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Cosa ha costretto il governo alla stretta sulle pensioni?
01 gennaio 2026
Cuneo
Con la legge di bilancio (un tempo “finanziaria”) lo Stato stabilisce l’ammontare delle entrate e delle spese pubbliche, dove e da chi intende prelevare il denaro (attraverso le tasse) e dove intende spenderlo nell’anno successivo. In queste due azioni, prelevare e distribuire, chi governa rende esplicite e concrete le proprie scelte politiche in tutti i comparti: economia, sanità, scuola, trasporti, difesa, rapporti con l’Europa e così via.
Con la legge di bilancio 2026, lo Stato italiano ha deciso che per le pensioni non intende spendere un euro in più rispetto allo scorso anno.
Gli assegni degli oltre 16 milioni di pensionati saranno sì adeguati all’inflazione, ma di ridurre i tempi di accesso alla pensione per chi ancora lavora non se ne parla. Abolita ogni possibilità di anticipo (Opzione Donna, Quota 103), per tutti scatterà anzi un ulteriore allungamento dei tempi.
Una sorpresa amara per chi aveva creduto alle promesse elettorali dell’abolizione della “legge Fornero”. Uno smacco politico per i partiti che si erano impegnati ad abbassare l’età pensionabile e a portare le pensioni minime a mille euro.
Ma perché governo e maggioranza, con una svolta a 360 gradi, ora fanno propria — appesantendola ulteriormente — quella maledetta riforma, sacrificando una fetta del loro consenso politico?
Perché tra la propaganda e la cruda realtà vince sempre la realtà. E la realtà è fatta di numeri e cifre che non lasciano scampo. Ed è fatta anche di scelte politiche errate, perché ideologiche o miopi.
I numeri.
L’Italia destina il 16,1% del PIL alla spesa pensionistica: la percentuale più alta al mondo (dati OCSE). Il sistema pensionistico italiano è a ripartizione: i contributi versati da chi lavora non vengono accantonati per essere poi restituiti a chi li ha versati quando andrà in pensione, ma vanno direttamente a pagare le pensioni di chi ne gode oggi. Quindi il sistema si regge sull’equilibrio tra i versamenti di chi lavora e gli assegni di chi percepisce la pensione.
Se l’equilibrio salta, come sta accadendo, lo Stato dovrà o tagliare le pensioni o pescare risorse da alte voci di bilancio o fare ulteriore debito. Perché i nati tra il dopoguerra e il 1964 (i cosiddetti “baby boomers”), la generazione più numerosa di sempre, sono giunti all’età pensionabile. Perché le persone (pensionate) vivono più a lungo. Perché il numero di persone in età lavorativa è in diminuzione: nel 2050 gli over 65 saranno il 34,6% della popolazione contro il 24,36% di oggi, con 7,7 milioni di lavoratori in meno. Diminuiranno sempre più i lavoratori che devono versare i contributi pensionistici, mentre aumenteranno sempre più i percettori di pensione.
Le politiche mancanti o errate.
Per riequilibrare lo sbilanciamento demografico - condizione indispensabile affinché i contributi versati possano reggere in futuro il pagamento delle pensioni – sarebbero necessarie politiche specifiche almeno su tre fronti.
Il primo: favorire l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro (in Italia lavorano molte meno donne rispetto agli altri Paesi europei) con robuste politiche di sostegno: nidi e scuole materne gratuiti, un sostegno economico a chi assiste malati o anziani in casa. Ma su questi temi si sono fatte molte parole e pochissimi fatti. Secondo: integrare di più e meglio gli immigrati nel mondo del lavoro. Ma su questo l’Italia, a differenza per esempio di Spagna e Germania, sta facendo esattamente l’opposto, impedendo con ogni sorta di ostacoli agli immigrati di entrare legalmente, lavorare, percepire stipendi e, di conseguenza, versare tasse e contributi. E quando apre agli ingressi con la legge sui “flussi”, lo fa con il procedimento demenziale del “click day”, con il quale i datori di lavoro sono costretti ad assumere persone provenienti da altri Paesi che non hanno mai visto, senza conoscerne la preparazione e senza possibilità di selezione in base alle reali esigenze.
Il risultato è che le imprese hanno un bisogno disperato di lavoratori, ma lo Stato, con le sue leggi, impedisce alle persone di integrarsi, lavorare me contribuire pagando tasse e contributi pensionistici. E senza quei contributi le pensioni o non si pagano o si pagano meno, o si sposterà sempre più avanti l’età di pensionamento.