cuneo

Via dal mondo, ragazzi chiusi in camera

14 dicembre 2025

Cuneo

Chiara Bugnone Un mondo di sofferenza che diventa invisibile, che sceglie di tagliare i rapporti con tutto il resto del mondo, anche con la famiglia, con la scuola, con le amicizie. C’è tutto questo e molto di più nel fenomeno “hikikomori”, nelle forme di isolamento volontario adolescenziale e giovanile (ma non solo). Se n’è parlato a Cuneo, al Rondò dei Talenti, nell’incontro del 2 dicembre per il ciclo “Pesci con le ali” di Apicì sezione Cuneo, dedicato a plusdotazione e alto potenziale cognitivo (che tra i suoi risvolti relazionali può avere problemi di socializzazione). Forte e ricca di spunti la testimonianza di Chiara Bugnone, coordinatrice e referente piemontese per Hikikomori Italia Genitori Ets (www.hikikomoriitalia.it). Nel suo intervento, da madre che ha vissuto questo fenomeno, ha fornito molti elementi a insegnanti e genitori, per aiutarli a cogliere i segnali ed evitare degenerazioni. Per capire alcuni numeri, Hikikomori Italia stima 200.000 persone nel nostro Paese; le valutazioni basate sulla popolazione scolastica frequentante indicano almeno 50.000 casi, ma considerando che l’abbandono scolastico è tra le manifestazioni più ricorrenti di “hikikomori”, le stime sono nell’ordine degli 80.000 studenti. In Piemonte sono oltre 400 i genitori in contatto con l’associazione. “Hikikomori” è un termine derivato dal giapponese per indicare il ritiro sociale, in un processo graduale, con tre caratteristiche principali: è volontario, la persona sceglie di evitare relazioni dirette, per autoproteggersi da cause di sofferenza (giudizio, competizione, ansia); è giovanile, si manifesta soprattutto in adolescenza e gioventù (in Piemonte, dai contatti dell’associazione con i genitori, l’età media è 19 anni ma il picco è sui 15 anni, anche se - oltre a individui fino ai 45 anni - si registra un abbassamento dell’età minima, tanto che recentemente sono emersi casi tra gli otto e i dieci anni); cronico, perché non si tratta di una condizione passeggera, ma anzi si rinforza con il passare del tempo e fa peggiorare lo stato emotivo. Alcuni pregiudizi, fin da subito, vanno rimossi: un hikikomori non è un malato mentale né un fannullone, alle spalle non c’è un’educazione permissiva né “sbagliata” o trascurata, e le soluzioni non sono staccare Internet o “tirarlo fuori a calci” dalla sua cameretta. Sono stati illustrati tre stadi, che non indicano passaggi fissi perché ogni situazione è personale. Si inizia con un pre-ritiro: insofferenza sociale, minor partecipazione, abbandono di attività (sport, musica, hobby vari). Poi un ritiro più marcato: abbandono scolastico, relazioni ridotte, aumento del malessere emotivo, ritmi di vita che cambiano. Fino all’isolamento totale, con chiusura quasi completa anche nei confronti della famiglia, perdita di contatti sociali diretti, inversione del ciclo giorno-notte (si vive di notte, per evitare il confronto con pari e familiari), rischio di psicopatologie. Che cosa può spingere un adolescente, o un giovane, a chiudersi così tanto, totalmente? Che cosa porta a lasciare “tutto il mondo fuori” dalla propria stanza? “Tra le cause - spiega Chiara Bugnone - ci sono aspettative, richieste di performance, giudizio negativo, traumi. Il confronto con gli altri è causa di sofferenza, dalla scuola allo sport, e spesso anche per chi eccelle; le pressioni sono amplificate e percepite come ingestibili, e si cerca una soluzione che faccia soffrire meno. In questo processo i social network, soprattutto quelli basati su immagini, possono rendere più pesante il confronto con modelli vincenti e il giudizio negativo. Talvolta, però, si arriva fino al punto in cui alcune persone non ce la fanno più...”