cuneo

Un linguista e un antropologo s’interrogano sulla morte degli altri

15 novembre 2025

Cuneo

Federico Faloppa   Professore ordinario di Languages and Discrimination (Lingue e discriminazioni) presso l’Università di Reading, nel Regno Unito, Federico Faloppa, 53 anni, è uno dei tanti cuneesi che vive e lavora all’estero, ma che appena può torna nella sua Cuneo dove ha studiato fino al Liceo Scientifico. Uno degli appuntamenti fissi per lui è Scrittorincittà dove sarà ospite sabato 15 novembre alle 14,30 presso l’Auditorium Foro Boario con il suo ultimo saggio, scritto insieme all’antropologo Marco Aime, un altro piemontese, dal titolo “I morti degli altri” (Einaudi). Parlare dei morti degli ‘altri’ e farlo in questo momento: perché? Con Marco Aime abbiamo pensato che ci si trovi, oggi, di fronte a un racconto piuttosto ‘schizofrenico’ della morte: da un lato un’eccessiva visibilità e commiserazione di alcune morti, le nostre morti, per cui, davanti a una tragedia che riguardi anche poche persone ma a noi vicine culturalmente, economicamente o socialmente, tendiamo a esprimere un cordoglio maggiore. Dall’altro, pur in presenza di eventi tragici anche più ampi in termini di numero di persone coinvolte e di distruzione o sterminio, spesso finiamo invece per risultare anestetizzati. E questa schizofrenia, quantomeno nella narrazione mediatica, si manifesta sotto forma di un innegabile sbilanciamento nella scelta delle notizie da dare e nel modo di darle. Qualche esempio? Gli esempi che si potrebbero fare sono molti, e nel volume ne trattiamo alcuni, nell’esposizione dei quali tentiamo di illustrare proprio tale sproporzione di attenzione e di spazio che si registra su questo aspetto sul piano della comunicazione contemporanea. Cosa ci fa scegliere di compiangere una morte, delle morti, piuttosto che altre? La risposta naturalmente non l’abbiamo, e tuttavia ci siamo domandati se in questo momento storico si stia davvero assistendo a un salto di percezione da parte di ognuno di noi. L’abbiamo visto con quanto sta accadendo ed è accaduto a Gaza: quanto ci abbiamo messo? Quindici mesi per renderci conto che laggiù stavano morendo decine di migliaia di persone. Quanto hanno impiegato i media a considerare quelle morti alla stessa stregua di altre morti in altri conflitti, anche di quelle provocate da Hamas il 7 ottobre? Per mesi abbiamo invece assistito a un racconto dei morti di Gaza come se si trattasse unicamente di numeri, di fredde statistiche, di persone che venivano uccise non si sa neppure bene da chi. Di fronte a tutto questo ci siamo chiesti: che cosa ci serve per far scattare in noi una molla etico-morale? Per farci dire che questo racconto non ci soddisfa, non ci va bene, che vorremmo trovare altre parole? Ecco, queste sono principalmente le motivazioni che stanno alla base del volume. Non so se siamo riusciti nell’intento, ma sicuramente ci siamo sentiti coinvolti in prima persona come cittadini e come intellettuali, chiamati a fare un po’ di chiarezza nel dibattito. Il libro è scritto da un linguista e da un antropologo: perché trattare questo tema insieme? In realtà non è la prima volta che io e Aime lavoriamo insieme, già nel 2016 avemmo occasione di scrivere con altri autori il volume “Contro il razzismo”. In quel libro abbiamo avuto l’opportunità di confrontarci per la prima volta muovendo da ambiti di conoscenza e di sapere differenti, rendendoci subito conto che non si trattava solo di una questione di disciplina, quanto piuttosto di un dialogo proficuo tra l’antropologia e l’analisi critica del discorso, da cui scaturiva una relazione fortemente sinergica: l’antropologia, infatti, contestualizza il linguaggio nelle strutture sociali e culturali, concettualizzandone anche alcune sue dimensioni. L’analisi critica del discorso, invece, cerca di offrire una lente alla ricerca antropologica, quando, per esempio, prova a mettere insieme potere o disuguaglianze e uso del