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cuneo

Quella raccolta firme di impegno collettivo che ha ancora molto da insegnare all’oggi

23 dicembre 2025

Cuneo

“Fare memoria non significa adorare le ceneri ma accendere il fuoco”. Citando il musicologo Gustave Mahler, l’ex presidente della Provincia, Giovanni Quaglia, ha iniziato il suo intervento nel convegno di venerdì 12 dicembre che si è tenuto per celebrare i 25 anni di Cardiochirurgia a Cuneo.  Una memoria che ha davvero tanto da insegnare all’attualità per il percorso che la comunità civile cuneese e provinciale aveva compiuto per arrivare a quel 26 maggio del 2000, quando il nuovo reparto venne inaugurato al quinto piano dell’Ospedale Santa Croce.  La battaglia civile per l’apertura della Cardiochirurgia a Cuneo e provincia iniziò nel 1993. Ci fu una raccolta firme promossa dal Tribunale dei diritti del Malato, guidato dall’infaticabile e combattiva Flavia Salvagno, in accordo con il Comune dell’allora sindaco Beppe Menardi e con la Provincia presieduta da Giovanni Quaglia. Un percorso che La Guida seguì attentamente, settimana dopo settimana, fino ad arrivare a raccogliere 45.000 firme da tutta la provincia, una serie di ordini del giorno del consiglio provinciale (tutti i gruppi politici), gli ordini del giorno della maggior parte dei 250 Comuni della Granda e quelli delle dieci Ussl (unità socio sanitarie locali) della Granda. Un movimento di grande unità significativo per le istituzioni e per la società civile cuneese che dimostrò, pur in una tensione tra campanilismi forse più forte di oggi, che con la capacità di fare sistema si poteva arrivare lontano.  È ancora di Quaglia un’altra citazione che raccoglie bene questa immagine, mutuata dal filosofo francese Emmanuel Lévinas: “L’identità non sta nell’individuo ma nelle relazioni”. Quelle che si riescono a instaurare lavorando insieme, come seppe fare allora il Cuneese. Da quella raccolta e la successiva consegna delle firme in Regione della delegazione cuneese che il 7 dicembre del 1993 affittò un vagone del Cuneo-Torino per portare i plichi di 45.000 nomi e cognomi di cittadini della Granda, si arrivò risultato che pareva perché Cuneo era già stata esclusa dal piano sanitario a favore di due nuovi reparti a Torino e Alessandria: l’inserimento, nel settembre del 1994 di Cuneo nel piano di espansione dei reparti negli ospedali piemontesi. Poi l’apertura nel 2000 con il meglio dei professionisti che arrivarono all’ospedale di Cuneo guidati da Fulvio Moirano e poi i 25 anni di lavoro che hanno portato ai 12.982 interventi eseguiti finora. E altrettante vite salvate. È un esempio che dovrebbe fare scuola anche oggi, agli amministratori pubblici, alle Fondazioni, al terzo settore, alla società civile (tutti noi). Un impegno comune e collettivo per portare a casa non una nuova alta specialità, ma un nuovo Ospedale hub di Cuneo e per avere certezze sul futuro della sanità pubblica nella Cuneo capoluogo. Dopo anni di parole e promesse non mantenute, non importa dove costruire l’ospedale, né se debba essere totalmente nuovo o nascere da ristrutturazione e ampliamento dell’esistente: importa che si garantisca un futuro per l’Ospedale di Cuneo, che sia hub di riferimento sovraprovinciale come è e come è cresciuto nei decenni.  Di fronte al silenzio di chi è ai posti di governo, a tutti i livelli, servirebbe un’azione condivisa e collettiva di comunità per imporre e raggiungere un obiettivo fondamentale per il bene di tutti e il diritto alla cura. L’onorevole Chiara Gribaudo, sempre nel convegno di venerdì, facendo riferimento a quel movimento collettivo del 1993, ha accennato una timida proposta: “Dobbiamo indire una raccolta firme adesso per il nuovo ospedale?”. Perché no?

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