Cristiana Delprete, figlia di Duilio, è docente di ingegneria al Politecnico di Torino. È lei a ricordare la figura di Duilio, attore e padre, uomo di spettacolo, custode anche di una vita privata che spesso lo porta a incontrare la propria famiglia a Cuneo e a passeggiare con i vecchi amici dei tempi del Liceo, come ha ricordato il libro di Roberto Baravalle.
Come è stato vivere con un padre artista? Come parlava dei suoi impegni al cinema, in teatro?
Per me mio padre era semplicemente un padre e io una figlia per lui. Più che essere io a interessarmi del suo lavoro come artista, era lui che, come padre, si preoccupava del mio percorso. Mi parlava dei libri che stava leggendo e mi consigliava sulle letture. Da piccola, finché sono rimasta a Roma, veniva spesso a trovarmi nei giorni liberi dal lavoro ed erano momenti di semplice quotidianità. Quando lo andavo a trovare io, ricordo che sul suo stesso pianerottolo abitava Beppe Chierici, suo amico, che aveva due figlie mie coetanee. Con loro giocavo spesso. Mi è capitato più volte di assistere ai suoi impegni di lavoro in teatro o sui set cinematografici. Ma il mio era lo sguardo di una bambina meravigliata dell’ambiente in cui mi trovavo.
Della figura di artista cosa è rimasto nei suoi ricordi?
Mio padre era un uomo molto rigoroso. Studiava molto anche al di fuori delle prove in teatro. Era un impegno che prendeva molto sul serio. Se al pomeriggio c’erano le prove di uno spettacolo, passava la mattinata a prepararsi. Era aiutato da un’ottima memoria, ma è chiaro che il lavoro dell’attore non è soltanto una questione tecnica di mandare a memoria la parte. Si tratta di far vivere il personaggio sulla scena e questo richiede uno sforzo per calarsi nella parte.
Ha mai accompagnato suo padre sul lavoro?
Oltre ad essere presente talora sui set, come dicevamo prima, in estate accadeva di accompagnarlo nei suoi tours come chansonnier, che, probabilmente, era l’attività che prediligeva. Ricordo una tournée in Sicilia al teatro di Segesta con “Le troiane” di Seneca. Un’altra volta, due settimane su una nave da crociera dove girava un film. In realtà la crociera doveva durare una sola settimana, ma per consentire le riprese rimanemmo su quella nave ben di più. Quello cinematografico però è forse il mondo che ho frequentato di meno.
Quale lavoro suo padre ricordava con più affetto?
L’attività di chansonnier gli consentiva di avvicinare realtà molto diverse. Le grandi città, certo, ma anche i piccoli centri. Essendo un uomo anche molto curioso, gli piacevano tutti gli aspetti della vita che incrociava nelle città di provincia. Gli piaceva relazionarsi con persone diverse con cui riusciva a instaurare un rapporto sincero. Per questo il teatro, più ancora del cinema, rientrava nel suo modo di vivere l’attività artistica. A teatro c’è un’interazione con il pubblico. C’è uno scambio serrato tra attore e pubblico che mio padre amava e gustava.
C’è un rimpianto artistico che è rimasto tale nel Delprete uomo di spettacolo?
Non credo. Sceglieva cosa fare in funzione di quanto fosse vicino al suo spirito. Forse, il lavoro su Jacques Brel di cui aveva tradotto e poi portato in scena le canzoni tradotte ha lasciato qualcosa di sospeso. Lo spettacolo era andato in scena in Sicilia nell’estate del 1996; una serata che si sarebbe potuta riprendere l’anno successivo. Non fu replicata e la successiva malattia e morte nel febbraio 1998 hanno lasciato questo vuoto.
Roberto Baravalle, nel libro che gli ha dedicato, ha definito Duilio “cavaliere ardente”, come chi accoglie la novità quale sfida a se stesso e alla propria arte. Riesce questa vivace definizione ad esprimere lo spirito di suo padre?
Sì, penso di poter condividere questa immagine. Mio padre, come dicevo, partecipava emotivamente alle cose che faceva. Rigoroso, e molto coinvolto nel suo lavoro.
Duilio si è allontanato da Cuneo per motivi di lavoro, ma non l’ha mai dimenticata. Cosa raccontava della sua città natale?
Di Cuneo diceva “ci devi andare”. Cuneo per lui era casa. C’era la famiglia, gli amici, un tessuto sociale ben diverso dalla grande città in cui spesso viveva per motivi di lavoro. E devo dire che Cuneo con lui è sempre stata gentile, rispettosa. Mio padre lì non è mai stato attorniato da gente che ne limitasse la sua libertà di incontrare amici, di passeggiare sul viale, di gustarsi quei giorni di tranquillità in mezzo all’incalzare del lavoro.
Nel suo dna di figlia quali geni paterni riconosce?
