cuneo
Don Osvaldo Gorzegno, 79 anni il 10 dicembre, è tornato dopo alcuni anni a Cuneo per un momento di riposo e per visitare fratelli e sorelle cuneesi. È sacerdote salesiano dal 1976 e dal 1969 vive in Messico. Dagli anni '90 è stato destinato a portare la presenza salesiana nelle città lungo il confine tra Messico e Stati Uniti, frontiera che specialmente ai giorni nostri soffre particolare pressione a motivo della migrazione di migliaia di persone che tentano di arrivare negli Usa.
Può dirci qualcosa del suo percorso di sacerdote salesiano in Messico?
La mia avventura come missionario in Messico ha inizio nel dicembre 1968. Spedisco in Messico una lettera per augurare Buon Natale a un mio amico salesiano messicano con cui avevo condiviso gli studi filosofici all’Università Pontificia Salesiana di Roma. Come post scriptum aggiungo “sono disposto a offrire il mio servizio come maestro di filosofía nel vostro Centro di Formazione di Guadalajara”. La risposta fu immediata: “Sì, ti aspettiamo!”. Quel “Sì” era a tempo determinato: tre anni, coincidenti con il periodo di tirocinio come tempo di esperienza pastorale. Furono tre anni splendidi. Quando si avvicinò il momento del ritorno in Italia, ho ascoltato l’invito insistente dei giovani che avevo conosciuto e dei miei confratelli: “Resta con noi!”.
Il rientro in Italia fu rapido: salutai la mia famigli, mi congedai dalla mia Provincia salesiana del Piemonte e ritornai con la decisione definitiva: rimanere in Messico per sempre! Il Messico sarebbe diventato la mia nuova casa e i suoi giovani e la sua gente la mia famiglia. La mia preparazione al sacerdozio e gli studi di teologia furono completati a Guadalajara per assimilare maggiormente la cultura e la proiezione pastorale in quella che sarebbe stata la mia Chiesa. Ritornai a Cuneo per ricevere l’ordinazione sacerdotale dalle mani di Mons. Carlo Aliprandi il 28 giugno 1976 nella solennità degli Apostoli Pietro e Paolo.
Come è stato il lavoro nei primi anni in Messico?
Iniziavo una nuova tappa, dedicando i primi 10 anni come sacerdote nella formazione dei giovani salesiani. Un’esperienza per me stupenda e arricchente. Nel 1986 la mia provincia salesiana di Guadalajara prese la decisione di iniziare il progetto “Frontiera”. Insieme con un altro confratello, padre Xavier Prieto, venivamo destinati a preparare la presenza salesiana nella lunga frontiera (circa 3.000 chilometri) tra il Messico e gli Stati Uniti. Un’esperienza che progressivamente si espanse in sette città dove la presenza di grandi criticità - emigrazione massiccia, traffico di persone e di droga, violenza e sfruttamento - rendeva necessaria e urgente la fondazione di oratori che risultarono essere una vera e propria sfida pastorale. Vedevo così realizzato ciò che non avrei mai immaginato: oratori come don Bosco aveva sognato e io avevo vissuto nel mio oratorio di Cuneo fin da ragazzo che diventava una realtà anche in Messico. Questa esperienza ha significato per me l’espressione più luminosa e significativa della mia vocazione come salesiano missionario “ad gentes”! La gioia più grande è stata quella di aver portato a tanti ragazzi, giovani e famiglie la buona notizia del Vangelo.
E oggi?
In questi ultimi anni sono stato invitato a svolgere, come delegato ispettoriale, il servizio dell’animazione dei gruppi della Famiglia Salesiana e della dimensione missionaria. Si sono aperti per me nuovi orizzonti: il lavoro vocazionale per offrire la ricchezza carismatica di Don Bosco a tante persone. Si sono moltiplicati i gruppi dei Cooperatori salesiani, di Ex Allieve ed Ex Allievi, l’Associazione dei devoti di Maria Ausiliatrice (Adma), i Gruppi del Movimento Giovanile Salesiano, i Centri delle Volontarie e dei Volontari con Don Bosco. Tutto questo con la finalità di seminare il carisma salesiano nel Nord del Messico e nello stesso tempo il mio lavoro si è orientato anche nella promozione specifica della missione salesiana. Sono così sorte, soprattutto tra i giovani, le molteplici iniziative del volontariato e, allo stesso tempo l’espansione della vocazione missionaria anche in altre nazioni: dal Messico per il mondo. Non posso fare altro che ringraziare il Signore per avermi chiamato a lavorare con lui ad estendere il Regno del Padre con il dinamismo e l’audacia dello Spirito Santo e con la generosa collaborazione di tanti laici di buona volontà.
