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13 luglio 2026

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Il Vaticano e la geopolitica: il ruolo della Chiesa nelle odierne dinamiche della diplomazia internazionale

19 dicembre 2025

Cuneo

Nel mondo di oggi come in quello di ieri, Chiesa e politica difficilmente possono essere distanti, separate da un divario che impedisce alla prima di poggiarsi alla seconda se crede che quest’ultima possa aiutare a concretizzare obiettivi di comune utilità sociale che non sono mai esclusiva prerogativa del mondo politico. Se poi l’incontro tra le due sfere – religiosa e temporale – avviene sotto il sigillo di comuni interessi collettivi che richiedono sinergie forti per raggiungere obiettivi di sostegno e aiuto ai meno fortunati, l’ “abbraccio” tra Chiesa e politica non va ostacolato ma promosso, attraverso le diverse sfere di influenza. E non è un caso se fu proprio il primo evangelista cristiano Matteo a scrivere (10:16) che i cristiani devono essere “Furbi come serpenti, candidi come colombe”, quasi a suggellare al principio dell’avventura cristiana, per i contemporanei e i posteri, che seguire Cristo non significa essere solo una pecora che prosegue docile in mezzo ai lupi, una colomba che persegue ingenuamente l’infinito senza osservare le sfide concrete del mondo; la citazione evangelica è una potente esortazione alla prudente vigilanza che ogni cristiano deve mantenere senza, per questo, smettere di essere puro, semplice, innocente di cuore ma non stupido, non puro nella più assoluta ingenuità ma capace di bilanciare astuzia e semplicità nella fede, nella vita quotidiana. Un’esortazione lontana dall’istigare i credenti a mescolare malizia e ingenuità, ma vicina a spingerli ad essere prudenti e perennemente attenti ai pericoli del mondo – come i serpenti – e nello stesso tempo puri – come le colombe, pronti a vivere e testimoniare pur rimanendo “pecore tra i lupi”. Non a caso, Matteo scelse due animali che simboleggiano l’astuzia(serpente) e la purezza(la colomba), affermando l’esigenza irrinunciabile a che il cristiano fedele sia puro ma uomo del mondo e, come tale, capace di utilizzare gli strumenti del mondo stesso se essi gli servono a fornire un beneficio all’umanità, e tra gli strumenti più imprescindibili del mondo per fare questo vi è la politica e i suoi grandi mezzi. Da non confondere, quindi, Matteo con Machiavelli, che esortò il Principe – condottiero ad essere volpe e leone per ottenere e mantenere il potere: astuzia e ferocia, quindi, anche a discapito di qualsiasi morale o limite di coscienza, un precetto che riassunse la visione geniale ed estremamente pratica di Machiavelli, a cui il cristiano prende in prestito solo il concetto sull’astuzia(volpe o serpente) per muoversi nel mondo, a differenza dello scrittore fiorentino, che scrisse per insegnare quella politica di cui la Chiesa e i cristiani possono positivamente servirsi.

Ne consegue che Chiesa e geopolitica sono intrinsecamente legate: la Chiesa Cattolica, con la sua presenza globale e il suo soft power,  agisce come un attore geopolitico, influenzando le relazioni internazionali attraverso diplomazia, valori e un'organizzazione unica che trascende i confini statali, fungendo da mediatore in conflitti e difendendo la dignità umana, sebbene affronti sfide come il declino in alcune aree occidentali e la complessa gestione delle relazioni con potenze come la Cina, con una shifting geografica del potere verso il Sud Globale.

Oggi

Negli ultimi mesi la presenza diplomatica della Santa Sede è tornata a farsi sentire con maggiore evidenza sulle grandi crisi internazionali. L’elezione di Leone XIV — avvenuta nel maggio 2025 e accolta come una scelta inattesa ma intenzionalmente volta alla mediazione — ha dato nuovo impulso a un approccio che bilancia la parola profetica con canali diplomatici discreti e reti pastorali sul terreno. Secondo le cronache contemporanee, il nuovo pontefice ha spiegato la scelta del suo nome richiamando l’eredità sociale del suo predecessore e ponendo l’accento su dignità e giustizia, segnalando così un orientamento che coniuga impegno morale e pragmatismo diplomatico.

Il ruolo «morale» della Santa Sede resta centrale ma non esclusivo. A livello pubblico, Leone XIV ha pronunciato appelli forti contro l’uso della religione per giustificare violenze e nazionalismi; nello stesso tempo ha richiamato l’attenzione su nuove problematiche globali — come l’etica dell’intelligenza artificiale applicata alla guerra — ampliando l’agenda vaticana oltre i temi tradizionali. Questi messaggi non sono semplici dichiarazioni etiche: diventano leve diplomatiche che orientano incontri, missioni e pressioni indirette su governi e organizzazioni internazionali.