Sono docente al Politecnico. Ogni giorno devo relazionarmi con decine di persone, parlare davanti ad aule con molti studenti. Di mio padre ho ereditato questa capacità di utilizzare le parole, di comunicare davanti a un pubblico.
cuneo
Cristiana Delprete, figlia di Duilio, è docente di ingegneria al Politecnico di Torino. È lei a ricordare la figura di Duilio, attore e padre, uomo di spettacolo, custode anche di una vita privata che spesso lo porta a incontrare la propria famiglia a Cuneo e a passeggiare con i vecchi amici dei tempi del Liceo, come ha ricordato il libro di Roberto Baravalle.
Come è stato vivere con un padre artista? Come parlava dei suoi impegni al cinema, in teatro?
Per me mio padre era semplicemente un padre e io una figlia per lui. Più che essere io a interessarmi del suo lavoro come artista, era lui che, come padre, si preoccupava del mio percorso. Mi parlava dei libri che stava leggendo e mi consigliava sulle letture. Da piccola, finché sono rimasta a Roma, veniva spesso a trovarmi nei giorni liberi dal lavoro ed erano momenti di semplice quotidianità. Quando lo andavo a trovare io, ricordo che sul suo stesso pianerottolo abitava Beppe Chierici, suo amico, che aveva due figlie mie coetanee. Con loro giocavo spesso. Mi è capitato più volte di assistere ai suoi impegni di lavoro in teatro o sui set cinematografici. Ma il mio era lo sguardo di una bambina meravigliata dell’ambiente in cui mi trovavo.
Della figura di artista cosa è rimasto nei suoi ricordi?
Mio padre era un uomo molto rigoroso. Studiava molto anche al di fuori delle prove in teatro. Era un impegno che prendeva molto sul serio. Se al pomeriggio c’erano le prove di uno spettacolo, passava la mattinata a prepararsi. Era aiutato da un’ottima memoria, ma è chiaro che il lavoro dell’attore non è soltanto una questione tecnica di mandare a memoria la parte. Si tratta di far vivere il personaggio sulla scena e questo richiede uno sforzo per calarsi nella parte.
Ha mai accompagnato suo padre sul lavoro?
Oltre ad essere presente talora sui set, come dicevamo prima, in estate accadeva di accompagnarlo nei suoi tours come chansonnier, che, probabilmente, era l’attività che prediligeva. Ricordo una tournée in Sicilia al teatro di Segesta con “Le troiane” di Seneca. Un’altra volta, due settimane su una nave da crociera dove girava un film. In realtà la crociera doveva durare una sola settimana, ma per consentire le riprese rimanemmo su quella nave ben di più. Quello cinematografico però è forse il mondo che ho frequentato di meno.
Quale lavoro suo padre ricordava con più affetto?
L’attività di chansonnier gli consentiva di avvicinare realtà molto diverse. Le grandi città, certo, ma anche i piccoli centri. Essendo un uomo anche molto curioso, gli piacevano tutti gli aspetti della vita che incrociava nelle città di provincia. Gli piaceva relazionarsi con persone diverse con cui riusciva a instaurare un rapporto sincero. Per questo il teatro, più ancora del cinema, rientrava nel suo modo di vivere l’attività artistica. A teatro c’è un’interazione con il pubblico. C’è uno scambio serrato tra attore e pubblico che mio padre amava e gustava.
C’è un rimpianto artistico che è rimasto tale nel Delprete uomo di spettacolo?
Non credo. Sceglieva cosa fare in funzione di quanto fosse vicino al suo spirito. Forse, il lavoro su Jacques Brel di cui aveva tradotto e poi portato in scena le canzoni tradotte ha lasciato qualcosa di sospeso. Lo spettacolo era andato in scena in Sicilia nell’estate del 1996; una serata che si sarebbe potuta riprendere l’anno successivo. Non fu replicata e la successiva malattia e morte nel febbraio 1998 hanno lasciato questo vuoto.
Roberto Baravalle, nel libro che gli ha dedicato, ha definito Duilio “cavaliere ardente”, come chi accoglie la novità quale sfida a se stesso e alla propria arte. Riesce questa vivace definizione ad esprimere lo spirito di suo padre?
Sì, penso di poter condividere questa immagine. Mio padre, come dicevo, partecipava emotivamente alle cose che faceva. Rigoroso, e molto coinvolto nel suo lavoro.
Duilio si è allontanato da Cuneo per motivi di lavoro, ma non l’ha mai dimenticata. Cosa raccontava della sua città natale?
Di Cuneo diceva “ci devi andare”. Cuneo per lui era casa. C’era la famiglia, gli amici, un tessuto sociale ben diverso dalla grande città in cui spesso viveva per motivi di lavoro. E devo dire che Cuneo con lui è sempre stata gentile, rispettosa. Mio padre lì non è mai stato attorniato da gente che ne limitasse la sua libertà di incontrare amici, di passeggiare sul viale, di gustarsi quei giorni di tranquillità in mezzo all’incalzare del lavoro.
Nel suo dna di figlia quali geni paterni riconosce?
Sono docente al Politecnico. Ogni giorno devo relazionarmi con decine di persone, parlare davanti ad aule con molti studenti. Di mio padre ho ereditato questa capacità di utilizzare le parole, di comunicare davanti a un pubblico.
