Che importanza dai a chi crede nelle seconde possibilità?
15 gennaio 2026
Cuneo
In un clima culturale dove l’errore è diventato sinonimo di irrimediabilità e di impossibilità di riscatto; dove la povertà medesima e la marginalità sono bandite in quanto sinonimi di ‘pigrizia colpevole’, reggere all’urto di chi pensa che sia una causa persa dedicarsi a persone che hanno sbagliato o addirittura fallito una vita intera, richiede una volontà ferma e costante di ‘stare accanto’. Tanto meno stare accanto in quanto singola persona… Oggi le disfunzioni del corpo sociale sono complesse e non possono essere affrontate da un individuo che, singolarmente, se ne fa carico. Oggi è vincente il gioco di squadra coordinato, costante, continuato per correggere alcune rotte e introdurre soluzioni adeguate. È quanto si sperimenta quotidianamente in Caritas diocesana: un attento lavoro in team – chi si occupa della prima accoglienza, chi fa colloqui calibrati sulla persona ed empatici per venire a capo di sottintesi che possono pregiudicare un intervento risolutivo, chi accompagna un processo di rinascita e cerca interlocutori esterni che possano fornire soluzioni abitative e lavorative – fa sì che si possano avviare persone in percorsi di vita rinnovati, riscattando anni di solitudine e devianza. G. è un ragazzo di 16 anni che si avvia al lavoro quando l’Italia vive il boom economico. Ma l’azienda dove è occupato poco dopo chiude i battenti. A 18 anni comincia a frequentare persone che si dedicano ad un’attività di ‘antiquariato illegale’. Soldi facili, illusione di una vita agiata, pistola in mano pronta a colpire… Inizia una carriera di ‘latitante’ ricercato dalla giustizia. Approda al carcere, anche fuori dei confini nazionali (Portogallo, Austria, Francia) finché arriva al supercarcere di Cerialdo a Cuneo. Qui il destino gli fa incontrare il volontario giusto che poco a poco costruisce intorno a lui una rete di persone affidabili. I suoi 40 anni di devianza, di cui più di 10 trascorsi in carcere, hanno la possibilità di riscattarsi. Con documenti finalmente non più falsificati, trova gli spazi virtuosi entro i quali scrivere un nuovo perimetro attorno ai suoi anni. G. ora presta servizio presso la Caritas diocesana, addetto al Magazzino viveri e alla Mensa. Da uomo dal quale non ci si può aspettare qualcosa di buono, si ricostruisce anche come persona capace di stare accanto ad un anziano prete con grave patologia cognitiva. La pensione sociale lo aiuta ad arrotondare i piccoli guadagni che gli servono per far fronte alle spese della casa che intanto nella rete Caritas ha trovato. G. è una nuova persona, un uomo che ce l’ha messa tutta per uscire da una situazione che pareva irrimediabile e irredimibile. G. è l’immagine e la prova che solo una squadra di persone coese e coordinate per il recupero di un ‘deviante’, può arginare la facile retorica di chi dice ‘buttiamo la chiave e lasciamo marcire chi ha sbagliato’. Sempre, fino all’ultimo respiro, come Disma, il buon ladrone, ogni persona può essere catturata da uno sguardo pieno di compassione e di tenerezza. Il poeta Fabrizio de André metteva in bocca al buon ladrone che vede il Cristo in croce: “Io nel vedere quest’uomo che muore, madre, ho imparato l’amore”. Don Marco Riba