoscenza del territorio che non ha eguali, segnando stagioni di crescita straordinarie. Il punto centrale non è il ‘passaggio’ in sé, ma la valorizzazione delle competenze. In un territorio concreto come il nostro, vige una regola molto semplice: se una persona è capace e ha dimostrato di saper amministrare con lungimiranza, è un dovere della comunità fare in modo che quel talento continui a essere messo a disposizione del bene comune. Gola è arrivato dopo 27 anni di Dardanello e ha tolto la polvere a un ente che aveva necessità di modernizzarsi e di essere più vicino al mondo delle imprese. Oggi il fatto che io sia un presidente che arriva dalla piccola impresa, siamo solo tre in tutta Italia, è un dato significativo che ha fatto superare tutta una serie di stereotipi nel mondo produttivo. Abbiamo avuto la capacità di superare divisioni e nel corso degli anni creato una classe imprenditoriale anche nel mondo delle piccole imprese. Sono molti che pensano che questa provincia si stia sempre più spostando sull’asse albese e Cuneo e il resto della Granda stiano perdendo ruolo e appeal. Cosa pensa? La vedo da uomo di mezzo, sono di Marene. Cuneo è una provincia Granda. Questa estensione è un valore perché hai una biodiversità economica pazzesca: abbiamo l’eccellenza del vino e del tartufo nelle Langhe, ma abbiamo anche la forza dell’industria e dei servizi a Cuneo, la potenza della meccanica a Savigliano e Fossano, il cuore agricolo di Saluzzo e la capacità logistica di Mondovì. Senza dimenticare le nostre vallate. Alba può essere un’opportunità per tutti, e ha la grande fortuna di avere la Ferrero. Ma Cuneo non ha nulla da invidiare perché ha la migliore imprenditorialità e non solo del territorio. Il “sentimento” cuneese è molto forte. C’è un orgoglio di appartenenza che supera la distanza tra un comune della valle e uno della pianura. Dunque più che uno sbilanciamento, io vedo in questa provincia, per usare un esempio di tipo sportivo, una squadra che ha tanti campioni, è una provincia che corre perché ha tanti motori diversi che spingono nella stessa direzione. E il fatto di aver tutti sostenuto Alba capitale dell’arte contemporanea, compresa la sindaca di Cuneo, è un segno chiaro che siamo uniti e che tutti possono concorrere al bene di tutti. Una volta c’era chi voleva la provincia di Alba, oggi nessuno ne parla più, e ci vorrà ancora una generazione per abbattere qualsiasi tipo di rivalità.
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