Dagli anni ‘90 in poi ha lavorato in una zona di frontiera, in varie città e vari oratori, tra Messico e Stati Uniti. Come l’emigrazione ha cambiato le città di frontiera? Quali sono le maggiori criticità?
Senza dubbio, la migrazione ha trasformato profondamente le città di frontiera. Per fare un esempio Tijuana ha avuto una crescita demografica rapidissima: nel 1940 contava 21.977 abitanti, nel 1950 la popolazione era salita a 65.364 e nel 2025 la cifra ha raggiunto circa 2.333.000 abitanti. La maggior parte delle persone che arrivano alla frontiera lo fanno con l’intenzione di passare negli Stati Uniti, mentre altre cercano una seconda opportunità per migliorare la propria qualità di vita, sia per motivi economici, di sicurezza o per un cambiamento nello stile di vita. Per questo motivo nelle numerose città di frontiera la popolazione migrante è maggioritaria, generando una crescita urbana accelerata. Tale crescita ha superato la capacità delle infrastrutture esistenti, causando carenze nei servizi di base come acqua potabile, elettricità, rete fognaria e pavimentazione e la scarsità di abitazioni. Nonostante ciò, la popolazione migrante tende a essere molto sensibile alle necessità degli altri e a mostrare alti livelli di solidarietà. D’altro canto, la posizione strategica della frontiera come punto di passaggio verso gli Stati Uniti rende queste città vulnerabili alle attività della criminalità organizzata. Sono diventate anche un punto obbligatorio per il traffico di droga e di persone, mantenendo attiva una rete criminale ben consolidata.
In questo momento storico, con il governo del presidente Trump, state soffrendo dei contraccolpi per le politiche di chiusura dei confini e di respingimento degli stranieri da parte degli Usa?
L’attuale governo di Trump è apertamente contrario alla migrazione. Tra le azioni che ha intrapreso: retate massicce per identificare i migranti negli Stati Uniti e la loro deportazione in Messico o in altri paesi; l’espulsione dal paese di diversi detenuti; la cancellazione del programma di asilo per le persone migranti la cui vita è a rischio nei loro paesi d’origine; il taglio del budget per sostenere le associazioni civili e le agenzie internazionali (come l’Onu) nei programmi di supporto per l’accoglienza dei rifugiati. Si stanno chiudendo centri comunitari, centri di assistenza medica per migranti, e si sta riducendo l’assistenza legale per i migranti. Tutto ciò rappresenta una sfida importante per la società che accoglie i migranti.
Dal suo particolare osservatorio riesce ad intravvedere qualche sentiero percorribile o qualche intervento possibile per limitare le sofferenze delle migliaia di persone che in Centro America si spostano e cercano migliori condizioni di vita?
Molti migranti che avevano intenzione di arrivare negli Stati Uniti stanno cercando rifugio politico in Messico, e i visti per motivi umanitari stanno aumentando. Altri stanno decidendo di tornare nei loro paesi di origine, affrontando tutti i rischi che ciò comporta. Sarebbe importante il rafforzamento delle istituzioni che possono aiutare i deportati, come ad esempio l’assistenza legale per ottenere i documenti d’identità, in modo da poter legalizzare la loro situazione e accedere a un lavoro formale; l’organizzazione di giornate di convivenza pacifica tra messicani residenti lungo il confine, messicani che provengono da altre zone e stranieri, con lo scopo di condividere costumi e celebrazioni; la promozione di tornei sportivi e il coinvolgimento in tavoli di dialogo per fare pressione a favore di politiche migratorie. D’altra parte, in Messico, il governo attuale sta diventando un governo che controlla tutto: i media, la localizzazione delle persone, il monopolio degli aiuti per i bisognosi, i tagli di bilancio ai servizi… il che crea una sfida aggiuntiva per l’assistenza ai migranti. Oltre tutto questo, è una vera sfida per la Chiesa locale offrire a questa massa di migranti un abbraccio di accoglienza e favorire una evangelizzazione che porti a formare una comunità capace di rispettare la originalità culturale di ognuno e, allo stesso tempo, di arricchirsi reciprocamente e crescere insieme nella fede, nella speranza e nell’amore per creare così un mondo migliore.