Duilio Del Prete raccontato dalla figlia Cristiana
30 novembre 2025
Cuneo
Cristiana Delprete, figlia di Duilio, è docente di ingegneria al Politecnico di Torino. È lei a ricordare la figura di Duilio, attore e padre, uomo di spettacolo, custode anche di una vita privata che spesso lo porta a incontrare la propria famiglia a Cuneo e a passeggiare con i vecchi amici dei tempi del Liceo, come ha ricordato il libro di Roberto Baravalle.
Come è stato vivere con un padre artista? Come parlava dei suoi impegni al cinema, in teatro?
Per me mio padre era semplicemente un padre e io una figlia per lui. Più che essere io a interessarmi del suo lavoro come artista, era lui che, come padre, si preoccupava del mio percorso. Mi parlava dei libri che stava leggendo e mi consigliava sulle letture. Da piccola, finché sono rimasta a Roma, veniva spesso a trovarmi nei giorni liberi dal lavoro ed erano momenti di semplice quotidianità. Quando lo andavo a trovare io, ricordo che sul suo stesso pianerottolo abitava Beppe Chierici, suo amico, che aveva due figlie mie coetanee. Con loro giocavo spesso. Mi è capitato più volte di assistere ai suoi impegni di lavoro in teatro o sui set cinematografici. Ma il mio era lo sguardo di una bambina meravigliata dell’ambiente in cui mi trovavo.
Della figura di artista cosa è rimasto nei suoi ricordi?
Mio padre era un uomo molto rigoroso. Studiava molto anche al di fuori delle prove in teatro. Era un impegno che prendeva molto sul serio. Se al pomeriggio c’erano le prove di uno spettacolo, passava la mattinata a prepararsi. Era aiutato da un’ottima memoria, ma è chiaro che il lavoro dell’attore non è soltanto una questione tecnica di mandare a memoria la parte. Si tratta di far vivere il personaggio sulla scena e questo richiede uno sforzo per calarsi nella parte.
Ha mai accompagnato suo padre sul lavoro?
Oltre ad essere presente talora sui set, come dicevamo prima, in estate accadeva di accompagnarlo nei suoi tours come chansonnier, che, probabilmente, era l’attività che prediligeva. Ricordo una tournée in Sicilia al teatro di Segesta con “Le troiane” di Seneca. Un’altra volta, due settimane su una nave da crociera dove girava un film. In realtà la crociera doveva durare una sola settimana, ma per consentire le riprese rimanemmo su quella nave ben di più. Quello cinematografico però è forse il mondo che ho frequentato di meno.
Quale lavoro suo padre ricordava con più affetto?
L’attività di chansonnier gli consentiva di avvicinare realtà molto diverse. Le grandi città, certo, ma anche i piccoli centri. Essendo un uomo anche molto curioso, gli piacevano tutti gli aspetti della vita che incrociava nelle città di provincia. Gli piaceva relazionarsi con persone diverse con cui riusciva a instaurare un rapporto sincero. Per questo il teatro, più ancora del cinema, rientrava nel suo modo di vivere l’attività artistica. A teatro c’è un’interazione con il pubblico. C’è uno scambio serrato tra attore e pubblico che mio padre amava e gustava.
C’è un rimpianto artistico che è rimasto tale nel Delprete uomo di spettacolo?
Non credo. Sceglieva cosa fare in funzione di quanto fosse vicino al suo spirito. Forse, il lavoro su Jacques Brel di cui aveva tradotto e poi portato in scena le canzoni tradotte ha lasciato qualcosa di sospeso. Lo spettacolo era andato in scena in Sicilia nell’estate del 1996; una serata che si sarebbe potuta riprendere l’anno successivo. Non fu replicata e la successiva malattia e morte nel febbraio 1998 hanno lasciato questo vuoto.
Roberto Baravalle, nel libro che gli ha dedicato, ha definito Duilio “cavaliere ardente”, come chi accoglie la novità quale sfida a se stesso e alla propria arte. Riesce questa vivace definizione ad esprimere lo spirito di suo padre?
Sì, penso di poter condividere questa immagine. Mio padre, come dicevo, partecipava emotivamente alle cose che faceva. Rigoroso, e molto coinvolto nel suo lavoro.
Duilio si è allontanato da Cuneo per motivi di lavoro, ma non l’ha mai dimenticata. Cosa raccontava della sua città natale?
Di Cuneo diceva “ci devi andare”. Cuneo per lui era casa. C’era la famiglia, gli amici, un tessuto sociale ben diverso dalla grande città in cui spesso viveva per motivi di lavoro. E devo dire che Cuneo con lui è sempre stata gentile, rispettosa. Mio padre lì non è mai stato attorniato da gente che ne limitasse la sua libertà di incontrare amici, di passeggiare sul viale, di gustarsi quei giorni di tranquillità in mezzo all’incalzare del lavoro.
Nel suo dna di figlia quali geni paterni riconosce?
Sono docente al Politecnico. Ogni giorno devo relazionarmi con decine di persone, parlare davanti ad aule con molti studenti. Di mio padre ho ereditato questa capacità di utilizzare le parole, di comunicare davanti a un pubblico.