Sulla guerra russo – ucraina, la Santa Sede ha adottato un doppio registro: condanna della violenza e sollecitazione al dialogo negoziato. Il Vaticano ha incontrato rappresentanti ucraini di alto livello e ribadito l’urgenza di soluzioni giuste e durature che rispettino i diritti delle popolazioni colpite; al contempo, la diplomazia vaticana continua a coltivare canali con interlocutori russi e attori regionali per mantenere aperte vie di mediazione. Questa strategia riflette la tradizione vaticana di «non-allineamento» attivo, che mira a preservare la credibilità necessaria per essere intermediario anche con attori difficili.

La tragedia di Gaza rappresenta una sfida che mette in tensione più fronti: la necessità di condannare l’uso sproporzionato della forza e la crisi umanitaria, la tutela delle comunità cristiane in Terra Santa, e il delicato rapporto con Israele e paesi arabi. Leone XIV ha espresso ripetute sollecitazioni per un cessate il fuoco e per corridoi umanitari, evitando tuttavia toni di rottura che potrebbero compromettere la capacità di dialogo con interlocutori israeliani. Il risultato è una linea che combina appelli pubblici a favore dei diritti umani con iniziative più riservate — incontri con rappresentanti regionali, sostegno a ONG cattoliche sul campo, e pressioni diplomatiche multilaterali per ottenere accesso umanitario — nella speranza di preservare la funzione di mediatore e la tutela dei civili.

Quali strumenti utilizza oggi la diplomazia vaticana? Innanzitutto l’appello morale pubblico (encicliche, Angelus, discorsi internazionali) che plasma l’opinione pubblica e delegittima certe narrative; poi la rete dei nunzi apostolici e delle diocesi locali che fornisce informazioni e relazioni sul campo; infine la cooperazione con organismi internazionali (Onu, Consiglio d’Europa) e con potenze mediatrici. In situazioni acute, il Vaticano può offrire «spazi» di incontro e sostenere negoziati informali o «back-channels» sovente capaci di sbloccare impasse istituzionali. Questo mix di visibilità e discrezione è la cifra della sua influenza, non basata sulla forza ma sulla credibilità etica e sul network globale della Chiesa.

L’elezione di Leone XIV ha alcune implicazioni strategiche concrete. Essendo il primo pontefice statunitense della storia recente (e il secondo dall’America), la sua provenienza e la sua esperienza missionaria sembrano favorire una geopolitica della «mediazione attiva»: attenzione alle minoranze, sensibilità verso le dinamiche migratorie e lavoro sul terreno dove sofferenze e conflitti producono crisi umanitarie. Allo stesso tempo, il suo pontificato pare voler evitare schieramenti che ridurrebbero la Santa Sede a semplice alleato politico di questo o quel Paese, preferendo invece un linguaggio di universale tutela della dignità umana.

Le sfide restano enormi e mai come oggi si assiste all’intreccio diplomatico tra potere religioso e universo politico - temporale. La capacità del Vaticano di influenzare esiti concreti è limitata dalla natura non coercitiva del suo potere: la persuasione morale deve tradursi in pressioni diplomatiche efficaci e in coalizioni internazionali che accettino di considerare la dimensione etica nelle proprie scelte strategiche. Inoltre, il peso delle opinioni pubbliche nazionali, i flussi informativi e le dinamiche elettorali riducono talvolta l’efficacia immediata dei richiami vaticani, imponendo alla Santa Sede di operare con pazienza e lungimiranza. Analisti osservano però come la combinazione di discorso pubblico e azione diplomatica discreta, favorita dall’attuale pontificato, possa dare risultati in termini di protezione dei civili e di apertura di corridoi umanitari.

Un ultimo punto riguarda la comunicazione e l’agenda globale: Leone XIV ha introdotto nel dibattito vaticano temi tecnologici ed economici (dall’IA alla spesa militare crescente), ampliando il repertorio delle ragioni per cui la Chiesa è interlocutrice credibile nei fori internazionali. Questo allarga il campo d’azione diplomatico ma richiede anche competenze tecniche e alleanze nuove, fuori dai tradizionali percorsi ecclesiali. Se la Santa Sede riuscirà a coniugare autorità morale e competenza tecnica, il suo peso negoziale potrà crescere — non già come potenza in senso materialistico, ma come fattore che orienta norme e pratiche internazionali.

In conclusione, la Chiesa di Roma sotto Leone XIV appare orientata a un protagonismo discreto ma assai deciso: far valere la propria voce morale, tessere mediazioni sui teatri di crisi (dalla guerra in Ucraina alla tragedia di Gaza, alla crisi mediorientale lato sensu), e allargare l’agenda diplomatica ai grandi nodi tecnologico-etici del nostro tempo. La sua efficacia dipenderà dalla capacità di mantenere credibilità presso tutte le parti in conflitto, di allearsi pragmaticamente con attori globali e locali, e di tradurre gli appelli etici in risultati tangibili a tutela delle vittime. In un mondo che alterna conflitti aperti e guerre ibride, il Vaticano continua a restare un attore unico: piccolo di mezzi ma grande per storia, rete e legittimità simbolica — risorse che, nelle mani giuste, possono ancora aprire varchi di speranza.

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