Don Osvaldo, sacerdote di frontiera lungo i confini tra Messico e Stati Uniti
14 dicembre 2025
Cuneo
Don Osvaldo Gorzegno, 79 anni il 10 dicembre, è tornato dopo alcuni anni a Cuneo per un momento di riposo e per visitare fratelli e sorelle cuneesi. È sacerdote salesiano dal 1976 e dal 1969 vive in Messico. Dagli anni '90 è stato destinato a portare la presenza salesiana nelle città lungo il confine tra Messico e Stati Uniti, frontiera che specialmente ai giorni nostri soffre particolare pressione a motivo della migrazione di migliaia di persone che tentano di arrivare negli Usa.
Può dirci qualcosa del suo percorso di sacerdote salesiano in Messico?
La mia avventura come missionario in Messico ha inizio nel dicembre 1968. Spedisco in Messico una lettera per augurare Buon Natale a un mio amico salesiano messicano con cui avevo condiviso gli studi filosofici all’Università Pontificia Salesiana di Roma. Come post scriptum aggiungo “sono disposto a offrire il mio servizio come maestro di filosofía nel vostro Centro di Formazione di Guadalajara”. La risposta fu immediata: “Sì, ti aspettiamo!”. Quel “Sì” era a tempo determinato: tre anni, coincidenti con il periodo di tirocinio come tempo di esperienza pastorale. Furono tre anni splendidi. Quando si avvicinò il momento del ritorno in Italia, ho ascoltato l’invito insistente dei giovani che avevo conosciuto e dei miei confratelli: “Resta con noi!”.
Il rientro in Italia fu rapido: salutai la mia famigli, mi congedai dalla mia Provincia salesiana del Piemonte e ritornai con la decisione definitiva: rimanere in Messico per sempre! Il Messico sarebbe diventato la mia nuova casa e i suoi giovani e la sua gente la mia famiglia. La mia preparazione al sacerdozio e gli studi di teologia furono completati a Guadalajara per assimilare maggiormente la cultura e la proiezione pastorale in quella che sarebbe stata la mia Chiesa. Ritornai a Cuneo per ricevere l’ordinazione sacerdotale dalle mani di Mons. Carlo Aliprandi il 28 giugno 1976 nella solennità degli Apostoli Pietro e Paolo.
Come è stato il lavoro nei primi anni in Messico?
Iniziavo una nuova tappa, dedicando i primi 10 anni come sacerdote nella formazione dei giovani salesiani. Un’esperienza per me stupenda e arricchente. Nel 1986 la mia provincia salesiana di Guadalajara prese la decisione di iniziare il progetto “Frontiera”. Insieme con un altro confratello, padre Xavier Prieto, venivamo destinati a preparare la presenza salesiana nella lunga frontiera (circa 3.000 chilometri) tra il Messico e gli Stati Uniti. Un’esperienza che progressivamente si espanse in sette città dove la presenza di grandi criticità - emigrazione massiccia, traffico di persone e di droga, violenza e sfruttamento - rendeva necessaria e urgente la fondazione di oratori che risultarono essere una vera e propria sfida pastorale. Vedevo così realizzato ciò che non avrei mai immaginato: oratori come don Bosco aveva sognato e io avevo vissuto nel mio oratorio di Cuneo fin da ragazzo che diventava una realtà anche in Messico. Questa esperienza ha significato per me l’espressione più luminosa e significativa della mia vocazione come salesiano missionario “ad gentes”! La gioia più grande è stata quella di aver portato a tanti ragazzi, giovani e famiglie la buona notizia del Vangelo.
E oggi?
In questi ultimi anni sono stato invitato a svolgere, come delegato ispettoriale, il servizio dell’animazione dei gruppi della Famiglia Salesiana e della dimensione missionaria. Si sono aperti per me nuovi orizzonti: il lavoro vocazionale per offrire la ricchezza carismatica di Don Bosco a tante persone. Si sono moltiplicati i gruppi dei Cooperatori salesiani, di Ex Allieve ed Ex Allievi, l’Associazione dei devoti di Maria Ausiliatrice (Adma), i Gruppi del Movimento Giovanile Salesiano, i Centri delle Volontarie e dei Volontari con Don Bosco. Tutto questo con la finalità di seminare il carisma salesiano nel Nord del Messico e nello stesso tempo il mio lavoro si è orientato anche nella promozione specifica della missione salesiana. Sono così sorte, soprattutto tra i giovani, le molteplici iniziative del volontariato e, allo stesso tempo l’espansione della vocazione missionaria anche in altre nazioni: dal Messico per il mondo. Non posso fare altro che ringraziare il Signore per avermi chiamato a lavorare con lui ad estendere il Regno del Padre con il dinamismo e l’audacia dello Spirito Santo e con la generosa collaborazione di tanti laici di buona volontà.
