Strangolò la moglie malata, 14 anni al pensionato
29 gennaio 2026
Cuneo
Si è chiuso con la condanna a 14 anni e 8 mesi di reclusione il processo a Ernesto Bellino, il 75enne che il 28 giugno del 2024 uccise la moglie Maria Orlando malata di Alzheimer nella loro casa di Beinette. La Corte d’Assise gli ha riconosciuto le attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti contestate dal pubblico ministero Francesco Lucadello che ne aveva chiesto la condanna a 22 anni. Per il figlio costituito in giudizio con l’avvocato Enrico Gaveglio un risarcimento di 150.000 euro. Nessun dubbio sulla dinamica dell’uccisione che fu lui stesso a raccontare ai militari accorsi sul posto su sua chiamata e confermata poi in sede di interrogatorio e al processo davanti ai giudici: la spinse contro lo stipite della porta del bagno e quando la donna era ormai a terra ferita, la strangolò. Ai militari che lo trovarono seduto sul divano l’uomo disse che non ce la faceva più, che era stata una notte difficile, trascorsa ad accudire la moglie, “mi sentivo ansioso, privo di concentrazione, le chiesi di portarmi le pasticche per l’ansia ma lei disse che non avevo niente, che la malata era lei”. Un dolo d’impeto lo ha definito il pubblico ministero, una deliberazione estemporanea ma intenzionale nella modalità con cui venne messa in atto, un gesto assolutamente sproporzionato rispetto alla frase pronunciata dalla moglie e che andava inserita in un contesto di vita coniugale difficile, un matrimonio costellato di litigi e un breve periodo di separazione tra i due che poi decisero di tornare insieme, non modificando però la dinamica del loro rapporto, definita dal figlio come quella tra cane e gatto, “non riuscivano a stare insieme senza litigare” aveva riferito il figlio in aula, tra continue ripicche, gelosie e manie di controllo. Un rapporto difficile reso ancora più complesso dalla malattia della donna e dalla sindrome depressiva dell’uomo che non aveva le necessarie risorse mentali per far fronte a quella situazione, “una tragedia consumata in un contesto malato, in una relazione deteriorata in cui il legame del matrimonio era oramai una scatola vuota” aveva ribattuto il difensore dell’uomo avvocato Fabrizio Di Vito, contestando l’aggravante a carico del proprio assistito di aver commesso il delitto nel contesto del legame familiare, “penso abbia diritto al riconoscimento delle attentanti prevalenti sulle aggravanti, anche perchè penso sia impossibile pretendere un atteggiamento di resipiscenza da un soggetto cui è stato riconosciuto un vizio parziale di mente, un uomo frantumato dai propri dolori che spinse volontariamente la moglie contro la porta ma che subito dopo entrò in un blackout in cui fu solo parzialmente padrone di se stesso”. Una richiesta di riconoscimento delle attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti che è stata accolta dai giudici della Corte d’ Assise che hanno condannato l’uomo, tutt’ora ai domiciliari in una struttura assistenziale, a quattordici anni e otto mesi.