La montagna e i silenzi nella luce della fede
06 gennaio 2026
Cuneo
“Non voglio dire di riprendere/a vivere dei tempi passati/Ma non tralasciamo/l’affezione alle nostre origini”. In questo invito accorato c’è lo spirito della raccolta di poesie di Beppe Rosso: un sereno sguardo consapevole di essere l’erede di tradizioni. È un atteggiamento che sollecita un’attenzione discreta e delicata per le sfumature della vita con l’occhio sempre rivolto alla montagna.
Beppe Rosso ci è nato e cresciuto. Nella maturità si è fatto cultore della storia, della lingua, delle tradizioni di questo ambiente. Non era però atteggiamento accademico: nella vita in montagna ravvisava con acuta sensibilità il profondo senso di umanità, riconosceva le occasioni per avvertire il mistero.
Per questo la chiusa di una poesia, non per nulla intitolata Preghiera, suona quasi come un proemio classico all’intera raccolta: “Dammi ancora, Nostro Signore,/la buona sorte di afferrare/la chiave della mia musica/e aprire la porta all’armonia/che nelle melodie dei musicisti/porta l’eco”. Un’invocazione che rinnova il desiderio di farsi attento ai fremiti più nascosti dove si cela il segreto del vivere.
C’è un’intima unità nella varietà di queste poesie. A definirne i confini c’è il paesaggio alpino, fattosi paesaggio umano vissuto intimamente, dove si incontrano l’umano e il divino, la fragilità e la speranza, la fatica e il sogno.
Ci sono squarci di luminosa bellezza quando l’incanto d’agosto sembra colto nella contemplazione o nel sentiero che profuma di assenzio. La natura snocciola suoni, crea un’armonia avvolgente. L’appello ai sensi, la vista, ma anche l’olfatto e l’udito, rende la concretezza e insieme la ruvida bellezza della montagna. Sono le rocce, i sentieri, la luce a raccontarsi accogliendo l’animo del poeta. Tra quelle pietre scorge il dolore e le ferite: “alla svolta del sentiero/abbagliante attendeva il dolore”.
Non è mai però un consegnarsi al disordine che travolge. Sulle montagne di Beppe Rosso regna un’armonia ancestrale. Anche la pietraia, generata da ghiaccio, vento e sole, dove si sente il “frugare del tempo”, è teatro per “cercare i rimasugli di una pace intorno a me”. Ancorché percepisca un’umanità incline al sentiero sbagliato, tuttavia non è l’ultima parola poiché “è sufficiente che una lastra di ghiaccio riluca/perché l’ombra fiorisca una stella di Natale”. Così il giorno dei morti è incalzato dal Natale “pungendo il cielo di luce” e la nevicata conduce “nel vuoto di una vita gelida” ma salvata e redenta da uno sguardo più profondo che scorge “lassù” una schiarita.
Il sentimento religioso è sotteso a questi sentieri. La fede segna lo sguardo sulla vita anche quando si posa sul mesto abbandono della montagna. Il “ritorno” alla lingua della tradizione è per Beppe Rosso ritrovare il proprio mondo perché “fino a quando qualche montanaro/salirà ad innalzare/il suo canto sulla montagna,/gli antenati custodiranno la valle/e sulla pietra il lichene/fiorirà teneramente ancora”.
De sùmi e de peiro
di Bep Rous dal’Jouve
Editrice Coumboscuro