Dagli anni ‘90 in poi ha lavorato in una zona di frontiera, in varie città e vari oratori, tra Messico e Stati Uniti. Come l’emigrazione ha cambiato le città di frontiera? Quali sono le maggiori criticità?
Senza dubbio, la migrazione ha trasformato profondamente le città di frontiera. Per fare un esempio Tijuana ha avuto una crescita demografica rapidissima: nel 1940 contava 21.977 abitanti, nel 1950 la popolazione era salita a 65.364 e nel 2025 la cifra ha raggiunto circa 2.333.000 abitanti. La maggior parte delle persone che arrivano alla frontiera lo fanno con l’intenzione di passare negli Stati Uniti, mentre altre cercano una seconda opportunità per migliorare la propria qualità di vita, sia per motivi economici, di sicurezza o per un cambiamento nello stile di vita. Per questo motivo nelle numerose città di frontiera la popolazione migrante è maggioritaria, generando una crescita urbana accelerata. Tale crescita ha superato la capacità delle infrastrutture esistenti, causando carenze nei servizi di base come acqua potabile, elettricità, rete fognaria e pavimentazione e la scarsità di abitazioni. Nonostante ciò, la popolazione migrante tende a essere molto sensibile alle necessità degli altri e a mostrare alti livelli di solidarietà. D’altro canto, la posizione strategica della frontiera come punto di passaggio verso gli Stati Uniti rende queste città vulnerabili alle attività della criminalità organizzata. Sono diventate anche un punto obbligatorio per il traffico di droga e di persone, mantenendo attiva una rete criminale ben consolidata.
In questo momento storico, con il governo del presidente Trump, state soffrendo dei contraccolpi per le politiche di chiusura dei confini e di respingimento degli stranieri da parte degli Usa?
L’attuale governo di Trump è apertamente contrario alla migrazione. Tra le azioni che ha intrapreso: retate massicce per identificare i migranti negli Stati Uniti e la loro deportazione in Messico o in altri paesi; l’espulsione dal paese di diversi detenuti; la cancellazione del programma di asilo per le persone migranti la cui vita è a rischio nei loro paesi d’origine; il taglio del budget per sostenere le associazioni civili e le agenzie internazionali (come l’Onu) nei programmi di supporto per l’accoglienza dei rifugiati. Si stanno chiudendo centri comunitari, centri di assistenza medica per migranti, e si sta riducendo l’assistenza legale per i migranti. Tutto ciò rappresenta una sfida importante per la società che accoglie i migranti.
Dal suo particolare osservatorio riesce ad intravvedere qualche sentiero percorribile o qualche intervento possibile per limitare le sofferenze delle migliaia di persone che in Centro America si spostano e cercano migliori condizioni di vita?
Molti migranti che avevano intenzione di arrivare negli Stati Uniti stanno cercando rifugio politico in Messico, e i visti per motivi umanitari stanno aumentando. Altri stanno decidendo di tornare nei loro paesi di origine, affrontando tutti i rischi che ciò comporta. Sarebbe importante il rafforzamento delle istituzioni che possono aiutare i deportati, come ad esempio l’assistenza legale per ottenere i documenti d’identità, in modo da poter legalizzare la loro situazione e accedere a un lavoro formale; l’organizzazione di giornate di convivenza pacifica tra messicani residenti lungo il confine, messicani che provengono da altre zone e stranieri, con lo scopo di condividere costumi e celebrazioni; la promozione di tornei sportivi e il coinvolgimento in tavoli di dialogo per fare pressione a favore di politiche migratorie. D’altra parte, in Messico, il governo attuale sta diventando un governo che controlla tutto: i media, la localizzazione delle persone, il monopolio degli aiuti per i bisognosi, i tagli di bilancio ai servizi… il che crea una sfida aggiuntiva per l’assistenza ai migranti. Oltre tutto questo, è una vera sfida per la Chiesa locale offrire a questa massa di migranti un abbraccio di accoglienza e favorire una evangelizzazione che porti a formare una comunità capace di rispettare la originalità culturale di ognuno e, allo stesso tempo, di arricchirsi reciprocamente e crescere insieme nella fede, nella speranza e nell’amore per creare così un mondo migliore.