paesi
Classe 1994, originario di Borgo San Dalmazzo e residente a Morozzo, Edoardo Burzi si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Torino, Ateneo presso il quale a fine gennaio prossimo conseguirà anche la specializzazione in Pediatria.
Quest’anno, da marzo a luglio, ha trascorso un periodo di quasi cinque mesi in Angola, prestando la propria opera presso l’ospedale di Chiulo, nella provincia di Cunene, partecipando ad un progetto di Medici con l’Africa Cuamm (Collegio universitario aspiranti medici missionari) di Padova.
Da inizio novembre, poi, con un bando di concorso pubblico, è entrato come dirigente medico nella Struttura Complessa di Pediatria dell’ospedale di Mondovì.
Dr. Burzi, quali motivazioni l’hanno spinta a specializzarsi in Pediatria?
Beh, sicuramente mi piacciono i bambini e preferisco avere a che fare con un paziente piccolo, piuttosto che con un adulto, magari affetto da più patologie e con mille complessità. Inoltre, mi affascina una certa arte di fare il medico: il saper anche giocare con il bimbo per riuscire a visitarlo e, di fronte alla sua eventuale incapacità di spiegare i suoi sintomi, il doverlo capire e il doverlo vedere a tutto tondo, nel suo complesso. Per noi pediatri, infatti, la prima impressione, l’occhio clinico è una cosa sulla quale fare molto affidamento. Infine, mi attrae la patologia pediatrica: ho fatto la tesi in genetica pediatrica e in seguito ho confermato quell’interesse.
Rispetto all’assistenza degli adulti, quali difficoltà si incontrano nella cura del bambino?
A tratti può creare maggiori difficoltà il fatto che il paziente sia un minore e che, quindi, il processo di cura coinvolga, ancor di più rispetto ad un malato adulto, l’intero nucleo familiare, i genitori in particolare, che in questo iter possono essere una grande risorsa o un ostacolo. L’ansia genitoriale a volte non aiuta e non è così facile da gestire; d’altro canto, però, il genitore è il primo medico del proprio bambino, per cui occorre sempre tenere le antenne ben alzate quando dice che nel suo piccolo c’è qualcosa che non va. Sicuramente, poi, si avverte il peso della responsabilità di avere tra le mani una vita al suo inizio, per questo percepita come di inestimabile valore, una vita che per quei genitori è tutto…
Nell’ambito del suo percorso di specializzazione, lei ha scelto di trascorrere un periodo in Africa…
Sì, quest’anno, da marzo a luglio ho prestato servizio come medico pediatra in Angola, aderendo ad un progetto di Medici con l’Africa Cuamm. Ho lavorato presso l’ospedale di Chiulo, con il quale questa Ong collabora, in una realtà rurale nel Sud del Paese. Come suggerisce il nome stesso dell’organizzazione, Medici con l’Africa, si tratta di lavorare con le strutture locali, facendo formazione non in condizioni emergenziali, come guerre e carestie, ma con progetti di affiancamento sul medio e lungo termine. Durante questa attività ogni medico specializzando è affiancato da un tutor, locale o espatriato: io sono stato seguito da un pediatra africano molto preparato.
Quanti posti letto ha l’ospedale di Chiulo?
Circa un centinaio, suddivisi tra i reparti di Ginecologia e Ostetricia, Pediatria, Medicina Interna. Poi c’è il Pronto Soccorso. In Pediatria ci sono 6 posti letto per pazienti critici, 18 per meno intensivi e 8 riservati ai casi di malnutrizione.
Quali erano le patologie più diffuse tra i bambini che avete avuto in cura?
Senz’altro la malaria, ma anche tubercolosi linfonodale, polmonite, gastroenterite, malnutrizione, asfissia da parto, bimbi nati prematuri o, in alcuni casi, da madri sieropositive.
In quali condizioni avete operato?
Le risorse a disposizione nel contesto di Chiulo sono poche. Da un punto di vista diagnostico, potevamo contare su test rapidi di infettivologia per rilevare l’epatite, l’Hiv, la tubercolosi, ma l’unico esame di laboratorio che veniva eseguito era quello dell’emoglobina. Il Cuamm disponeva, inoltre, di un ecografo, mentre i raggi x sono stati fuori uso per tutto il periodo in cui io ho prestato servizio. Quindi, mezzi molti limitati a fronte di patologie gravi, anche perché la popolazione affluente era dell’area detta del “mato”, ossia la savana locale: persone che vivevano in condizioni molto semplici, in capanne di legno, paglia o lamiera, con pochi veicoli a disposizione, per cui il bambino veniva portato in ospedale solo quando stava veramente male. In più, doveva affrontare un viaggio non da poco, per cui in genere le sue condizioni si aggravavano durante il tragitto. L’essenziale, però, in qualche modo c’era: l’ossigeno, gli antibiotici e sacche di sangue per le trasfusioni, per cui già si poteva fare tanto.
In quale lingua comunicavate?
In portoghese, parlato da medici e infermieri, mentre la popolazione comunicava in un dialetto locale, del quale un pediatra del Cuamm aveva fatto un frasario essenziale per riuscire a fare una visita.