. “Poi ci sono anche aspetti individuali, tra cui rientrano la plusdotazione e altre forme di neurodiversità, con cui si possono rilevare vissuti comuni: la percezione di essere diversi dagli altri, fin da piccoli, e il passaggio successivo è sentirsi sbagliati; il rischio di essere presi di mira (bullismo) e di trovare strategie di riallineamento e di mascheramento”. In questi casi? “Accanto al dialogo, che è alla base di tutto, la presenza di neurodiversità impone ai genitori di informarsi, di rivolgersi a professionisti esperti, di accettare il rifiuto e cercare di mettere in atto buone prassi consigliate, a seconda del contesto familiare”. Eccone alcune: smettere di sgridare e punire i figli in isolamento sociale; consentire la navigazione Internet; spezzare la routine, per dare stimoli; attivare situazioni di socializzazione protette; attivare una psicoterapia (se non accettata, almeno per i genitori); informare la scuola; confrontarsi con altri genitori in situazioni simili. Comprendere la sofferenza Per chiunque, però, il punto di fondo - oltre a superare pregiudizi - è quello di comprendere la sofferenza: “Alla base c’è quel sentirsi ‘in difetto’ nonostante tutta l’energia che si mette, fino a che la sofferenza diventa tale da richiedere un passo indietro, verso la propria stanza, là dove il volume di aspettative e stimoli e la richiesta di energia si riducono”. Che cosa fare, in generale, nei casi di hikikomori? “Il primo passo è quello di rivedere le priorità - spiega Chiara Bugnone -: fino a quando i nostri figli sono in sofferenza, qualunque nostra richiesta non fa che aumentare quella sofferenza. E poi alla base di tutto ci sono amore, dialogo, alleanza. Amore incondizionato: amiamo a prescindere i nostri figli, per ciò che sono e non per ciò che fanno, e dobbiamo farlo capire con le nostre azioni. Da lì inizia un dialogo, che deve essere paritario: voglio conoscere ciò che pensa, non cambiarlo; ma se io non ascolto o se giudico, lui non mi ascolta. E poi arriva alleanza: non siamo amici, siamo sempre gli adulti di riferimento, ma almeno non più i loro nemici, quando vogliono e hanno bisogno ci chiedono”. Cogliere i segnali dalla scuola allo sport “I genitori a un certo punto leggono alcuni segnali forti: il figlio registra cali a scuola oppure non vuole più andarci, fatica a stare in relazione con i coetanei, oppure abbandona lo sport, lo strumento musicale o comunque una passione che ha coltivato fino a quel momento. Quando smettono di andare a scuola la sofferenza è già grande in quei ragazzi, serve un ampio lavoro per recuperare un dialogo che permette loro di sentirsi ascoltati, che non sono soli, che qualcuno li comprende e vuole aiutarli, perché fondamentalmente i ragazzi si sentono completamente da soli, hanno la sensazione che nessuno li capisce perché nessun altro soffre quanto loro. Svalorizzati e pressati, sono in un’ansia fortissima, dalla scuola a tutti gli altri standard che hanno intorno. L’asticella sembra sempre troppo in alto, richiede troppa fatica, e il non raggiungerla crea una bassa autostima e aumenta la distanza verso i genitori, nel non sentirsi ‘i figli giusti’. E quindi si tolgono dalla relazione con i genitori, vanno in difesa e i genitori non capiscono, fino a che il ragazzo si chiude in camera e ne esce quando i familiari sono a lavoro o sono a dormire”. Ambienti sereni in casa e nella comunità “I genitori vorrebbero risolvere i problemi dei figli ma non riescono; possono però cercare di stare meglio loro, perché per i ragazzi rappresentano l’esempio vivente dell’adulto che è in società, quindi se il genitore è sempre triste e preoccupato, di conseguenza il figlio percepisce ancora più difficoltà. Se i figli vedono noi che stiamo meglio, che riscopriamo le nostre passioni, che siamo più accoglienti anche di fronte a sbotti di rabbia (spesso sono scoppi incontrollati, verso tutto e verso tutti) e che reggiamo meglio quei momenti, anche per loro è più facile calmarsi e tornare pian piano a respirare un po’ di serenità”. Che cosa può fare una comunità per aiutare queste persone e queste famiglie? “Anzitutto è fondamentale togliere lo stigma del ritiro sociale, da ‘è un fannullone, non ha voglia di fare niente’ a ‘è matto’, da ‘è dipendente dei videogiochi’ a ‘tutta colpa dello smartphone’. Questi ragazzi hanno bisogno di vedere che gli altri non li giudicano”. Smartphone e social? “Il legame c’è, ma non nei termini in cui abitualmente si pensa. Il ricorso a quegli strumenti è più una conseguenza che la causa. In realtà i ragazzi vanno in ritiro sociale a causa di sofferenza che deriva da tante cose, ma hanno bisogno di comunicare comunque, e quindi in camera le attività sono limitate: videogiochi, streaming, libri. Avere Internet rappresenta una porta verso il mondo ed è importante perché supplisce in parte alla mancanza di relazioni. Non è completa quanto la relazione in presenza, però comunque mantiene una capacità di rapporto con gli altri”.
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