cuneo
Giovanni Pascoli (1903)
Chi frequenta l’archivio della famiglia Galimberti non se ne sorprende: erano talmente numerosi e fitti i rapporti che Alice Schanzer e Tancredi Galimberti (senior) intrecciavano con il mondo politico e culturale italiano che spesso si nota che, anche se non si muovevano molto da Cuneo, riuscivano a mantenere numerosi contatti con una serie di personalità della cultura italiana che a loro spesso si rivolgevano. Quindi non deve stupire trovare fra le carte di Tancredi una piccola e divertente lettera (riprodotta qui sotto) del poeta Giovanni Pascoli, scritta con grafia nitida e leggera su carta intestata, che riproduciamo e trascriviamo.
Intanto il contesto: siamo nel 1903 e Tancredi Galimberti è ministro delle Poste nel governo Zanardelli, governo di cui fa parte anche il suo quasi conterraneo Giolitti, che gli fa un po’ da fratello maggiore in politica. In realtà il rapporto fra i due si rovinerà presto e Galimberti cadrà in disgrazia. In quell’anno in cui fra l’altro si è appena sposato con la poetessa Alice Schanzer, giovane intellettuale romana di origine viennese, sembra lanciato in una carriera di un ministero sicuramente di livello minore ma con potenzialità innovative. Ed è per questo che Giovanni Pascoli gli scrive da Barga, nella lucchesia, dove risiede da qualche anno. Si capisce che i due si sono già conosciuti in precedenza anche se non ci viene detto dove. Forse una più attenta investigazione ce lo dirà, per ora facciamo l’ipotesi che sia stato al ministero dell’Istruzione dove Galimberti era stato sottosegretario qualche anno prima. Pascoli ha ormai incarichi universitari, è poeta di chiara fama. Certo il cuneese conosce il poeta, che è quasi suo coetaneo (c’è solo un anno di differenza fra i due) e, sono entrambi ex-allievi dei Padri Scolopi, amano tutti e due la cultura classica. Galimberti avrà nella sua ricchissima biblioteca tutta l’opera poetica di Pascoli, ivi compresi i tomi di poesia latina.
Ma veniamo al dunque: nella lettera Pascoli chiede al ministro delle Poste di non accontentare la richiesta del sindaco del suo paese, che gli ha chiesto di aggiungere una consegna serale della posta alle 22,30 alle due già esistenti. Pascoli sostiene che in un paese come quello a quell’ora tutti dormono e che sarebbe perfettamente inutile, ma che la cosa disturberebbe molto il ricevitore della posta, un suo amico, certo Pietro Groppi, che definisce “egregio cultore di memorie paesane” e non è più giovane; per lui andare a dormire così tardi e poi svegliarsi alle quattro e mezza per la levata postale della mattina sarebbe troppo faticoso.
Quindi Pascoli, promettendo un invio succulento dei suoi prossimi volumi di poesia, chiede al ministro in persona o, meglio “suggerisce”, di non soddisfare quella richiesta, per rispetto al povero Groppi.
Che dire? Certo Pascoli ci risulta molto simpatico nel prendere così a cuore le sorti dell’anziano postino di Barga. Ma pensare che nel 1903, per difendere un uomo anziano da un lavoro un po’ pesante, si potesse scrivere a un ministro è cosa davvero da piccola comunità rurale più che da paese moderno. Come sarà nata l’idea? Magari davanti a un bicchiere di vino nell’osteria di Barga, in cui il povero Groppi si sarà lamentato dicendo “Se potessi dirlo al ministro…” e Pascoli sarà sobbalzato “Lo farò io, lo conosco, è un mio lettore”.
Davvero un piccolo mondo antico. Che però non era privo di autoironia e di splendore, se guardiamo alle ricche edizioni liberty delle poesie di Pascoli che in quegli anni Zanichelli pubblicava. Solo una cosa rimane non scritta: come avrà risposto Galimberti? Avrà fatto finta di non ricevere o avrà effettivamente accontentato il poeta, deludendo magari qualche fanciulla di Barga che attendeva alle 22,30 una missiva serale del suo fidanzato? Non abbiamo purtroppo risposta a questo enigma.