Di questa esperienza in Angola, qual è stata per lei la cosa più difficile?
Non avere tempo libero e non staccare mai dall’attività lavorativa, con la conseguente stanchezza, perché vivendo di fronte all’ospedale potevamo essere chiamati sempre, in qualunque momento.
Gli aspetti più belli, invece?
Senz’altro il privilegio di essere il medico di queste persone così semplici, ma così grate, capaci di aspettare in silenzio, senza dover scalpitare per la visita o quant’altro, e di dar valore al tuo esercizio medico. Curare questi individui che hanno davvero poco, bimbi e situazioni così gravi, è stato molto bello. E veder andare via sorridente un bambino guarito è stata una bella gratificazione!
Che cosa aggiunge un’esperienza di questo tipo alla sua professione, poi esercitata in un contesto completamente diverso?
Innanzitutto s’impara l’arte di arrangiarsi con quello che c’è, per cui occorre saper individuare l’essenziale e con quello fare. Per uno specializzando, poi, in Italia molto tutelato, sperimentare un’autonomia decisionale aiuta molto, perché saper prendere delle decisioni in situazioni difficili è importante per la nostra professione, mentre l’assenza di strumenti diagnostici permette di affinare la semeiotica. Soprattutto, si ha la possibilità di assaporare a fondo la bellezza di mettere a disposizione le proprie conoscenze per fare del bene: si vive la vocazione di curare e di aiutare gli altri in maniera più forte. Il fatto, poi, di mettersi così tanto in gioco consente di conoscersi meglio e di vedere quel che si sa realmente fare.
Per contro, in Angola ho sperimentato anche il limite della mia professione medica, acquisendo la consapevolezza di non poter salvare tutti. In questi anni di specialità, durante un mio turno in reparto non avevo mai visto morire un bambino. Lì, invece, purtroppo ho quasi perso il conto dei bimbi che ho visto morire. Anche l’elaborazione di questo vissuto drammatico in quella cultura è completamente diversa, perché il decesso di un piccolo fa parte della storia di tante famiglie. Questo ti fa comprendere che, in questo mondo, la possibilità di ciascuno di sopravvivere e di realizzare appieno il proprio potenziale come persona dipende, banalmente, dall’angolo di pianeta nel quale si è venuti alla luce. E in un simile contesto, ancor di più mi ha stupito la spontaneità dei sorrisi di bambini e anziani, la bellezza del loro senso di comunità ed il fatto che, malgrado le difficoltà, quella gente riesca ad avere comunque una qualche forma di felicità”.
Un giovane pediatra di Borgo in Angola
22 novembre 2025
Cuneo
Classe 1994, originario di Borgo San Dalmazzo e residente a Morozzo, Edoardo Burzi si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Torino, Ateneo presso il quale a fine gennaio prossimo conseguirà anche la specializzazione in Pediatria.
Quest’anno, da marzo a luglio, ha trascorso un periodo di quasi cinque mesi in Angola, prestando la propria opera presso l’ospedale di Chiulo, nella provincia di Cunene, partecipando ad un progetto di Medici con l’Africa Cuamm (Collegio universitario aspiranti medici missionari) di Padova.
Da inizio novembre, poi, con un bando di concorso pubblico, è entrato come dirigente medico nella Struttura Complessa di Pediatria dell’ospedale di Mondovì.
Dr. Burzi, quali motivazioni l’hanno spinta a specializzarsi in Pediatria?
Beh, sicuramente mi piacciono i bambini e preferisco avere a che fare con un paziente piccolo, piuttosto che con un adulto, magari affetto da più patologie e con mille complessità. Inoltre, mi affascina una certa arte di fare il medico: il saper anche giocare con il bimbo per riuscire a visitarlo e, di fronte alla sua eventuale incapacità di spiegare i suoi sintomi, il doverlo capire e il doverlo vedere a tutto tondo, nel suo complesso. Per noi pediatri, infatti, la prima impressione, l’occhio clinico è una cosa sulla quale fare molto affidamento. Infine, mi attrae la patologia pediatrica: ho fatto la tesi in genetica pediatrica e in seguito ho confermato quell’interesse.
Rispetto all’assistenza degli adulti, quali difficoltà si incontrano nella cura del bambino?
A tratti può creare maggiori difficoltà il fatto che il paziente sia un minore e che, quindi, il processo di cura coinvolga, ancor di più rispetto ad un malato adulto, l’intero nucleo familiare, i genitori in particolare, che in questo iter possono essere una grande risorsa o un ostacolo. L’ansia genitoriale a volte non aiuta e non è così facile da gestire; d’altro canto, però, il genitore è il primo medico del proprio bambino, per cui occorre sempre tenere le antenne ben alzate quando dice che nel suo piccolo c’è qualcosa che non va. Sicuramente, poi, si avverte il peso della responsabilità di avere tra le mani una vita al suo inizio, per questo percepita come di inestimabile valore, una vita che per quei genitori è tutto…
Nell’ambito del suo percorso di specializzazione, lei ha scelto di trascorrere un periodo in Africa…
Sì, quest’anno, da marzo a luglio ho prestato servizio come medico pediatra in Angola, aderendo ad un progetto di Medici con l’Africa Cuamm. Ho lavorato presso l’ospedale di Chiulo, con il quale questa Ong collabora, in una realtà rurale nel Sud del Paese. Come suggerisce il nome stesso dell’organizzazione, Medici con l’Africa, si tratta di lavorare con le strutture locali, facendo formazione non in condizioni emergenziali, come guerre e carestie, ma con progetti di affiancamento sul medio e lungo termine. Durante questa attività ogni medico specializzando è affiancato da un tutor, locale o espatriato: io sono stato seguito da un pediatra africano molto preparato.
