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15 luglio 2026

cultura

Brigantaggio e Meridione: la crisi del Risorgimento

11 dicembre 2025

Cuneo

Il brigantaggio nel Meridione, le sue cause e le reazioni del nuovo stato unitario sono al centro del saggio di Gianni Oliva che assume la “guerra civile” come paradigma entro cui far convergere “istanze diverse” connesse a speranze deluse, scelte politiche e soluzioni militari. Una ricerca storica consapevole del “pregiudizio ideologico” che pesa sul termine stesso. Guerra civile è lotta armata tra forze dello stesso stato, ribadisce l’autore, senza per questo legittimare gli sconfitti in una riabilitazione frettolosa che non poggi su basi certe. Si tratta invece di collocare i fatti nella loro prospettiva di comprensione. Per questo già l’introduzione si premura di delineare il percorso risorgimentale sottolineandone anzitutto la rapidità che sorprende tutti “a cominciare da coloro che ne sono i massimi propulsori”. L’unificazione è lacerata da una storia politica ed economica profondamente diversa tra Nord e Sud. Ciò comporta un’intima fragilità per il nuovo Stato che rende ragione, seppur non giustificandolo, dell’uso della forza per imporre la nuova amministrazione. Del resto, dice l’autore, già Cavour nel 1861 parla delle truppe come di “un grand’elemento di civilizzazione”. L’analisi di Gianni Oliva porta la questione sullo scacchiere internazionale. Guarda all’unificazione seguendone passo passo il cammino che conduce a uno stato nuovo col compito primario di essere credibile all’interno, ma soprattutto all’estero. Il Piemonte ha fretta di chiudere la partita dell’unificazione anche perché forze straniere non vedono di buon occhio la sua espansione territoriale. Il nuovo stato si trova tra le mani un Sud che è una “polveriera sociale”. I politici hanno facile gioco a scaricare sull’amministrazione borbonica le colpe dell’arretratezza: “demonizzare gli avversari e costruire una memoria strumentale del passato, che condanni i Borbone come figure antistoriche ed esalti i Savoia come i prìncipi della patria liberale”. È la versione invalsa nella storiografia successiva, ma che, secondo l’autore, andrebbe rivista in una prospettiva più ampia. Di qui l’accurata analisi sociale, politica e militare che il libro persegue. Il brigantaggio come rivolta sociale non è principio esaustivo. Certo ebbe l’appoggio della popolazione contadina, ma rimase un fenomeno di bande disorganizzate. Un movimento senza strategia che destabilizza, ma non si radica nel territorio. Né, frazionato come appare, riesce ad assumere il volto di una controrivoluzione. È abbastanza forte da mettere a dura prova l’esercito del nuovo Stato, ma non sa esprimere “un programma credibile di contropotere” né a esprimere un capo riconosciuto da tutti. D’altro canto la politica statale non sa risponder adeguatamente. Sono chiare le pagine che illustrano la miopia e talora l’inadeguatezza con cui si affronta il brigantaggio. La “piemontesizzazione”, la leva obbligatoria, l’assenza di risposte ai bisogni sociali sostengono il malcontento, alimentano la vendetta mascherata dalla rivendicazione. Infine l’uso della forza in risposta alla situazione che va degenerando, sottolinea lucidamente l’autore, “contraddice le premesse liberali e smentisce la natura del Risorgimento come processo di liberazione”. La prima guerra civile di Gianni Oliva Editrice Mondadori euro 21

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