
Luciano Leuzzi, fotografo di San Rocco di Bernezzo, da anni gira il mondo per scattare immagini ad animali, paesaggi e persone. Specializzato in fotografia naturalistica, racconta le curiosità e complessità del suo lavoro, che richiede tempo e pazienza, ma regala grandi soddisfazioni.
Come è nata la sua passione per la fotografia?
Ho iniziato a fotografare per hobby parecchi anni fa, tra gli anni ‘Ottanta e ‘Novanta, quando ancora si utilizzava il digitale. All’inizio, scattavo foto per matrimoni e mi occupavo principalmente di “still life” (nature morte). La foto naturalistica, però, è sempre stato un sogno nel cassetto che piano piano si è realizzato grazie all’esperienza degli scatti che sono riuscito a fare in zona. Quando ho iniziato a migliorare, attrezzandomi dei cavalletti giusti e di tutto il materiale necessario per svolgere questo lavoro al meglio, ho iniziato anche a viaggiare per il mondo per implementare il più possibile questa passione.
Qual è stato il suo viaggio preferito?
Sicuramente quello al parco di Yellowstone, negli Stati Uniti d’America. Lì, sono stato due volte in due stagioni diverse e ho fotografato gli animali circondati da paesaggi molto differenti. Quando sono stato durante l’inverno è stata un’esperienza meravigliosa, in quanto il panorama cambia completamente diventando quasi “fiabesco.”
Poi, anche l’ultimo viaggio che ho fatto in Himalaya per fotografare il leopardo delle nevi è stato molto interessante: questo animale è infatti molto schivo ed elusivo, quindi molto difficile da fotografare. Inoltre, sull’Himalaya le condizioni meteo sono proibitive perché si parla di quasi 5.000 metri di altezza, che portano alla mancanza di fiato e alla difficoltà di respirazione. Mi è piaciuto molto anche il viaggio che ho svolto tra India e Himalaya per fotografare il panda rosso; nella lista aggiungerei anche viaggi più “facili” e vicini come la Spagna, dove si possono fotografare i rapaci in maniera ravvicinata, oppure la Finlandia e infine, per me è stato bellissimo il Canada, precisamente la regione francese del Quebèc dove, in autunno con il foliage ci sono distese di alberi che cambiano colore creando un panorama magnifico.
Come si svolge la giornata tipica di un fotografo naturalista?
Normalmente, ogni volta che si va all’estero in luoghi un po’ più lontani e “isolati”, ci si appoggia a guide locali in quanto non è consigliabile andare da soli. Questi accompagnatori, oltre a guidarci nella natura, cercano di individuare e scovare gli animali che andremo a fotografare. Ad esempio, nel caso del leopardo delle nevi dell’Himalaya, quando sono andato a fotografarlo sono stato accompagnato da decine di guide che si posizionavano a circa 300-400 metri di distanza l’una dall’altra e, con il binocolo, cercavano di individuare se nel loro raggio vi erano movimenti sospetti. Una volta che uno di loro vedeva qualcosa, avvisava gli altri con alcune radioline, per poi chiamare noi e portarci il più vicino possibile agli animali. Per quanto riguarda gli spostamenti interni, solitamente ci muoviamo a bordo di piccoli van insieme alle guide locali e, una volta arrivati nel luogo scelto, aspettiamo, a volte anche per delle ore, fino a quando si presenta la situazione migliore. Spesso siamo posizionati a centinaia di metri di distanza dagli animali, ma abbiamo degli obiettivi che per fortuna riescono a coprire bene queste lunghe distanze.
Qual è stato lo scatto più difficile da fare?
Direi in Canada quando sono andato durante l’inverno per fotografare la civetta delle nevi. Io e il mio gruppo eravamo sdraiati a terra in un campo innevato, con una temperatura esterna di circa meno 30 gradi, il tutto accompagnato da vento e pungenti folate di ghiaccio. Siamo stati lì per diverse ore ad aspettare che la civetta arrivasse e questo è stato difficile anche a livello tecnico, perché il mio obiettivo continuava ad appannarsi dal freddo. Queste condizioni metereologiche sono sempre un po’ proibitive in quanto sia il freddo che il caldo limitano molto i movimenti.
Le è capitato di scattare anche nel cuneese?
Sì, mi è capitato. Qua è un po’ più limitante perché, mentre in giro per il mondo si viaggia per fotografare degli animali specifici, che si sa dove sono localizzati; nella zona si prende un po’ quello che c’è, quindi spesso l’avifauna (piccoli uccelli). La piana del fiume Stura è un luogo interessante dal punto di vista naturalistico in quanto si possono trovare i nidi di Upupa, molto facili da fotografare e molto impattanti a livello visivo in quanto colorati e molto belli. Poi, ci sono le gru che si fermano nelle oasi, sia a Sant’Albano Stura che a Racconigi. Infine, vado molto in montagna dove spesso incontro e fotografo camosci, stambecchi, animali d’altura e aquile.
Dove pubblica i suoi scatti?
Io carico tutti i miei scatti su Juzaphoto, uno tra i siti naturalistici maggiormente utilizzati in Italia. Poi, alcune delle mie immagini sono state pubblicate su riviste geografiche come, ad esempio, il giornale inglese “Telegraph”. Ogni tanto partecipo anche ad alcuni concorsi internazionali; ad esempio, nel 2024 ho partecipato all’ “Oasis Photo contest”,
che ho vinto ricevendo una menzione d’onore grazie ad una foto di un falco di palude con un pullo di un gabbiano in bocca.
È cambiata la professione del fotografo naturalista con l’avvento del digitale?
Secondo me in questo caso vi è la doppia faccia della medaglia: internet può essere utilizzato bene se viene pensato come “contenitore di informazioni”, se invece viene utilizzato “male”, si rischia di fare danni, perché si possono trovare cose spiacevoli. Secondo me, l’intelligenza artificiale va nella stessa direzione, nel senso che, se viene utilizzata in un certo modo può essere utile, mentre se viene utilizzata, nel caso della fotografia sostituendo alcuni dettagli e posizionando, ad esempio, una foto di un leopardo delle nevi che non hai fatto tu su uno sfondo di Cuneo, chiaramente questo diventa ingannevole per le persone che lo vedono. Il positivo dei concorsi internazionali è che richiedono la versione originale dello scatto, quindi non si può ingannare la giuria presentando immagini create o modificate con l’intelligenza artificiale. In tutti gli altri casi, invece, si vedono delle cose incredibili: ad esempio, da poco su Instagram ho visto alcuni video che riprendevano orsi fare delle azioni a loro estranee, quindi chiaramente modificati o creati del tutto con l’intelligenza artificiale. Il problema è che non tutti riescono a riconoscere la non veridicità di questi contenuti. Infine, Instagram e Facebook, al momento, sono le piattaforme che vanno per la maggiore, anche nel nostro lavoro. Il problema è che bisogna impiegarci molto tempo, fare le cose che vengono richieste dall’algoritmo e, purtroppo, se non ti vedono non esisti. Questo è molto brutto perché c’è tanta gente brava che non ha l’opportunità di farsi conoscere perché non padroneggia questi meccanismi, rischiando quindi di rimanere “esclusa”, mentre ragazzi più giovani, con maggiore capacità di utilizzare le piattaforme, tendono a diventare più conosciuti di chi, a mio avviso, è più bravo.