linguaggio, le pratiche discorsive. Anche in quest’ultimo lavoro abbiamo instaurato un dialogo, facendo chiarire all’antropologo come il linguaggio e il discorso in qualche modo modellino la realtà sociale e creino le dimensioni culturali, mediatiche (in questo caso specifico del racconto della morte). Al linguista, invece, come attraverso l’analisi critica del discorso si possa mettere in evidenza quanto il discorso stesso non solo dica, ma faccia, costruisca relazioni di potere, le giustifichi, le normalizzi e, quindi, normalizzi anche la morte, l’alterità. E in qualche modo costruisca anche qualcosa che, umanamente, dovrebbe invece essere reso in modo più complesso dal punto di vista dell’empatia, della condivisione di sensazioni, sicuramente dell’esperienza. Abbiamo provato a mettere insieme tutto ciò e il risultato è questo libro. Si dice che la morte sia ‘democratica’ perché di fronte a essa siamo tutti uguali, mentre la vita non lo è. È davvero così? Questa considerazione è stata una degli spunti da cui abbiamo scelto di partire. La morte e il modo di affrontarla, la nostra e quella altrui, quella degli ‘altri’, ci mette davvero di fronte a delle zone grige, innanzitutto etico-morali, perché alcune morti le normalizziamo, le giustifichiamo più di altre. Un’altra questione fondamentale che si pone è capire cosa sia, sul piano culturale, la morte, soprattutto in un’epoca come la nostra nella quale il web e i social in generale hanno finito per esasperare quasi tutti gli aspetti della nostra esistenza e, quindi, anche quello della fine della vita: argomento del quale si è occupato in modo denso e articolato il filosofo Davide Sisto con i suoi saggi sulla ‘morte digitale’. Tutti spunti e riflessioni che a me e a Marco Aime sono serviti per scrivere il volume. Uno dei quesiti che abbiamo provato ad affrontare maggiormente nel saggio, è quello della decolonizzazione o, meglio, della mancata decolonizzazione del pensiero anche in riferimento al tema di cui trattiamo. Abbiamo poi riflettuto sull’immagine e sul suo utilizzo, partendo dalle considerazioni lucide e ancora incredibilmente attuali di Susan Sontag per decifrare come ci poniamo di fronte al ‘dolore degli altri’. Alcune fotografie le possiamo pubblicare, non ci fanno alcun effetto, non ci preoccupiamo delle conseguenze che suscitano; altre immagini, al contrario, subiscono un processo di rimozione perché ci toccano troppo e troppo violentemente. Argomento che ci ha portato a rimettere al centro dell’analisi la questione migratoria e delle morti di così tante persone, non solo nel Mediterraneo. Una situazione che lascia emergere in modo chiaro un paradosso: pensiamo per esempio all’assenza di volti quando parliamo della morte di donne, uomini e bambini migranti. Insomma, ci troviamo di fronte a una questione etica enorme: come decidiamo quali morti devono avere visibilità e quali no? Quando i corpi sono quelli degli ‘altri’, per esempio quelli ‘coloniali’ o ‘colonizzati’, quale potere ci arroghiamo per decidere come e quanto mostrare mentre, in altri casi, preferiamo negare, nascondere? Nel volume il ragionamento che abbiamo condotto si innesta nell’alveo dell’antropologia del linguaggio, laddove decolonizzare il discorso significa anche decolonizzare le pratiche. L’antropologia ci aiuta ad affrontare l’’altro’ non in termini necessariamente oppositivi, ma come qualcuno cui dobbiamo riconoscere sempre una presenza, anche se non coincide con la nostra lettura coloniale del mondo. In ciò, il linguaggio e l’antropologia dialogano bene proprio perché l’analisi critica del discorso ci permette di mettere in discussione concetti, parole, espressioni che tendono a dividere il mondo in ‘noi’ e ‘loro, un ‘noi/loro’ che finisce poi per produrre ciò che raccontiamo nel libro: non solo una mancata uguaglianza in vita, ma addirittura un abuso di fronte alla morte del corpo dell’altro.
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