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“Qui a Chiabriera, ci sono la mia casa e i miei ricordi, tutto quello che mi serve per vivere”

31 gennaio 2026

Cuneo

Maria Guglielmi A borgata Chiabriera, una frazione di Cartignano in valle Maira, abita la signora Maria Guglielmi, 90 anni. Mentre sorseggiamo un caffè la signora Maria è assorta: le mani incrociate, gli occhi fissi, sembra intenta a guardare un film. Ogni tanto, vagando nei ricordi, gli occhi si riempiono di lacrime. Come è stata la sua infanzia? Ho fatto novant’anni! Sono nata in borgata Comiano di San Damiano Macra il 30 luglio del 1935 dove papà ha costruito una bella casa di tre piani. Davanti un portico, il forno per il pane ed un “gabinat” (latrina) come si usava all’epoca. Il bagno in casa non c’era. Poi papà si è ammalato di polmonite. Gli facevano i salassi con le sanguisughe ma non è bastato. Quando è morto, mamma è rimasta sola con cinque figli: il più piccolo aveva un anno e mezzo ed il più grande dodici. Io avevo quattro anni. Il fratello di mia mamma, don Guglielmi, era prete a Pratavecchia ed ha accolto tre di noi presso la sua abitazione. Ricordo che proprio lo zio mi ha portata fino a Pratavecchia seduta sulla sbarra della bicicletta. Viveva con noi la sorella, mia zia, era perpetua. Mamma l’abbiamo vista poco perché per lei era impossibile scendere regolarmente a farci visita. Sono stata a Pratavecchia dal 1939 al 1960, ben 21 anni. Zio è nato nel 1888, a 22 anni è diventato sacerdote e in seguito teologo. Ha insegnato nel seminario di Saluzzo, è stato cappellano militare ad Aosta poi parroco a Lagnasco e limitrofi ed infine parroco per quarant’anni a Pratavecchia: dal 1922 al 1962 anno in cui è morto.  Che prete era? Era un prete severo! I preti vivevano di niente, si era poveri, però, nella canonica avevamo un bell’orto. Frutta, verdura e qualche animale da cortile. In fondo all’orto c’era una bella vigna all’interno della quale con le frasche della potatura avevamo costruito un capanno che ci serviva da riparo durante i bombardamenti. I tedeschi mi chiamavano la bambina del prete. Forse, per via delle sofferenze, ricordo poco della mia infanzia.  Come è stato il tempo di guerra? Una notte bussarono violentemente alla porta della canonica fingendo un accento tedesco. Mio zio disse seccato: “Cosa fate, siete i miei ragazzi di Pratavecchia, cosa volete?”. Erano ragazzi, partigiani che necessitavano di una macchina da scrivere. Prontamente mio zio gliela porse. Nei giorni seguenti ha dovuto vedersela con i fascisti. In seguito all’intervento dell’arcivescovo fu scarcerato dopo tre giorni di fermo. Per paura della guerra e dei bombardamenti, lo zio, ad un certo punto, ci ha rimandati a casa in borgata Comiano. La situazione era disperata anche in mezzo ai boschi. C’erano bande di partigiani e di tedeschi che commettevano nefandezze e cattiverie. I tedeschi passando nella borgata volevano uccidere la mucca giovane perché correva impaurita: mia sorella si è messa a piangere e loro impietositi se ne sono andati. Proprio in quei giorni, i tedeschi bruciarono borgata Puy (Podio): noi dal versante opposto guardavamo straziati la scena di quelle donne urlanti che cercavano, con la forza della disperazione, di salvare qualcosa da tutto quell’inferno. Si raccontava che i partigiani avessero nascosto dei viveri in chiesa. In quei tempi bui, proprio qui a borgata Chiabriera, mio suocero è stato malmenato dai fascisti con i bastoni in quanto sostenevano che lui desse la farina ai partigiani. In borgata c’erano il mulino ed il frantoio per fare il sidro di pere. Quando lo zio prete è morto, la sorella perpetua faceva “musole”, ossia la fame, in quanto vuoi per gli anni di guerra, vuoi per sostenere noi ragazzi, era riuscito a risparmiare poco o nulla. Poi gli anni della giovinezza e del dopoguerra? Dopo la scuola elementare ho imparato a cucire, sono diventata sarta. All’epoca i vestiti non potevano essere scollati, figuriamoci poi se cuciti dalla nipote del prete. Tutte dicevano che confezionavo vestiti da suora!  Ho conosciuto mio marito a quattordici anni, lui ne aveva venti. Ci siamo “parlati” (frequentati) per alcuni anni. Mi sono sposata a venticinque anni. Ho aspettato perché per il matrimonio ci vuole testa. Nel 1960 sono diventata la signora Missenti e ho iniziato una nuova vita in borgata Chiabriera di Cartignano.  Così è iniziata un’altra fase di vita? Eh sì! Mio marito aveva la segheria e il mulino mentre io andavo a lavorare alle Falci a Dronero. Il mio primo stipendio corrispondeva a 21 mila lire. Una volta a casa ho dato diecimila lire a mia suocera. Lei era una brava donna, non voleva prenderli, poi con tristezza mi ha confidato che avevo guadagnato ben più di tutti loro in quanto quell’anno diverse sventure avevano colpito l’azienda agricola. Nel 1962 è nata mia figlia Tiziana. La allattavo al mattino presto e poi andavo a lavorare in bicicletta! Era faticoso allora ho voluto prendere le patenti. Nel 1967 è nato mio figlio Adriano. In borgata la scuola era stata chiusa intorno al ’57 così, mia figlia, andava a piedi alle elementari di Cartignano mentre mio figlio veniva accompagnato a scuola dal messo comunale Giacomino Aimar che abitava proprio qui in borgata. È stata una vita di lavoro e sacrificio ma non posso lamentarmi, ho una bella famiglia. Tornerebbe a vivere a Pratavecchia?  No, perché tutto è cambiato. A dire la verità non voglio scendere in pianura, qui ci sono la mia casa ed i miei ricordi. Tutto quello che mi serve per vivere.
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