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Quando la Chiesa divenne “popolo di Dio”

14 dicembre 2025

Cuneo

La Guida Concilio Vaticano II Sessanta anni fa quasi esatti, l’8 dicembre 1965, si chiudeva il Concilio Ecumenico Vaticano II, particolare per tante ragioni. È stato infatti il Concilio che ha visto coinvolti più vescovi, seguito in tempo quasi reale, grazie agli strumenti di comunicazione moderni, da più contemporanei e finora l’unico che si è concluso senza condanne. Si è trattato di un evento che un teologo francese (Chénu) definì “la rivoluzione copernicana nella concezione della Chiesa”. Per capire in che senso, e che cosa abbia significato quell’evento, dobbiamo partire da molto lontano. Il secondo millennio cristiano Non è corretto riassumere un millennio di vita umana e cristiana in poche righe. Si nota tuttavia, dentro a una miriade di contesti, eventi e decisioni, un processo in qualche modo regolare, che porta la chiesa ad accentrare sempre più la propria organizzazione e il proprio potere e a porsi sempre più come criterio ultimo di decisione delle vite umane. A servizio e come strumento di questo processo entrerà anche la teologia tomista, che prende origine dalla riflessione di Tommaso d’Aquino e si struttura sempre più in una proposta compatta, solida e rigida, impostata sulla ragione e sull’assioma di poter trattare tutte le situazioni umane con lo stesso metro. Una proposta teologica sicura di sé, autosufficiente, ma sempre meno in grado di dialogare con i diversi modi di interpretare la propria vita delle persone che vivono in contesti storici ed esistenziali diversi. Questa rigidità poteva proporre la Chiesa come punto di riferimento solido, struttura affidabile di comando e di insegnamento, ma meno capace di mettersi a confronto con tutte le forme di ripensamento del sapere umano: l’importanza democratica del parere di ciascuno, il peso della psiche suggerita da Freud, l’importanza delle strutture economiche notate da Marx, l’originalità umana messa in discussione da Darwin, i dati dei reperti archeologici per quanto riguarda gli studi biblici, tutto ciò suonava “moderno” e da rifiutare. Non a caso chi aveva alternative teoriche e sociali, spesso si allontanava dalla Chiesa. Gli operai, ad esempio, che avevano come alternativa la proposta socialista e potevano incontrarsi tra loro anche fuori dal lavoro, in chiesa si vedono sempre meno. Prima del Concilio e suo inizio Il concilio Vaticano I, tenuto dal 1869 al 1870, era stato interrotto dalla presa di Roma da parte dell’esercito sabaudo. Si era concentrato soprattutto sul ruolo del papa, definendone l’infallibilità, ma si riteneva che non avesse finito il suo lavoro, e per quasi un secolo si era di tanto in tanto immaginato di riprenderlo e concluderlo. D’altronde, durante l’ultimo secolo la ricerca biblica, quella patristica sui teologi dei primi secoli e quella liturgica sulle formule di preghiera comunitaria più antiche avevano iniziato, da dentro la chiesa, a incrinare quella impostazione rigida, facendo intuire che non era “sempre stato così”. Il 25 gennaio 1959 Giovanni XXIII, papa da tre mesi, annuncia a un gruppo di cardinali la sua intenzione di indire un nuovo concilio. In modo originale, chiede ai gruppi cattolici di inviare suggerimenti, e arrivano in Vaticano quasi cinquemila plichi, che vengono riorganizzati dalla curia vaticana per temi e strutturati in vari “strumenti di lavoro”, bozze di documento su cui poi i vescovi avrebbero dovuto confrontarsi. Con tutte le fatiche e gli intoppi del caso, il concilio viene inaugurato l’11 ottobre 1962 con un discorso del papa che invita a non credere ai “profeti di sventura” che vedono nel mondo e nella modernità il male, orientando il concilio verso un profilo “pastorale”, ossia non come definizione di nuove intuizioni, ma come precisazione e riorganizzazione di ciò che già è dato. Alla sera, parlando a braccio alla folla radunata in piazza San Pietro, espone gli stessi contenuti in quello che è ricordato come il “discorso