Accogliere il dono-regalo che il Natale porta con sé
24 dicembre 2025
Cuneo
Avevo sei anni quando la vigilia di Natale accompagnai mio papà nel portare un regalo ad un cugino. Ho ben presente come in quel tardo pomeriggio, tra i discorsi degli adulti, la mia attenzione venne catturata dallo schermo televisivo che annunciava la morte di Charlie Chaplin. E grazie a quel ricordo ho letto con emozione il libro di Fabio Stassi L’ultimo ballo di Charlot dove si romanza del patto che Chaplin la notte del Natale 1971 propose alla morte: cercare di strapparle un sorriso di anno in anno quando puntualmente la nera signora si sarebbe presentata a Natale, per rinviare l’appuntamento definitivo con lei (1977) e aver così il tempo di raccontare all’ultimo figlio, generato in tarda età, la sua vita e la nascita della maschera di Charlot. Questo riferimento non lo menziono per il legame natalizio di nascita-morte poetato da Alessandro Manzoni nella poesia Natale 1833. Lo riporto per confidare come questo tempo è il luogo dove con più facilità mi si presentano alla mente i ricordi di quand’ero bambino. Probabilmente non dovrei, come adulto e come discepolo, ritornare lì. Dovrei guardare avanti, trovare ispirazioni per un pensiero dalle Scritture, perché il Natale sia davvero ciò che dev’essere. Dovrei, ma non ci riesco del tutto. Chissà: forse, questo può essere il modo con cui cerco di venire fuori dalla distrazione. È la modalità che mi aiuta oggi a coltivare l’attesa, realtà che resta vera per sottrarmi alla ruota della ripetizione. Ricordo per attendere. Ricordo per non perdere la meraviglia che l’attesa del Natale suscitava quand’ero un bambino. Non è il mio un elogio della fanciullezza, ma la possibilità di fare memoria per ritrovare ancora adesso un senso di sorpresa, di stupore. Conosco il significato evangelico del Natale e cerco di narrarlo, ma a volte le parole della fede, certi discorsi mi diventano un po’ vuoti, ripetizioni fiacche e cerco briciole di silenzio anche attraverso dei ricordi. Mi piace sedermi davanti ad un presepe tacendo per contemplare la scena lì rappresentata. Per anni ho avuto modo di allestire scenografie presepiali belle e significative. Ma c’è un tempo per allestimenti più poveri, semplici. Ho ripreso in mano una scatola dove avevo deposto vecchie statuine in gesso di mia mamma, un fondale dove ormai la stella cometa ha perso quasi tutti i brillantini che un tempo la rendevano lucente e le case, in stile palestinese, mantengono fragili contorni. Casette di cartone, statuine di plastica, un pezzo di legno con la scritta Betlemme, semplice manufatto di mio padre. La carta stagnola tornerà a rappresentare piccoli fiumi e laghetti. Ochette di plastica vi troveranno casa. Questa era la rappresentazione presepiale che potevo permettermi allora e che quest’anno tornerà a suscitare il silenzio che cerco. E davanti ad un presepe povero, penserò al tema del dono ricordando i doni ricevuti, ieri come oggi. “Regalo” significa “degno di un re”. Può venire utile ricordare con gratitudine chi attraverso un dono, un regalo, a Natale ci ha pensati degni di un re anche con un dono semplicissimo. A chi ha messo soldi, tempo, un’idea e forse una buona dose di coraggio o d’imbarazzo cercando un dono per noi. Voleva dirci qualcosa. Chissà se l’abbiamo capito e chissà se noi facendo dei regali abbiamo pensato alla “dignità” regale dell’altro. Può darsi, che ricordando i doni ricevuti nel tempo potrò accogliere con più consapevolezza il dono-regalo che il Natale porta con sé.