Quando Pascoli chiese una raccomandazione a Galimberti
07 dicembre 2025
Cuneo
Giovanni Pascoli (1903)
Chi frequenta l’archivio della famiglia Galimberti non se ne sorprende: erano talmente numerosi e fitti i rapporti che Alice Schanzer e Tancredi Galimberti (senior) intrecciavano con il mondo politico e culturale italiano che spesso si nota che, anche se non si muovevano molto da Cuneo, riuscivano a mantenere numerosi contatti con una serie di personalità della cultura italiana che a loro spesso si rivolgevano. Quindi non deve stupire trovare fra le carte di Tancredi una piccola e divertente lettera (riprodotta qui sotto) del poeta Giovanni Pascoli, scritta con grafia nitida e leggera su carta intestata, che riproduciamo e trascriviamo.
Intanto il contesto: siamo nel 1903 e Tancredi Galimberti è ministro delle Poste nel governo Zanardelli, governo di cui fa parte anche il suo quasi conterraneo Giolitti, che gli fa un po’ da fratello maggiore in politica. In realtà il rapporto fra i due si rovinerà presto e Galimberti cadrà in disgrazia. In quell’anno in cui fra l’altro si è appena sposato con la poetessa Alice Schanzer, giovane intellettuale romana di origine viennese, sembra lanciato in una carriera di un ministero sicuramente di livello minore ma con potenzialità innovative. Ed è per questo che Giovanni Pascoli gli scrive da Barga, nella lucchesia, dove risiede da qualche anno. Si capisce che i due si sono già conosciuti in precedenza anche se non ci viene detto dove. Forse una più attenta investigazione ce lo dirà, per ora facciamo l’ipotesi che sia stato al ministero dell’Istruzione dove Galimberti era stato sottosegretario qualche anno prima. Pascoli ha ormai incarichi universitari, è poeta di chiara fama. Certo il cuneese conosce il poeta, che è quasi suo coetaneo (c’è solo un anno di differenza fra i due) e, sono entrambi ex-allievi dei Padri Scolopi, amano tutti e due la cultura classica. Galimberti avrà nella sua ricchissima biblioteca tutta l’opera poetica di Pascoli, ivi compresi i tomi di poesia latina.
Ma veniamo al dunque: nella lettera Pascoli chiede al ministro delle Poste di non accontentare la richiesta del sindaco del suo paese, che gli ha chiesto di aggiungere una consegna serale della posta alle 22,30 alle due già esistenti. Pascoli sostiene che in un paese come quello a quell’ora tutti dormono e che sarebbe perfettamente inutile, ma che la cosa disturberebbe molto il ricevitore della posta, un suo amico, certo Pietro Groppi, che definisce “egregio cultore di memorie paesane” e non è più giovane; per lui andare a dormire così tardi e poi svegliarsi alle quattro e mezza per la levata postale della mattina sarebbe troppo faticoso.
Quindi Pascoli, promettendo un invio succulento dei suoi prossimi volumi di poesia, chiede al ministro in persona o, meglio “suggerisce”, di non soddisfare quella richiesta, per rispetto al povero Groppi.
Che dire? Certo Pascoli ci risulta molto simpatico nel prendere così a cuore le sorti dell’anziano postino di Barga. Ma pensare che nel 1903, per difendere un uomo anziano da un lavoro un po’ pesante, si potesse scrivere a un ministro è cosa davvero da piccola comunità rurale più che da paese moderno. Come sarà nata l’idea? Magari davanti a un bicchiere di vino nell’osteria di Barga, in cui il povero Groppi si sarà lamentato dicendo “Se potessi dirlo al ministro…” e Pascoli sarà sobbalzato “Lo farò io, lo conosco, è un mio lettore”.
Davvero un piccolo mondo antico. Che però non era privo di autoironia e di splendore, se guardiamo alle ricche edizioni liberty delle poesie di Pascoli che in quegli anni Zanichelli pubblicava. Solo una cosa rimane non scritta: come avrà risposto Galimberti? Avrà fatto finta di non ricevere o avrà effettivamente accontentato il poeta, deludendo magari qualche fanciulla di Barga che attendeva alle 22,30 una missiva serale del suo fidanzato? Non abbiamo purtroppo risposta a questo enigma.