della luna” («Stasera, tornando a casa, troverete dei bambini, date loro una carezza, dicendo che è la carezza del papa»). Non è semplice retorica bonaria, è già un presentare il papa non come un essere sovrannaturale ma come un «fratello che parla a voi (la mia persona, conta niente!)». Quando poi i lavori iniziano davvero, un gruppo sempre crescente di vescovi inizia a chiedere delle riforme profonde, la fine del clima di sospetto, del distacco del clero dai fedeli. Gli “strumenti di lavoro” che si poteva pensare portassero a chiudere il concilio entro l’8 dicembre 1962 si rivelano a volte completamente inadeguati. Ci si accorge che bisognerà fare un lavoro diverso, e lo si coglie a partire dal basso, dalle reazioni e osservazioni dei più di duemila vescovi di tutto il mondo, che sentono e credono che lo Spirito Santo sia all’opera insieme a loro. I vescovi in campo Non sarà Giovanni XXIII a portare avanti i lavori del concilio, in quanto si ammala prima della seconda sessione, per morire all’inizio di giugno del 1963. In questi casi è il papa successivo a decidere se e come condurre i lavori conciliari, e non mancavano cardinali che ritenevano che fosse preferibile porre termine al confronto. Proprio dal conclave emerge invece un papa, Paolo VI, che insiste sulla prosecuzione dei lavori, con il suggerimento che si concentrino sull’autocomprensione della chiesa. Riformula il modo di lavorare, mentre l’assemblea di vescovi si schiera sempre più chiaramente in una maggioranza più riformatrice e una minoranza più conservatrice. Le loro posizioni di fondo avevano entrambe delle ragioni. Da una parte c’era la continuità con il passato, con un percorso regolare che aveva portato alla centralità decisionale e confessionale di Roma e che vedeva nella Chiesa principalmente una maestra, che deve insegnare, ammonire, castigare e orientare. Una Chiesa che si pensava rappresentata principalmente dai vescovi, dai preti, dai teologi. E dal papa, ovviamente. Dall’altra parte c’era l’insistenza sul fatto che questa struttura non rispondeva alle sensibilità moderne e, soprattutto, a ciò che si coglie all’opera nel vangelo e nella prima chiesa, dove tutti avevano uno spazio e un ruolo e Gesù accoglieva tutti indipendentemente dalla chiarezza e trasparenza della ricerca. Il rapporto tra le due anime del concilio non è sempre idilliaco e preoccupa il papa, che teme scismi importanti e punta soprattutto sulla compattezza delle decisioni. Su alcuni temi chiede ai vescovi di non confrontarsi: la riforma della curia, il celibato dei preti, i metodi anticoncezionali, il diaconato femminile, l’elezione del papa. Quando il concilio si chiude, c’è chi ne è sollevato, c’è chi ne rifiuta le decisioni come il vescovo Marcel Lefebvre, c’è chi sente che si è aperta una pagina nuova di storia della chiesa, ancora in gran parte da scrivere. I documenti del Concilio L’eredità ufficiale del concilio è raccolta nei suoi documenti: nove “messaggi finali” a diverse categorie di persone, dodici “decreti” su questioni più specifiche soprattutto di organizzazione interna ecclesiale o di rapporto con l’esterno, e quattro “costituzioni apostoliche”, che sono i documenti più importanti, dedicate alla liturgia, alla Bibbia e alla Chiesa (ben due: una più di riflessione interna, una più di rapporto con l’esterno). Il cuore del concilio è proprio nei documenti sulla Chiesa, che viene presentata come “popolo di Dio”, insistendo cioè su ciò che accomuna tutti i battezzati, per così dire “dal basso”. Ad essere significativo non è soprattutto ciò che occorre imparare (dogmi e leggi) e mettere in pratica (morale), ma il rapporto con Gesù, che può prendere anche forme diverse e interpretazioni particolari, proprio perché è innanzitutto una relazione e non un’obbedienza. Ecco allora che, sulla liturgia, si insiste sul fatto che sia una espressione rituale di ciò che si vive, così che a essere importante non è soprattutto l’adesione precisa a riti e formule, ma che ciò che si celebra sia vissuto, e anzi con la convinzione