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Don Ciotti: “Solo un ‘noi’ unito e ribelle potrà produrre cambiamento”

19 novembre 2025

Cuneo

Uno dei protagonisti più significativi della serata dedicata alla conclusione delle iniziative Stracôni e alla consegna dei contributi a scuole e gruppi sportivi, oggi (mercoledì 19 novembre) è stato sicuramente don Luigi Ciotti (a destra nella foto con il presidente del comitato organizzatore Fabrizio Giai), al termine di una giornata cuneese in cui ha anche incontrato studenti e ragazzi per parlare di legalità, di libertà e di pace, e in cui è stato anche all’Hospice di Busca (“Mi sono sentito piccolo, davanti alla grandezza di queste persone che soffrono e di chi le aiuta, perché la sofferenza ci segna ma anche ci insegna”, ha detto). Ecco alcuni dei passaggi del suo intervento alla “serata del cuore” della Stracôni 2025. “Tante volte sono venuto nel cuneese e ci ritorno sempre volentieri. Mi porto via la ricchezza di vedere storie in movimento e comunità impegnate. Oggi è molto urgente rianimare la speranza. Sentire il bisogno di animare vita e speranza, queste due parole sono profondamente legate. Tanto più oggi, con 59 guerre in corso e tante sofferenze nel mondo, oltre alla catastrofe ecologica, al clima che si sta avvelenando, ai principi che vengono meno, dalle carceri ai migranti. Siamo chiamati a fare ognuno la propria parte e a far venir fuori le cose belle del nostro Paese, portare il nostro contributo per un cambiamento, per dare forza a giustizia, libertà, verità, accoglienza, pace. Se i diritti oggi sono fragili è perché non li abbiamo difesi abbastanza”. “Questa è una serata di festa che chiude un percorso e ne apre altri, ed è bellissimo, ma al tempo stesso non può venire meno la consapevolezza, come pure il rispetto della libertà e del diritto di ciascuno a esistere. E poi, come diceva don Tonino Bello, c’è una malattia da cui non dobbiamo guarire mai, ed è la pace! Essere malati di pace, dalle nostre parole alle relazioni e ai comportamenti, portare pace”. “Dobbiamo riflettere sulle nostre città, che sono tessuti emotivi in cui le relazioni si formano o si deformano. Dobbiamo fare i conti tra le diversità che si fecondano a vicenda, a partire dalla scuola, con persone che arrivano da lontano e con i nostri bambini, che ci sorprendono, ma hanno bisogno di avere accanto persone coerenti. La città è cittadinanza, che vuol dire corresponsabilità: essere cittadini oggi, con i fenomeni e le fragilità che ci circondano, e anche essere cittadini globali. Nei nostri territori siamo chiamati a costruire ancora di più energie dei legami, solo unendo le nostre forze possiamo diventare una forza sociale, culturale, politica cioè orientata al bene comune”. “L’avvenire è dove scegliamo noi di andare: se camminiamo insieme, con più fiducia e coraggio, queste energie diventano grandi, nello spendersi per gli altri e per il bene comune. Le nostre azioni sono piccole cose, di fronte all’immensità dei problemi. Nonostante tutto, noi ci crediamo: sappiamo che non possiamo cambiare il mondo, ma nonostante questo noi vogliamo esserci, per dare più umanità, dignità, speranza a tante persone. E poi lo facciamo anche per noi stessi, per la gratificazione e la consapevolezza, la gioia del dono e del mettersi in gioco. Il nostro benessere individuale è strettamente legato al bene comune”. “La libertà è impegno che ci chiama, la libertà va liberata, è responsabilità di ciascuno di noi. Sta crescendo il passaggio dall’eco-sistema all’ego-sistema. Non possiamo accettarlo, non possiamo rassegnarci: dobbiamo impegnarci di più tutti, dire no alla deriva di una parte del mondo che lascia andare alla deriva una grande parte del mondo. Carceri, migranti, armamenti, colonialismo economico, devastazione della casa comune: non è giusto. Ecco, io con forza mi auguro questo: meno solidarietà e più giustizia. La solidarietà non verrà mai meno, però noi dobbiamo lottare per chiedere ciò che è giusto. Non ha senso la solidarietà che non è in grado di rimuovere le cause delle disuguaglianze. Chiediamo alla politica di fare le politiche, per mettere tutti in grado di essere corresponsabili, di operare insieme per un cambiamento. La legalità mette radici solo in terre fertili di responsabilità. E per costruire comunità, dobbiamo uscire dalla logica della tribù. Il tempo dell’amore non è dettato da chi ama, ma da chi ha bisogno di essere amato. Non basta accogliere, bisogna riconoscere, curare le solitudini e proteggere le fragilità. La speranza sta nell’esserci, nell’assumere le nostre responsabilità. Solo un ‘noi’ unito e ribelle potrà produrre cambiamento”.

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