Quanti posti letto ha l’ospedale di Chiulo?
Circa un centinaio, suddivisi tra i reparti di Ginecologia e Ostetricia, Pediatria, Medicina Interna. Poi c’è il Pronto Soccorso. In Pediatria ci sono 6 posti letto per pazienti critici, 18 per meno intensivi e 8 riservati ai casi di malnutrizione.
Quali erano le patologie più diffuse tra i bambini che avete avuto in cura?
Senz’altro la malaria, ma anche tubercolosi linfonodale, polmonite, gastroenterite, malnutrizione, asfissia da parto, bimbi nati prematuri o, in alcuni casi, da madri sieropositive.
In quali condizioni avete operato?
Le risorse a disposizione nel contesto di Chiulo sono poche. Da un punto di vista diagnostico, potevamo contare su test rapidi di infettivologia per rilevare l’epatite, l’Hiv, la tubercolosi, ma l’unico esame di laboratorio che veniva eseguito era quello dell’emoglobina. Il Cuamm disponeva, inoltre, di un ecografo, mentre i raggi x sono stati fuori uso per tutto il periodo in cui io ho prestato servizio. Quindi, mezzi molti limitati a fronte di patologie gravi, anche perché la popolazione affluente era dell’area detta del “mato”, ossia la savana locale: persone che vivevano in condizioni molto semplici, in capanne di legno, paglia o lamiera, con pochi veicoli a disposizione, per cui il bambino veniva portato in ospedale solo quando stava veramente male. In più, doveva affrontare un viaggio non da poco, per cui in genere le sue condizioni si aggravavano durante il tragitto. L’essenziale, però, in qualche modo c’era: l’ossigeno, gli antibiotici e sacche di sangue per le trasfusioni, per cui già si poteva fare tanto.
In quale lingua comunicavate?
In portoghese, parlato da medici e infermieri, mentre la popolazione comunicava in un dialetto locale, del quale un pediatra del Cuamm aveva fatto un frasario essenziale per riuscire a fare una visita.
Di questa esperienza in Angola, qual è stata per lei la cosa più difficile?
Non avere tempo libero e non staccare mai dall’attività lavorativa, con la conseguente stanchezza, perché vivendo di fronte all’ospedale potevamo essere chiamati sempre, in qualunque momento.
Gli aspetti più belli, invece?
Senz’altro il privilegio di essere il medico di queste persone così semplici, ma così grate, capaci di aspettare in silenzio, senza dover scalpitare per la visita o quant’altro, e di dar valore al tuo esercizio medico. Curare questi individui che hanno davvero poco, bimbi e situazioni così gravi, è stato molto bello. E veder andare via sorridente un bambino guarito è stata una bella gratificazione!
Che cosa aggiunge un’esperienza di questo tipo alla sua professione, poi esercitata in un contesto completamente diverso?
Innanzitutto s’impara l’arte di arrangiarsi con quello che c’è, per cui occorre saper individuare l’essenziale e con quello fare. Per uno specializzando, poi, in Italia molto tutelato, sperimentare un’autonomia decisionale aiuta molto, perché saper prendere delle decisioni in situazioni difficili è importante per la nostra professione, mentre l’assenza di strumenti diagnostici permette di affinare la semeiotica. Soprattutto, si ha la possibilità di assaporare a fondo la bellezza di mettere a disposizione le proprie conoscenze per fare del bene: si vive la vocazione di curare e di aiutare gli altri in maniera più forte. Il fatto, poi, di mettersi così tanto in gioco consente di conoscersi meglio e di vedere quel che si sa realmente fare.
Per contro, in Angola ho sperimentato anche il limite della mia professione medica, acquisendo la consapevolezza di non poter salvare tutti. In questi anni di specialità, durante un mio turno in reparto non avevo mai visto morire un bambino. Lì, invece, purtroppo ho quasi perso il conto dei bimbi che ho visto morire. Anche l’elaborazione di questo vissuto drammatico in quella cultura è completamente diversa, perché il decesso di un piccolo fa parte della storia di tante famiglie. Questo ti fa comprendere che, in questo mondo, la possibilità di ciascuno di sopravvivere e di realizzare appieno il proprio potenziale come persona dipende, banalmente, dall’angolo di pianeta nel quale si è venuti alla luce. E in un simile contesto, ancor di più mi ha stupito la spontaneità dei sorrisi di bambini e anziani, la bellezza del loro senso di comunità ed il fatto che, malgrado le difficoltà, quella gente riesca ad avere comunque una qualche forma di felicità”.