che sarà compreso sempre meglio quanto più sarà celebrato. Nella liturgia, a questo punto, può entrare tutto ciò che esprime il meglio dell’umanità (qualunque musica purché sia vera arte, qualunque stile architettonico, anche se preferibilmente semplice, sullo stile del Vangelo). E diventa importante che ciò che si ascolta, anche e soprattutto dalla Parola di Dio, venga compreso, e quindi venga espresso in una lingua comprensibile. Spesso nella percezione comune si parla della messa “in italiano” come frutto del concilio, ed è vero, ma oltre a quello cambia il modo di intenderla: non più un sacrificio rituale presentato dal prete a nome di tutti, ma, sul modello dell’Ultima Cena, un banchetto in cui c’è un presidente ma tutti in ultimo sono in rapporto diretto con Gesù. Sulla scrittura si precisa come i testi biblici siano nati da autori umani nel pieno possesso delle loro facoltà e si esprimano in eventi e parole intimamente connessi, come comunichiamo normalmente noi esseri umani. Si specifica che lungo la storia cambia e cresce la comprensione di Dio ma anche dei testi, che non sono tutti ugualmente densi e precisi, pur parlando tutti di Dio. E si specifica che anche il magistero è al servizio di quella Parola e non le è superiore. Globalmente cambia il modo di guardare a Dio e a Gesù: non entità da mantenere a distanza rispettosa, ma fonte di vita che è entrata nella vita umana e a questa parla, direttamente. Di conseguenza, ciò che è autenticamente umano non può essere ritenuto estraneo alla Chiesa, che di esseri umani è fatta. Anche per questo cambia il rapporto con gli altri cristiani, con gli altri credenti, con gli ebrei, con gli atei, visti non più come peccatori in errore, ma come persone umane in cammino verso la propria pienezza. Per la prima volta, si difende la libertà della coscienza, e non solo quando si ritiene, dall’esterno, che abbia ragione. Molte di queste affermazioni sembrano novità, ma riavvicinano alla vita della chiesa dei primi secoli e, soprattutto, al Vangelo. Il dopo-Concilio Il lavoro di un concilio non finisce mai con la sua chiusura. Fa il punto, offre precisazioni, apre percorsi. Alcuni dei temi affrontati dal concilio vengono ripresi in mano e portati avanti dalle conferenze episcopali molto presto: oggi non è in discussione la possibilità di celebrare la liturgia nella propria lingua parlata, mentre l’organizzazione della curia vaticana e dell’elezione del papa sono state riformulate più volte dai papi seguenti. Uno dei temi lasciati in sospeso, quello dei metodi anticoncezionali, è stato affrontato da Paolo VI con un’enciclica (Humanae Vitae) preziosa per alcuni aspetti ma che si è attirata critiche e polemiche. La riforma degli organi religiosi è stata profonda e rilevante, mentre libertà di coscienza, ecumenismo e apertura all’umanità non sembrano più temi dubbi. Nella vita quotidiana della chiesa è entrata la consuetudine di laici che offrono anche insegnamento, che partecipano alle decisioni pastorali, che non possono più essere detti strutturalmente inferiori a preti e religiosi, anche se molto resta da fare e non si può certo sostenere che il ruolo femminile sia valorizzato alla pari di quello maschile. Negli anni si è discusso molto se il concilio sia da interpretare più come rottura o continuità con il passato, e non sono mancate voci che sostengono sia che vada dimenticato, sia che, al contrario, debba finalmente essere applicato in modo pieno. È certo che almeno nei documenti, benché non tutti ugualmente approfonditi e convincenti, si respira un’aria nuova, un atteggiamento diverso e positivo verso l’umanità, la modernità, la Bibbia, i lontani... E se oggi ogni credente può presumere che la sua voce sia significativa e possa trovare forse ascolto, è frutto dei vescovi che, anche a volte tra le tensioni, si sono coraggiosamente messi a collaborare con lo Spirito, aprendo strade nuove a sensibilità e progetti umani e cristiani.
Chiesa concilio ecumenico Vaticano II

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