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Essere oggi migranti in provincia di Cuneo

23 novembre 2025

Cuneo

Elisa Gondolo Il fenomeno migratorio in provincia di Cuneo riscontra, come nel resto del Paese, numerose complessità procedurali, di inserimento lavorativo e abitativo. La lentezza e le difformità del sistema legale, i pregiudizi ancora radicati nelle mentalità della popolazione e il buco formativo per quanto riguarda le competenze richieste in molti ambienti lavorativi stanno rallentando notevolmente l’inserimento dei migranti e richiedenti asilo e non favoriscono la loro pre esistente condizione di fragilità. Abbiamo approfondito la tematica con Elisa Gondolo, referente sul territorio del progetto Sai e responsabile dell’area abitare sociale e migranti della cooperativa Momo. Qual è la vostra percezione riguardo l’inserimento lavorativo della popolazione migrante sul territorio cuneese? Da una parte sembra ci sia un aumento nella richiesta di forza lavoro, però, tendenzialmente il mercato ricerca lavoratori con competenze tecniche specifiche che i migranti e richiedenti asilo non hanno, per questo motivo si crea un vero e proprio “buco” tra la domanda e l’offerta. Le imprese, a loro volta, fanno fatica ad investire in proposte di formazione per i dipendenti, non aiutando in questo modo a “colmare il vuoto”. Inoltre, vediamo che in provincia persiste il fenomeno dello “sfruttamento” lavorativo, questo perché lo stato di necessità delle persone - migranti in particolare, ma non solo - è alto, sia dal punto di vista legale (a causa delle numerose difficoltà relative ai permessi di soggiorno), che abitativo. Queste difficoltà rendono la persona migrante fortemente vulnerabile e, di conseguenza, rende più semplice l’ingaggio e lo sfruttamento lavorativo della stessa. Questo lo vediamo soprattutto nel settore agricolo, dell’edilizia e dell’assistenza famigliare. Queste complessità si riscontrano anche nell’ambito dell’inserimento abitativo? Sì, anzi, questa tipologia di inserimento è forse la più complicata al momento: anche le persone con maggiori competenze spesso dispongono di redditi che non sono mai troppo elevati e, non avendo garanzie, o meglio non disponendo di reti sociali e familiari che potrebbero garantire per loro, l’accesso al mercato libero della casa è molto complicato. Poi, vi è anche un aspetto di pregiudizio da parte dei proprietari delle case nei confronti delle persone migranti, che creano delle “barriere” di tipo culturale e discriminatorio. Oltre a quanto detto, quali sono le maggiori criticità che sfavoriscono l’integrazione dei migranti e richiedenti asilo? Primo tra tutti il “tema legale”, che include l’aspetto del riconoscimento ed ottenimento del permesso di soggiorno, ma anche le procedure previste dalle istituzioni che sono fortemente restrittive e mettono in grave difficoltà i lavoratori. In primis, per quanto riguarda l’accesso alla richiesta d’asilo, continua ad esserci una procedura da parte di molte questure, compresa quella di Cuneo, che richiedono una dichiarazione di ospitalità per formalizzare l’asilo quando di per sé la legge non lo prevede. Di conseguenza, può succedere che molte persone che giungono sul nostro territorio via terra e vogliono formalizzare una richiesta di asilo devono trovare queste dichiarazioni di ospitalità, che spesso sono vendute dal “mercato nero”. C’è un’altra questione che vorrei sottolineare che invece riguarda le politiche nazionali che hanno modificato il sistema di accoglienza ex “Sprar”, ora noto come “Sai” con la legge 50. Questo decreto legislativo prevede che il Sai non possa più accogliere richiedenti asilo che non siano donne ed individui in condizioni di fragilità. Gli stessi, quindi, sono ridirezionati verso i “Cas”, ovvero i centri di accoglienza straordinaria, che non dispongono però dell’organizzazione propria del sistema ordinario pubblico. Lo Sprar doveva diventare nel tempo l’unico sistema di accoglienza in Italia, superando la logica emergenziale dei Cas, ma questa promessa non si è avverata, anzi. Così il sistema di accoglienza straordinaria è diventato il principale sistema di accoglienza. Qual è la differenza tra i due sistemi? Il Sai è un sistema di accoglienza pubblico, che vede gli enti locali titolari. Nell’ambito del Sai, inoltre, i migranti e richiedenti asilo vengono direttamente integrati nel tessuto urbano e nelle contesto comunitario in quanto vengono inseriti in alloggi ubicati nei centri cittadini. Inoltre, il servizio propone una progettazione individualizzata: tutti le attività che vengono erogate agli utenti si svolgono in un’ottica di formazione e di accrescimento delle competenze a favore dell’individuo. Il Cas, invece, è un programma ministeriale di tipo emergenziale, organizzato per gestire flussi massivi e non prevedibili; quindi non ha un sistema strutturato di servizi. Questo fa sì che le persone rimangano molto tempo in strutture collettive, fuori dai centri urbani, senza la possibilità di integrazione e con maggiore rischio di diventare preda di sfruttamento lavorativo. Infine, è corretto sottolineare che questa logica che non sostiene e non promuove l’integrazione diffusa ed emancipativa delle persone non è solamente una politica nazionale, bensì europea. Con il nuovo patto sulla migrazione e l’asilo, l’Unione Europea si sta muovendo verso un’esternalizzazione delle stutture, di cui l’Italia, tra l’altro, si è fatta anticipatrice con l’apertura delle strutture in Albania, che sono l’apice di un modello che, al posto di operare in termini di inclusione e di accoglienza, ragiona su una politica di segregazione.
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